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 2007  settembre 16 Domenica calendario

Scarpe da ginnastica, jeans, camicia azzurra come gli occhi che luccicano oltre le lenti degli occhiali, Renato Vallanzasca, 57 anni, oggi vuole una sola risposta, «perché almeno quella ho diritto di avere»: sì o no dal Capo dello Stato per la grazia, dopo la prima richiesta presentata quasi tre anni fa

Scarpe da ginnastica, jeans, camicia azzurra come gli occhi che luccicano oltre le lenti degli occhiali, Renato Vallanzasca, 57 anni, oggi vuole una sola risposta, «perché almeno quella ho diritto di avere»: sì o no dal Capo dello Stato per la grazia, dopo la prima richiesta presentata quasi tre anni fa. Perché ritiene di avere il diritto di chiedere un atto di clemenza? «Diciamo che più che il diritto a chiederla, era un dovere farlo. Lo dovevo almeno a mia madre e alla mia compagna. Potrei rispondere citando un proverbio che suona più o meno cosi: ”Chiedere è lecito, rispondere è cortesia”». Crede davvero di meritare la grazia? E se sì, perché? «Faccio prima a riportare un breve stralcio della mia stessa domanda di grazia: ”Perché dovrebbe essermi concessa la Grazia? Sinceramente non lo so. Pensandoci e ripensandoci mi sovvengono molte più ragioni per non concedermela, visto i tanti disastri da me commessi. Sì, ne ho combinate decisamente troppe. Anche se qualcuna in meno di quante alla fine mi sono state attribuite o di cui mi sono auto accusato; ma non è certo su questo bilancio che potrei mai basare una tale richiesta”. Diciamo che mi sono limitato a chiederla. Non spetta a me dire perché sì: altri devono valutare, e, infine, spetta al Presidente decidere». Se fosse un cittadino comune assolverebbe Vallanzasca? «Nemmeno lontanamente. Nemmeno essendo Vallanzasca. Sono intellettualmente troppo onesto per permettermi una simile scelleratezza. Magari potrei solo dire sommessamente che quasi otto lustri di galera scontata non sono una vera e propria assoluzione». Chi l’aspetta fuori dal carcere? «Ovviamente la mia adorata mammetta, anche se, lei ha 90 anni, ho il terrore che possa essere il decorso naturale della vita ad impedirmi di riabbracciarla. Poi c’è Antonella, la mia donna, colei che come un’ombra mi segue da più di 40 anni. E la sua numerosissima famiglia che ormai è anche la mia». Lei ha un figlio, Maxim, che oggi ha 36 anni. Vuole incontrarlo? «Che domande... Solo io so quanto desidererei avere un seppur piccolo spazio nel suo futuro. Ma questo non dipende da me: lui ha una vita che lo vede felicemente sposato e padre di due bimbe. Lui non ha ancora deciso se volermi incontrare, suppongo che ci debba riflettere. Lo capisco». Ha una casa dove vivere? «Certo che avrei una casa dove andare a vivere. L’appartamento di Antonella, non grandissimo, sarebbe la nostra graziosissima dimora...». Pensa di risposarsi? «Sì, è intenzione di Antonella e mia di sposarci appena sarà possibile. Vallanzasca che si risposa sarebbe una ghiotta occasione per quello che pare essere ormai diventato il vero hobby nazionale: il gossip. Se sino ad ora abbiamo evitato questo passo è stato proprio per non alimentare la cronaca. Siamo arrivati alla conclusione di non doverci privare dell’unico diritto che non ci può essere negato». Come crede di poter vivere una volta diventato un uomo libero? «Ho tanti progetti; alcuni più ambiziosi, magari come quello di scrivere. Questo però sapendo che la prima attività avrà a che fare con la mia grande passione per il computer. Cosa che del resto già avviene, da tempo, con il mio impiego, forzatamente partime con Saman, una Onlus che opera nel sociale. Bramo di poter vivere come qualsiasi altra persona». A lungo ha desiderato lasciare il carcere di massima sicurezza di Voghera. Come vive oggi le sue giornate? «Ero molto restio a lasciare Voghera per precipitare in questo immenso carnaio. Ho ceduto alle insistenze di Antonella e di Ma’ solo perché erano entrambe certe che la mia situazione sarebbe radicalmente cambiata: di fatto sono solo un anno più vecchio e la qualità della mia vita quotidiana è decisamente peggiorata. A Voghera avevo i miei ritmi consolidati negli anni. Il carcere era sicuramente migliore di questo… Sì, abbiamo la cella aperta più di quanto non l’abbia mai avuta, ma, sarà anche perchè io passo tutta la mia giornata chiuso nella "saletta computer", non lo trovo un gran vantaggio». Che cosa pensa del sistema carcerario? «Che si stava meglio quando si stava peggio. Una volte le carceri erano in generale più fatiscenti e gli atteggiamenti degli agenti di custodia, erano da sgherri. Oggi parecchi di quegli istituti sono stati chiusi uno per tutti, ma sarà che invecchiando si diventa nostalgici, fatto sta che in questi nuovi carceri alcuni tanto pulitini, talmente asettici, da fare invidia a cliniche private sono strutturati e condotti più per distruggere la personalità di un recluso che non per insegnargli a vivere in società». Come sono i carcerati di oggi? «Il carcere è un microcosmo peggiorativo di quello che avviene tra le persone che vivono nel mondo esterno, quindi non ci vuole molto a capire cos’è oggi il carcere: è vivere il vostro mondo da dietro le sbarre». Come vede l’Italia di oggi? «Paese strano, assurdamente poco coerente. Siamo un po’ tutti napoletani, in tutto il bene e il meno bene che questo grande popolo rappresenta». Ha seguito la polemica sui lavavetri? Rischiano loro stessi il carcere. Che cosa ne pensa? «Questi disgraziati sono per la popolazione una gran rottura, visto che non è raro che arrivino a compiere vere e proprie estorsioni... Così come i rom che vivono spesso di espedienti e che insozzano le nostre periferie. Dico però che non mi pare la più drammatica delle emergenze, ma ”sti scassapalle toccano il quotidiano della gente che lavora e che non sopporta di essere infastidita e messa in pericolo da fannulloni che spesso dimostrano di essere pure un tantino delinquenti... Mentre Vallanzasca andava a prendersi i soldi in banca o li portava via a chi ne aveva tanti, senza rompere le palle all’onesto lavoratore».