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 2007  settembre 16 Domenica calendario

Avevo incontrato Clinton all´inizio di dicembre, quando era già presidente eletto ma non si era ancora trasferito a Washington, per cui vederlo aveva significato prendere l´aereo fino a Little Rock, nell´Arkansas

Avevo incontrato Clinton all´inizio di dicembre, quando era già presidente eletto ma non si era ancora trasferito a Washington, per cui vederlo aveva significato prendere l´aereo fino a Little Rock, nell´Arkansas. Mentre attendevo nell´anticamera, non ero sicuro di che cosa aspettarmi. Avevo sentito che il neopresidente era sempre in ritardo, per cui mi ero portato alcuni rapporti economici da leggere, cosa che feci per circa venti minuti, finché Clinton non apparve. «Signor presidente», disse, avanzando verso di me a grandi passi, sorridendo e tendendomi le mani. Capii perché fosse un grande politico popolare. Riuscì a farmi davvero credere che non vedesse l´ora di incontrarmi. Durante la campagna elettorale, aveva delineato un programma economico vasto e ambizioso. Voleva ridurre le tasse per il ceto medio, dimezzare il deficit federale, stimolare la crescita dell´occupazione, aumentare la competitività degli Stati Uniti tramite nuovi programmi di formazione e istruzione, investire sulle infrastrutture e altro ancora. Avevo seguito e preso parte a troppe campagne elettorali; i candidati promettevano qualcosa a tutti. Mi chiedevo quali fossero le vere priorità di Clinton. Lui dovette leggermi nel pensiero, perché una delle prime frasi che pronunciò fu: «Dobbiamo fissare le nostre priorità economiche e mi interessa il suo punto di vista al riguardo». Dissi a Clinton che (...) il percorso verso un futuro benefico consisteva nell´abbassare la traiettoria a lungo termine del disavanzo federale. Con grande gioia, constatai che Clinton era seriamente impegnato. Si mostrò coinvolto dal mio senso di urgenza e mi pose parecchie domande intelligenti che i politici di solito non fanno. Il nostro incontro, che doveva durare un´ora, si trasformò in una vivace discussione che proseguì per almeno tre ore. Dopo un po´ gli assistenti ci portarono il pranzo (...) Così, il sassofono non era l´unica cosa che avevamo in comune. Avevo di fronte un cacciatore di informazioni che chiaramente amava esplorare le ipotesi, proprio come me. Me ne andai favorevolmente impressionato, ma non del tutto sicuro di quello che pensavo. Per intelligenza, Clinton era alla pari con Nixon che, nonostante gli evidenti difetti, era il presidente più intelligente che avessi incontrato fino ad allora. O condivideva molte mie opinioni sull´evoluzione del sistema economico e sulle azioni da intraprendere, oppure era il più astuto camaleonte che avessi mai conosciuto. Rientrato a Washington, confidai a un amico: «Non so se cambierei il mio voto, ma mi sento rassicurato». Quella sensazione fu confermata la settimana successiva, quando il presidente presentò la squadra economica. Mi colpì il fatto che Clinton non cercasse di eludere la realtà, come generalmente fanno i politici. Si sforzava di affrontare l´evidenza delle prospettive economiche e della politica monetaria. La sua decisione di difendere la riduzione del deficit fu un atto di coraggio politico. Per lui sarebbe stato molto facile scegliere l´altra strada, e nessuno se ne sarebbe accorto per un anno, due o forse persino tre. Tutto ciò mi convinse che il nostro nuovo presidente era capace di assumersi dei rischi e non si accontentava di lasciare le cose come stavano (...) Clinton fu spesso tacciato di essere incoerente e di sposare entrambi i lati di un dibattito, ma ciò non fu mai vero per quanto riguardava la politica economica. La capacità di concentrarsi costantemente e disciplinatamente sulla crescita a lungo termine divenne una caratteristica della sua presidenza. *** Durante l´amministrazione Bush, in particolare dopo l´11 settembre, passai più tempo alla Casa Bianca di quanto avessi mai fatto prima nella mia carriera alla Federal