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 2007  settembre 16 Domenica calendario

«Tra le 10.10 e le 10.15 non si spara più su tutto il fronte del Gianicolo meno che a Porta S.Pancrazio dove si combatte ancora perché qui non è giunto alcun ordine di cessare il fuoco

«Tra le 10.10 e le 10.15 non si spara più su tutto il fronte del Gianicolo meno che a Porta S.Pancrazio dove si combatte ancora perché qui non è giunto alcun ordine di cessare il fuoco. Alle 10.15 il capitano Roversi, che sta difendendo con tenacia la postazione al comando di due compagnie pontificie, vede arrivare a spron battuto un dragone a cavallo diretto verso di lui in una nuvola di polvere. Il soldato gli consegna un biglietto firmato dal comandante del settore, dove è scritto: "Alzi bandiera bianca". Già, ma dove prenderla, dove recuperare una bandiera bianca? Nessuno ce l´ha. Roversi non sa come obbedire a quell´ordine…». Il dragone a cavallo che arriva in una nuvola di polvere, una bandiera bianca che non si trova… Sembra di stare in un film di Monicelli. E invece no, stiamo nella storia. In una pagina importante della nostra storia. Sono infatti le 10.15 del 20 settembre 1870, e mentre il capitano Roversi si affanna a cercare qualcosa che assomigli ad una bandiera bianca i primi bersaglieri attraversano di corsa, in una nuvola di polvere e di confusione, la breccia di Porta Pia, ed entrano a Roma finalmente capitale d´Italia. Antonio Di Pierro ricostruisce con la documentazione e l´intelligenza dello storico unite allo scrupolo del grande cronista "l´ultimo giorno del Papa Re". Una giornata che comincia nella notte tra il 19 e il 20 settembre, quando le tre divisioni al comando del generale Cadorna si dispongono finalmente attorno alle porte della città, e si conclude alla mezzanotte successiva, con i romani in festa, gli ufficiali piemontesi che occupano il caffè Giglio, sul Corso, e lo ribattezzano Caffè Cavour, Edmondo De Amicis che, con l´amico Ugo Pesci, riesce a saltare su una "botticella" e farsi portare fino al Colosseo, mentre a S.Pietro, ammassati sulla piazza, gli sconfitti cantano in coro l´Inno a Pio IX. E sulla cupola sventola ancora la bandiera bianca. L´esito dello scontro tra i 50.000 piemontesi e i 10.000 uomini al servizio del Papa si poteva considerare scontato. Giocava a favore dell´Italia non solo la sproporzione delle forze ma soprattutto la favorevole situazione internazionale: Napoleone III, gran protettore di Pio IX, è già stato sconfitto a Sedan e a Parigi sta per essere proclamata la Repubblica. Pio IX non ha più sostenitori. Ma, nonostante le condizioni favorevoli sul piano militare come su quello politico, nel campo dei piemontesi dominano l´incertezza e la confusione. Non si capisce, come racconta senza indulgenze Di Pierro, chi comanda davvero, a chi spetta prendere le decisioni politiche e quelle logistiche. Il ministro della Guerra pretende di decidere da Firenze, sede del governo, la dislocazione delle truppe e l´itinerario da seguire per arrivare sotto le mura di Roma: se dalla riva sinistra del Tevere, o dalla destra... Il generale Cadorna ha sull´argomento le sue opinioni, le prospetta al ministro ma alla fine non può che subirne la decisione. E, disciplinatamente, glielo comunica. Ma il giorno dopo il ministro ci ripensa, cambia la decisione già presa, convoca il generale a Firenze, e quando quello arriva poi non lo riceve… Anche qui insomma sembra di stare in un film di Monicelli anziché nella storia. La verità è che il ministro della Guerra sta diventando matto e che dunque va sostituito. Intanto il Re, prima di dare il via all´operazione militare, vuole fare un ultimo tentativo di composizione diplomatica. Da Firenze parte dunque un autorevolissimo messaggero che consegnerà al Pontefice una lettera con la quale Vittorio Emanuele «con affetto di figlio, con fede di cattolico, con animo di italiano» chiede che le sue truppe possano entrare pacificamente in città. Il Papa, durissimo, liquida il messo del Re con queste parole: «Io non sono profeta, né figlio di profeta ma in verità vi dico che non entrerete in Roma». Fallita la composizione diplomatica e insediatosi il nuovo ministro della Guerra, il piano militare può finalmente partire. Domenica 