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 2007  settembre 16 Domenica calendario

ROMA - Un vero e proprio tesoro in fondo al mare. Enormi miniere degli abissi, con oro, argento, diamanti, rame e molto altro ancora

ROMA - Un vero e proprio tesoro in fondo al mare. Enormi miniere degli abissi, con oro, argento, diamanti, rame e molto altro ancora. Dopo vari esperimenti e tante discussioni sulle reali possibilità di sfruttamento dei depositi minerari oceanici, una società canadese, la Nautilus Minerals Inc., ha dato il via alla prima estrazione di campioni di rocce da sfruttare industrialmente. Da metà giugno ad oggi ha lavorato al largo della Papua Nuova Guinea dove ha perforato 92 pozzi dai quali sono state portate alla luce "carote" di rocce per un totale di 879 metri. Il 40 per cento dei pozzi ha mostrato la presenza di campioni altamente mineralizzati. I risultati vanno oltre le migliori aspettative. La Nautilus è la prima Società mineraria che si propone di sfruttare commercialmente gli oceani per estrarre soprattutto rame, oro, zinco e argento. Ha già ottenuto la licenza per studiare ed eventualmente sfruttare circa 300.000 chilometri quadrati di fondali oceanici compresi tra la Papua Nuova Guinea, le Isole Fiji, Tonga, le Isole Salomone e la Nuova Zelanda. Fin dai primi campioni portati in superficie nell´area chiamata "Solfara 8" si era trovato un contenuto in oro compreso tra i 16,9 e i 18,1 grammi per tonnellata, in argento tra i 217 e i 404 g/t e possedevano dal 6,1% fino al 34% di rame, dal 32,5% fino al 50,7% di zinco. Spiega David Heydon co-responsabile della Nautilus: «Ciò conferma l´esistenza di sistemi minerari con un´elevata concentrazione di oro, rame e zinco come ci avevano predetto i test degli anni scorsi». Ma data la vastità degli oceani dove si concentrano attualmente le ricerche minerarie? «L´interesse delle industrie converge in particolare attorno ai "fumatori neri"», spiega Maurice Tivey del Woods Hole Oceanographic Institution, il quale ha partecipato alle ricerche scientifiche condotte dalla Nautilus. I "fumatori neri" vennero scoperti proprio 30 anni fa nelle vicinanze delle isole Galápagos dalla Noaa (National Oceanic and Atmospheric Administration), quando furono osservati usando il sommergibile Alvin. Si tratta di sorgenti idrotermali, di solito raggruppati in aree di diverse centinaia di metri quadrati, che si trovano sui fondali degli oceani. Si formano quando acqua estremamente calda, anche oltre i 400° centigradi (non bolle a causa dell´elevata pressione cui è sottoposta), giunge dall´interno della crosta terrestre e sbocca sul fondo oceanico. Quell´acqua è ricca in minerali, principalmente solfuri, che strappa percorrendo le rocce della crosta. Quando giunge sul fondale marino, i minerali cristallizzano creando camini alti anche diversi metri. Secondo il Wall Street Journal la Nautilus avrebbe identificato aree di sfruttamento tali da permettere di portare in superficie 150.000 tonnellate di rame all´anno e 11 tonnellate d´oro a partire dal 2010. In questa prima fase di sfruttamento, la Nautilus ha utilizzato due navi da ricerca: l´Aquila, lunga 50 metri e la Wave Mercuri da 141 metri. La prima è stata utilizzata per identificare le aree più adatte all´esplorazione, scandagliando il fondo marino con sonar. La seconda, invece, depositava in mare due rover sottomarini in grado di estrarre campioni di roccia lunghi anche 17 metri. Con l´operazione di questa estate che si concluderà alla fine di settembre si è entrati nella vera fase dello sfruttamento degli oceani, dopo che la De Beers, la più grande impresa al mondo che cerca diamanti, li draga davanti alle coste della Namibia e la Preussag estrae oro dalle acque di fronte all´Alaska. Ma in entrambi i casi i minerali giungono dal continente portati dalle acque correnti. I minerali estratti dalla Nautilus, invece, si formano direttamente nelle profondità oceaniche. Unica voce contraria a tutto ciò è una ricerca condotta dall´Onu alcuni anni fa, secondo la quale una miniera marina può "inaridire" 500 chilometri quadrati di fondali. Anche se tali fondali non possiedono grandi quantità di vita, il problema non è comunque da sottovalutare. LA REPUBBLICA, 16/9/2007 DAVIDE CARLUCCI ROMA - A milleduecento metri di profondità, al largo di Santa Maria di Leuca, c´è un tesoro che ora l´Europa vuole studiare. Venti chilometri quadrati di coralli bianchi che le associazioni ambientaliste come il Wwf e gli stessi ricercatori chiedono di trasformare in un sito d´importanza comunitaria, un´area protetta sottomarina. A scoprirli, catturandone le immagini attraverso telecamere filoguidate, è stata un´équipe di studiosi di quattro università (Milano-Bicocca, Bari, Napoli-Parthenope e Catania), del Cnr di Bologna e dell´Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia. Una nave francese, la "Pourquoi pas", approfondirà le ricerche per datare i coralli e studiare i mutamenti climatici nel Mediterraneo. Una cordata di ricercatori di tutt´Europa, inoltre, ha presentato un progetto per studiare le formazioni coralline come nursery di pesci e crostacei. Ma i coralli nel Mediterraneo corrono seri pericoli. A lanciare l´allarme sono i ricercatori spagnoli di Oceana e la fondazione Zegna, che hanno presentato un rapporto nel quale si prevede, nei prossimi anni, la riduzione della capacità dei coralli di costruire i propri scheletri calcarei "fra il 40 e l´80 per cento". Le specie da preservare sono 200, minacciate dall´aumento delle temperature. Ma anche da inquinamento e impiego di reti a strascico per la pesca. Ma è proprio alle reti che "arano" il mare, paradossalmente, che si deve il ritrovamento dei primi coralli a Santa Maria di Leuca, 5 anni fa. « sorprendente che i coralli si siano mantenuti in vita - spiega Cesare Corselli, l´oceanografo che coordina le indagini - anche a temperature così elevate, di 13 gradi e non di 10, come avviene negli oceani. Noi temiamo, però, che un ulteriore innalzamento delle temperature possa pregiudicare le specie. E soprattutto, temiamo la pesca a strascico. Di qui la proposta di istituire l´area marina protetta».