Reserve (...) Ero tornato a fare il consulente (...) La presidenza Bush si rivelò molto diversa dalla reincarnazione dell´amministrazione Ford che avevo immaginato. Qui le operazioni politiche erano di gran lunga dominanti. Come presidente della Fed ero una forza indipendente, ed ero nell´ambiente già da un po´, ma di certo non mi qualificavo come appartenente alla cerchia più interna, né volevo esserlo... Appena un mese dopo la mia opposizione alla sua affermazione riguardo la necessità di un altro taglio alle tasse, annunciò l´intenzione di nominarmi per il quinto mandato alla presidenza della Fed. Mi colse di sorpresa: il mio incarico sarebbe terminato solo un anno dopo (...) La mia maggiore frustrazione rimaneva la mancanza di volontà del presidente di esercitare il veto contro le spese incontrollate. Non molto tempo fa ho avuto occasione di verificare il cambiamento nello stato fiscale degli Stati Uniti dal gennaio 2001, quando entrò in carica l´amministrazione. La previsione del debito pubblico per la fine del settembre 2006 era di 1200 miliardi di dollari. Le uscite reali erano di 4800 miliardi, una differenza piuttosto significativa. A dire il vero, una parte ingente dell´ammanco nel gettito era dovuta all´erroneo giudizio del Congressional Budget Office sull´imminente deficit dei capital gain e di altre imposte relative al declino del mercato azionario. Ma nel 2002 era già cosa nota all´amministrazione e al Congresso, che modificarono ben poco il loro approccio a tale politica (...) Il resto dell´ammanco era imputabile alla politica: riduzione delle tasse e incremento delle spese. Il costo della guerra in Iraq e delle misure antiterrorismo non spiegava però il disavanzo. Le uscite nel settore civile, i cosiddetti «costi discrezionali» non legati alla difesa, aumentarono ben al di là di ogni previsione fatta ai tempi del surplus all´inizio del nuovo millennio. Mentre nel 2004 l´amministrazione e il Congresso aprivano la strada a un deficit federale di oltre 400 miliardi di dollari, i repubblicani cercavano invece di razionalizzare l´abbandono dell´ideale liberista di piccolo governo (...) Per molti leader politici l´obiettivo principale divenne alterare il processo elettorale per creare un governo repubblicano permanente. Lo speaker della Camera Hastert e il leader della maggioranza Tom DeLay sembravano inclini ad allentare il controllo sulle finanze federali ogni volta che fosse necessario per aggiungere qualche componente alla maggioranza repubblicana (...) Il Congresso era troppo occupato a rimpolparsi. Ci fu un abuso incredibile di stanziamenti, mentre i politici esercitavano il loro potere di indirizzare la spesa verso progetti particolari, situazione che portò agli scandali delle lobby e della corruzione del 2005 (...) Gli stanziamenti diventano come canarini in una miniera quando si tratta di annientamento della disciplina fiscale. E i canarini sembrano stare piuttosto male in quelle condizioni. Dopo che i repubblicani persero il controllo del Congresso, nelle elezioni del novembre 2006, l´ex leader della maggioranza repubblicana alla Camera, Dick Armey, pubblicò un articolo particolarmente significativo sul Wall Street Journal. Il titolo era «Fine della rivoluzione», e tornava sulla vittoria repubblicana del 1994 al Congresso. La nostra principale domanda in quegli anni era: come riformare il governo e restituire il denaro e il potere al popolo americano? Alla fine, gli innovatori politici e lo «spirito del 1994» furono in larga misura sostituiti dai burocrati politici spinti da una visione ristretta. Il loro interrogativo divenne: come fare a mantenere il potere politico? L´atteggiamento generico e gli scandali che finirono con il caratterizzare la maggioranza repubblicana nel 2006 furono una conseguenza diretta di quella sostituzione. Armey aveva perfettamente ragione. I repubblicani al Congresso persero la retta via. Abbandonarono i principi a favore del potere. Alla fine non ebbero né gli uni né l´altro. Meritavano di perdere.