11 settembre dunque le truppe italiane muovono verso i confini dello Stato pontificio. Ma permane, insanabile, il contrasto tra il generale Cadorna e il nuovo ministro della Guerra: il problema è sempre lo stesso, se si debba entrare a Roma dalla parte destra del Tevere (dove imperversa la malaria) o dalla parte sinistra (dove mancano sufficienti punti di approvvigionamento). E quando finalmente l´armata italiana arriva in vista della città, il ministro ordina a Cadorna di fermarsi e di mandare un messo a Roma per chiedere il libero ingresso delle truppe, e intanto di predisporre il passaggio del Tevere dalla riva destra alla riva sinistra. La missione di pace non ha successo. Ha più successo, per fortuna, il passaggio delle truppe dalla riva destra a quella sinistra del Tevere, su un ponte di barche all´altezza di Grottarossa. Esaurito il nuovo tentativo di conciliazione, l´ultima parola passa finalmente a Cadorna. la notte tra il 19 e il 20 settembre. Se grande è la confusione nel campo dei piemontesi, non minore è la confusione in Vaticano. E grande l´incertezza sul da farsi. Bisognerà prevedere una resistenza puramente simbolica, sufficiente per certificare di fronte all´Europa che il sommo pontefice è stato vittima di una aggressione? O invece sarà più opportuno resistere presidiando l´intero Stato pontificio? E se fosse meglio concentrare le esigue truppe pontificie dentro Roma? E anche in Vaticano non si sa bene chi comanda. Se il cardinal Antonelli, segretario di Stato, o il capo di Stato Maggiore Fortunato Rivalta, o il generale Hermann Kanzler proministro delle armi e comandante supremo dell´esercito pontificio. Tutto il mese di agosto passerà dunque, racconta il nostro storico, tra allarmi, rassicurazioni e decisioni contrastanti. Il clima cambia quando si saprà che uno dei generali piemontesi, posto al comando dei reparti che si stanno formando a Orvieto, si chiama Nino Bixio, un ex volontario garibaldino che ha già combattuto contro il Papa, uno dei protagonisti della Repubblica romana del 1849. Il 6 settembre l´ufficiale Giornale di Roma riporterà dettagliatamente la notizia della battaglia di Sedan. Fino ad allora solo gli ambienti di corte e alcuni gruppi di aristocratici legati alle ambasciate straniere sapevano della sconfitta di Napoleone III e della proclamazione della Repubblica. Il 7 settembre il generale Kanzler va a colloquio dal Papa per aggiornarlo sulla situazione e subito dopo chiama a rapporto tutti gli ufficiali responsabili della difesa di Roma. Il 12 settembre su tutte le cantonate viene affisso un proclama del generale Kanzler che dichiara lo stato d´assedio. Cinque giorni dopo vengono chiuse e protette le porte della città, dalle quali passavano d´abitudine ogni mattina all´alba i vetturali che portavano ai romani vino verdura frutta e notizie fresche sugli spostamenti delle truppe piemontesi. Sui palazzi abitati dal corpo diplomatico vengono issate le bandiere dei rispettivi Stati. Chi aveva una terrazza invitava gli amici a cena, per avvistare con un binocolo nell´ora del tramonto le truppe italiane. Eppure in Vaticano non tutti ancora sono convinti dell´imminenza dell´attacco. «La Roma di certi salotti», scrive Di Pierro, «ancora fino a poche ore dal 20 settembre era come imbambolata, quasi non volesse con ostinazione guardare la realtà… Al Palazzo della Consulta, i cardinali giocano alla calabresella quando mancano ormai poche ore all´attacco». L´attacco scatterà la mattina del 20, all´alba. Per la precisione alle 5.15. Ma i primi a sparare, cinque minuti prima, sono gli uomini della fucileria papalina. E la prima vittima della giornata è un artigliere italiano, il caporale Michele Plazzoli. Poi comincia la battaglia. Il fronte principale, racconta il nostro cronista, è quello tra Porta Pia e Porta Salara (l´attuale Porta Pinciana), ma si spara anche ai Tre Archi, sul fronte di Porta S.Giovanni, e più a sud, verso Porta Latina e Porta S.Sebastiano. Sulla riva destra del Tevere il generale Nino Bixio sta schierando le sue truppe che dopo aver percorso Via della Nocetta puntano su S.Pancrazio e sul Gianicolo. I primi a sparare, anche qui, sono gli artiglieri pontifici. Ma le batterie di Bixio rispondono, colpo su colpo. Pio IX dalle 5 