Giuseppe Videtti, la Repubblica 16/9/2007, 16 settembre 2007
Pontremoli (Massa-Carrara) «Io con la tecnologia faccio a pugni. Mi hanno regalato un paio di iPod, ma li ho riciclati», borbotta Zucchero
Pontremoli (Massa-Carrara) «Io con la tecnologia faccio a pugni. Mi hanno regalato un paio di iPod, ma li ho riciclati», borbotta Zucchero. «Papà, perché non li hai dati a me?», strilla Blu, il figlio di nove anni e mezzo, una cascata di riccioli biondi sul bel viso da putto di Munier. «Amore, ne ho dato uno a Alice l´altro a Irene». «Uffa», sbuffa il piccolo, mentre cerca di scuotere Chico, il randagio che ormai si è adattato al lusso e non ne vuol sapere di abbandonare il cuscino morbido della poltrona. Con la compagna Francesca Mozer e il figlio Blu (Alice e Irene, che fa la cantante, le ragazze avute con la prima moglie, hanno ormai superato la maggiore età), Zucchero ha scelto di vivere in un triangolo di terra abbracciato dalle montagne, «una zona di frontiera» incastrata tra Emilia, Liguria e Toscana. Roncocesi, il paese natale, è a un´ora di macchina. Nel suo ranch, il Lunisiana Soul (l´assonanza Lunigiana-Louisiana non poteva sfuggire a un amante del blues), un vecchio mulino sul fiume Verde magnificamente restaurato, si respira un´aria familiare e allo stesso tempo internazionale. Per via di quello studio di registrazione ricavato nel fienile, di quella House of Blues piena di cimeli, di quei laghetti dove starnazzano rumorosamente oche canadesi, della foresteria che ha ospitato Bono e Sting, Eric Clapton e Brian May dei Queen. Ma siamo in Italia, non c´è dubbio: si arriva a Pontremoli, comune conteso dai duchi di Parma e di Toscana, si attraversa il centro, poi, dopo il cimitero, si volta a destra nella stradina di campagna fiancheggiata da cespugli di rosmarino e coperta da un pergolato con grappoli caravaggeschi che invocano la vendemmia. Nella sua piccola New Orleans, o Tijuana che dir si voglia, Zucchero si prepara per i tre concerti sold out all´Arena di Verona, il 21, 22 e 23 settembre. E per la grande prova americana, il 28 alla Carnegie Hall di New York. Qui il rocker si ritempra dagli stress estivi; sulla tavola spaghetti al pesto, affettati misti, formaggio alla griglia, verdura e frutta di stagione dall´orto di casa. «Lo so, lo so, quello non è il mio habitat, ma quando hai ottanta persone che lavorano per te, devi ben rientrare delle spese», protesta, ripensando all´incidente di Cala di Volpe, un mese fa, quando in un locale per vip ha energicamente battibeccato con il pubblico. «Li ho provocati un po´, per movimentare la serata. "Dài, divertitevi anche se siete ricchi, facciamo un po´ di casino", insomma tutto nel mio linguaggio. Non sono uno politically correct, e me ne vanto. Poi c´è stata quella reazione proveniente dal tavolo della Santanchè: "Comunista, comunista, comunista", non ci ho visto più. Mi ha consolato il fatto che la gente di strada, quella delle feste paesane qui intorno, i vecchietti, mi hanno simpaticamente sostenuto: "Hai fatto bene Zu a cantargliele a quelli lì"». Impreca contro il conformismo dilagante e l´arroganza alimentata dalla litigiosità dei politici. «"Era il mio cantante preferito, ora sconsiglio a tutti di comprare i suoi dischi", ha detto la Santanchè. Mi ha messo al bando. Al rogo il rocker!», sbotta. «Cosa credeva, che fossi un´ostrica del suo menù da mille euro? Il rock è per definizione una musica "contro", ma ormai neutralizzata dal politically correct. Una volta c´erano Guccini e De André che fustigavano la società con le loro canzoni. C´era Gino Paoli che al pubblico della Bussola gridò borghesi di merda. Io sono uno alla buona, non rinuncio alla mia schiettezza, al linguaggio da osteria. Maleducato io? E la televisione allora? Va a cagher è un´espressione spontanea, bellissima, si usa con