Claudio Gorlier, La Stampa 16/9/2007, 16 settembre 2007
Se si dovesse premiare una parola universale per eccellenza, penso che il riconoscimento andrebbe a ok, ossia okay, corruzione di un originale «all correct», omaggio dello slang americano
Se si dovesse premiare una parola universale per eccellenza, penso che il riconoscimento andrebbe a ok, ossia okay, corruzione di un originale «all correct», omaggio dello slang americano. Ma la creatività, l’effervescenza di quello slang sono inarrestabili. Aprite il ricco e stimolante dizionario curato da Roberto Cagliero e Chiara Spallino, Slang americano (Mondadori, pagine 628, euro 16,90) e ne avrete la prova. Nel 1994 gli stessi autori avevano prodotto un primo dizionario del genere, con novemila lemmi, ma ora siamo arrivati a 21 mila voci, una autentica miniera. Il sottotitolo, «Slang americano-italiano», mi sembra appropriato, perché Cagliero e Spallino fanno del loro meglio per trovare degli equivalenti italiani, che in larga misura appartengono al gergo giovanile, non di rado francamente disinibito. Se volete una prova abbastanza recente: to get a Clinton, «farsi spompinare», memore delle disavventure erotiche del Presidente. Apple, mela, suggerisce addirittura nove diverse utilizzazioni. La più nota è probabilmente Big Apple, «grande mela» per indicare New York. Qui mi permetto di completare il significato, perché, nel gergo degli africano-americani, apple vuol dire job, «lavoro» o «impiego», e New York rappresenta il luogo dove esistono infinite possibilità di trovarlo. Ora che divampa la polemica sull’importazione dei prodotti cinesi, ecco fobby, «detto di merce prodotta in paesi asiatici». Gay non qualifica soltanto un omosessuale: può voler dire «brutto, sgradevole» o, a livello giovanile, «sfigato». Rimarrete per lo meno stupiti apprendendo che hamburger, altro termine ormai universale riferito al cibo, in gergo sta per «individuo stupido, ottuso». Degna di nota è l’operazione compiuta su termini importati, ad esempio dall’italiano. Salami, di uso corrente negli Stati Uniti da molto tempo, in slang si trasforma in «pene, cazzo». In quanto a pizza pop, ecco, e scusate l’imbarazzo, «vagina, figa». Alcuni termini importati in Italia si sono velocemente affermati, e penso a mobbing, o a writer, cui attinge persino il presidente Prodi e che nel Dizionario viene tradotto «artista di graffiti», mentre mi sembra che esista ormai «graffitaro». Rave, comparso di recente, tra l’altro, per il travolgente raduno giovanile in Piemonte, ci consegna una vera e propria barca di significati, tra cui «fingere di saperne qualcosa, voler discutere a tutti i costi», e più direttamente «cazzeggiare». Come nascono i termini slang, di cui la nostra vecchia e formale lingua sembra alquanto scarsa? Grazie a fonti disparate, sia sul piano strettamente linguistico sia su quello storico culturale. Ad esempio, informano gli autori del dizionario, l’invasivo politically correct, entrato ormai nella pratica corrente anche in Italia, «nato nel contesto della sinistra e del femminismo statunitense degli anni Sessanta e Settanta, si suppone derivi dalla traduzione inglese del Libretto rosso di Mao Zedong». Aveva ragione Mark Twain quando scriveva che ormai l’inglese d’America andava considerato una lingua autonoma, sempre più lontana da quella della Gran Bretagna. Nessun inglese capisce se un americano si scusa perché va al John, «gabinetto, cesso», mentre nessun americano capirà il britannico loo, trascrizione grafico-fonetica del numero cento. Invece tutti, noi compresi, sappiamo benissimo che cos’è lo hip-hop, in cui si fondono musica, ballo, vocalità, e che proprio non si riesce a tradurre. Una perla finale è orthodox taliban, talebano ortosso, «chi vuole introdurre nella vita quotidiana pratiche religiose». Come si vede l’invenzione fantastica può saldarsi alla più drammatica realtà.