del mattino è chiuso nel suo studio privato. «Non c´è bisogno che qualcuno gli porti la notizia ufficiale che si è cominciato a combattere sotto le sue finestre. La cattiva novella viaggia alla velocità del suono con le cannonate che fanno tremare non solo i vetri della sua stanza, ma tutte le pareti, il pavimento, la sua scrivania. Anche il cuore del Santo Padre è in tumulto. Il generale garibaldino, nemico dichiarato della Chiesa di Roma, ha cominciato il suo attacco frontale… Il bombardamento acquista una tale intensità e produce un fragore così forte da essere udito distintamente dall´altra parte della città, fino a S.Maria Maggiore… In Vaticano intanto è un via vai frenetico di prelati, di dignitari, militari, inservienti, impiegati, ambasciatori… Le stanze e i punti strategici dei palazzi vaticani brulicano di soldati e ufficiali che per compito istituzionale sono destinati alla difesa della persona del pontefice… Intanto si sono fatte le 7 e il papa non sa ancora, dopo quasi due ore di combattimento, qual è il quadro della situazione» La battaglia infuria attorno a Porta Pia, ai Tre Archi, a S.Giovanni, a Porta S.Sebastiano, a Villa Pamphili, al Casino dei Quattro Venti. Dovranno passare ancora alcune ore prima che in Vaticano si decida di alzare bandiera bianca. Nessuno è sceso in campo per difenderlo. Nemmeno le grandi famiglie. «Il principe Doria, osserva con amarezza il Pontefice, ha alzato sul suo palazzo una bandiera inglese, nella speranza di essere risparmiato da un eventuale assalto delle truppe italiane». Alle 9.40, dopo essersi consultato con il cardinal Antonelli, Pio IX decide che è giunto il momento della resa e ordina di far innalzare una bandiera bianca sulla cupola di S.Pietro. Ma naturalmente gli scontri continuano. «Tutta l´area che va da Porta Salara alla Breccia», racconta il nostro cronista, «è ormai una enorme piazza d´armi, un carnaio, un brulicare di soldati che avanzano a spintoni e gomitate, tra urla, imprecazioni, spari. La confusione è al massimo livello. La colonna italiana di destra, partita all´assalto della breccia da Villa Albani, si è scontrata con la colonna centrale uscita da villa Falzacappa, diretta verso il medesimo obiettivo… Un numero troppo alto di soldati si è trovato nello stesso momento di fronte all´area della breccia… Così lungo le mura, alla destra e alla sinistra del varco aperto a cannonate, si forma una folla di uomini che preme, ansiosa di conquistare Roma. Un´occasione d´oro per i pontifici che dagli spalti sparano sul mucchio mietendo vittime su vittime…» .  un carnaio, ma finalmente gli uomini di Cadorna e del Re entrano nella città che dovrà essere la capitale d´Italia. Ed è, per questi primi soldati italiani una profonda delusione. Dove sono le fontane, le piazze, le statue, i monumenti di cui hanno sentito parlare? Via di Porta Pia è una strada polverosa di campagna, tra orti e vigne, qualche casale diroccato e alte mura e inferriate che nascondono e proteggono le ville. Questa è dunque Roma? Un giornalista, Vittorio Bersezio, direttore della Gazzetta piemontese, racconta: «Fa impressione vedere accumulati agli angoli delle vie, anche le principali, mucchi enormi di immondizie, rottami e tritumi di ogni genere, una miscela di ogni reliquia, d´ogni sconcezza, schifosa alla vista, orribile all´olfatto». Un altro giornalista, Ugo Pesci, inviato del Fanfulla di Firenze, segue la folla entusiasta che, a notte, si è raccolta su Via del Corso e manifesta per chiedere la liberazione dei detenuti politici. Alla fine, sfinito, si rifugia nel nuovo Caffè Cavour e qui incontra Edmondo De Amicis, inviato della rivista Italia Militare, entrato a Roma con la brigata Bologna. Ormai è notte, ma nonostante la stanchezza vogliono almeno vedere il Colosseo. Riescono a trovare una "botticella", la tipica carrozza romana. «Il bottaro», racconta Pesci, «voleva darci per forza delle nozioni archeologiche nelle quali la immaginazione superava la dottrina. Noi stentavamo a capirlo mentre la botte sobbalzava sopra le grandi pietre quadrate che lastricano la Via Sacra. Alla fine abbiamo visto, in fondo, una gran massa nera, enorme, i contorni della quale si confondevano nella oscurità della notte». Non si vedeva altro. Era il Colosseo.