affetto anche tra amici. Vai a quel paese non ha la stessa forza. Sa che i discografici fecero di tutto per bloccare l´uscita di "Pippo che cazzo fai"? Insistevano perché il testo fosse cambiato in "Pippo che cosa fai". Anche allora mi dissero: "Sei un maleducato"». Non aveva ancora fa forza contrattuale per reagire, l´unico successo era stato Donne, ma riuscì a non cambiare il testo, e quelli, subodorando il tormentone, lasciarono correre. «La mia gavetta è stata interminabile, ho iniziato a 16 anni, nel 1971; suonavo il sax tenore, m´improvvisavo batterista o chitarrista. Poi un giorno il cantante dell´orchestra non si presentò perché aveva litigato con la fidanzata e mi costrinsero a sostituirlo. Eravamo all´Alhambra di Sarzana, non lontano da qui. Lì iniziò il mio peregrinare da un gruppo all´altro. Con Sugar & Candies (1977) incidemmo un 45 giri per la Saar che non comprò nessuno (è su eBay, base d´asta 50 euro, ndr). D´estate suonavamo tutte le sere alla Bussola. Le attrazioni erano Fred Bongusto e Peppino di Capri, noi facevamo i tappabuchi fino alle cinque di mattina. Una consumazione a testa, la seconda Bernardini ce la faceva pagare. Per sbarcare il lunario cominciai a scrivere canzoni per altri, Bongusto, Michele Pecora, Fiordaliso, Stefano Sani. Ma io restavo nell´ombra. Mi volevano solo come autore. Non credevano nella mia voce, e soprattutto nella mia faccia. Un giorno, mentre facevo anticamera per parlare col direttore generale, dalla porta semiaperta lo sentii dire: "Mandatelo a casa, tanto questo non andrà da nessuna parte". Piansi tutta la notte: ero sposato, avevo già una figlia. Devi trovarti un lavoro serio, mi dissi, le 150 mila lire delle serate non bastano più». Si giocò l´ultima carta con un viaggio a San Francisco. Un amico che vendeva jeans gli passò un biglietto aereo vinto con un concorso della Levi´s. «Lì mi misi alla ricerca di Corrado Rustici, e grazie a lui e Narada Michael Walden, che mi fece registrare gratis nel suo studio, tornai a casa col mio bel nastrino che conteneva anche Donne. Lo mandai a tutte le case discografiche usando il nome del mio benefattore. Il primo a chiamarmi fu proprio quello che mi aveva fatto fuori. Non aveva capito che ero io». Oggi Adelmo "Zucchero" Fornaciari, 52 anni da compiere il prossimo 25 settembre, 15 milioni di copie vendute nel mondo, ha una bella storia da raccontare: dall´oratorio alla Carnegie Hall. «Non ho mai sognato di diventare una rockstar. Non avevo poster di Elvis o dei Beatles in camera mia. Volevo fare dischi e tournée, essere un onesto musicista a tempo pieno. Invidiavo B. B. King, mica Mick Jagger. Sono un impiegato della musica io, entro in studio la mattina alle dieci e ci sto fino all´ora di cena. Non sono di quelli che scrivono la canzone fulminante in un raptus, alle quattro del mattino». Nessun artista italiano ha mai collaborato con tante star del rock e del jazz nella sua carriera. Zucchero ha avvicinato i più grandi, e con quasi tutti è riuscito a duettare. All´inizio sembrò una smania provinciale. «Qualcuno scrisse, non capisco perché Miles Davis abbia suonato con lui, gli avrà regalato una Ferrari. Ma se ancora non avevo neanche gli occhi per piangere! Miles cadde dal cielo. Ero alle Maldive con mia moglie, ci eravamo appena separati, cercavamo di rimettere insieme i pezzi. Mimmo D´Alessandro, che era il promoter di Davis in Italia, era in macchina col trombettista mentre andava il mio disco. Quando arrivò Dune mosse, Miles borbottò: "Chi è questo? Voglio suonare con lui". Mimmo mi chiamò alle quattro del mattino. Manco a dirlo, interruppi la vacanza e il matrimonio andò definitivamente a rotoli». La passione di Adelmo nacque in parrocchia, i nostri sacerdoti non sapevano ancora che il blues era la musica del diavolo. «Andavo a fare il chierichetto nella chiesa di Roncocesi, vicino a casa mia, per sdebitarmi col prete, che mi faceva usare un organo a due tastiere bellissimo, a mantice, dove imparai a suonare le canzoni dei Procol Harum. Nella canonica, dove andavamo a giocare a pallone, io e altri tre miei compagni organizzavamo dei minispettacoli. Avevo l´età di Blu, e già ero capace di fare le imitazioni, la mia specializzazione era Ruggero Orlando: "Qui Nuova York vi parla…". Poi iniziarono gli anni duri, le balere, lo sfruttamento. Il nostro tastierista morì in un incidente stradale a cinquecento metri da casa, la notte di Capodanno. Eravamo malpagati e alla fine i nostri sogni andarono in fumo, letteralmente: nell´incendio doloso di un locale perdemmo il nostro impianto nuovo di zecca, luci comprese. Piangemmo come vitelli quella notte, avevamo tutte le cambiali ancora da pagare. Durante il funerale di Luciano, l´altro giorno, mi è tornata in mente la cooperativa di Roncocesi dove facevano ascoltare Verdi e Puccini. Le donne che la domenica mattina impastavano cantando arie d´opera, mia nonna Diamante davanti al grammofono e mio nonno Cannella che andava a teatro d´inverno, con la nebbia e il tabarro, ma non al Regio, non se lo poteva permettere, al circolo o nei teatrini di paese. Io non capivo, mi piaceva il blues, ma quella musica era nell´aria. Modena, Parma, Reggio Emilia… Lì si cresce in mezzo all´opera». La sera dopo il funerale di Luciano Pavarotti, Zucchero, Bono, The Edge e le loro signore hanno cenato al Club Europa con Nicoletta Mantovani, ricordando gli anni del "Pavarotti & friends", che ogni anno veniva concertato proprio lì. Di fronte al primo rifiuto del maestro di cantare Miserere, Zucchero finse di gettare nel fuoco il nastrino della canzone. «Poi l´abbiamo incisa e mi ha ringraziato», ricorda il cantante, che è stato complice della conversione pop di Big Luciano. «Era diventato parte della famiglia. Quando Nicoletta gli proponeva le liste dei cantanti da coinvolgere nel progetto, lui chiamava me, si consigliava. Storpiando tutti i nomi, naturalmente. "Che dici lo facciamo venire questo Bubi Bobi Babi… Bavi, come si chiama? David Bowie? Sì, proprio lui. Gli dissi: "Dovresti fare You Are So Beautiful con Joe Cocker". "Cocker?" "Sì… Boh… Dici? Ma chi è? Dài mandami un nastrino che sento qualcosa"». Lo imita talmente bene, spalancando gli occhi e gesticolando come faceva il maestro, che riesce anche a somigliargli fisicamente. «Quanto coraggio mi ha dato Luciano», esclama. «Era umile e dinamico, a casa sua era un continuo fare progetti: dài, vieni qua, che chiamiamo Bono. Con il "Pavarotti & friends" era rinato. Tutti avrebbero pagato oro per duettare con lui. Bryan Adams mi disse: "Mio padre mi ha preso sul serio come cantante solo quando mi ha visto sul palcoscenico con Pavarotti". Ricordo una cena nel suo appartamento a Central Park, lui ai fornelli. Tira fuori due borse portate dall´Italia zeppe di sughi, spaghetti, salami, i ciccioli di cui andava matto e il lambrusco. "Non toccare quel salame, s´inizia a mangiare tutti insieme", ordinava. Era come stare in una famiglia d´altri tempi. Io lo guardavo incredulo: un gigante dell´opera lì a scolar la pasta. Che tenerezza, lo rivedo ancora dopo cena che sonnecchia in poltrona col suo grosso sigaro e un bicchierino di Varnelli. Con Bono, abbiamo ricordato quella volta che eravamo con lui sull´elicottero militare dell´Onu che ci portava all´inaugurazione della scuola musicale di Mostar. A un certo punto s´incomincia a ballare tra le nuvole. Luciano affonda le mani nella borsa. Pensiamo: cercherà delle pastiglie per il mal d´aria. Invece tira fuori una punta di parmigiano: "Questo viene da Reggio!", esclama, e comincia a distribuirne a tutti. Adesso che Luciano è morto, non farò duetti per un bel po´. Neanche alla Carnegie Hall».