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 2007  settembre 16 Domenica calendario

Il terzo miracolo di Cana, dopo quello di Cristo che trasformò l’acqua in vino, e quello del Veronese che tra il 6 giugno 1562 e il 6 ottobre 1563 dipinse la scena evangelica per il refettorio benedettino di San Giorgio Maggiore a Venezia, è quello dell’«antifalsario» del XXI secolo Adam Lowe

Il terzo miracolo di Cana, dopo quello di Cristo che trasformò l’acqua in vino, e quello del Veronese che tra il 6 giugno 1562 e il 6 ottobre 1563 dipinse la scena evangelica per il refettorio benedettino di San Giorgio Maggiore a Venezia, è quello dell’«antifalsario» del XXI secolo Adam Lowe. Questo artista digitale, che curiosamente ha studiato alla Ruskin School di Oxford (il critico John Ruskin fu il più tenace difensore dell’«originale» nell’arte), ha riprodotto per la Fondazione Cini la tela del Veronese portata in Francia (facendola a strisce) dai commissari di Napoleone l’11 settembre 1797 e conservata al Louvre, dove i turisti gli danno le spalle mentre fotografano la «Gioconda». Lowe ha scattato 2.700 immagini al quadro e ha riprodotto digitalmente i 70 metri quadrati di telero del Veronese ottenendone una «copia» in tutto identica, che questa settimana è stata collocata sulla parete del refettorio palladiano per la quale era stata realizzata. Lowe è diventato così il braccio esecutivo del pensatore Walter Benjamin: ha riprodotto tecnicamente (clonato) un’opera, indistinguibile per l’occhio umano dall’originale. L’ha forse privata dell’«aura» sacrale dell’originale ma, come diceva Benjamin, l’ha anche «emancipata dal suo originario contenuto parassitario fondato sul rituale », ovvero sullo spiritualismo. Ed ora gli esperti si interrogano: quale è il vero Veronese, quello al Louvre decontestualizzato o quello di San Giorgio nella sua autentica architettura? E si interrogano anche sulla possibilità di utilizzare questa sofisticata forma riproduttiva al posto di prestiti per mostre e restituzioni, mandando in pensione il fascino dell’originale ad ogni costo. Vedendo l’opera montata nel refettorio, il collezionista di Palazzo Grassi François Pinault ha usato una battuta per sottolineare la somiglianza con l’originale: «Come avete fatto a convincere Sarkozy a ridarlo? ». Salvatore Settis ha tematizzato la stessa impressione parlando di quadro indistinguibile dall’originale e inserito nel suo contesto, aspetto che spinge a chiedersi «dove sia oggi l’originale delle "Nozze di Cana"». Per l’antropologo Pasquale Gagliardi, segretario della Fondazione Cini, l’originale è paradossalmente quello di San Giorgio. «Questa tela è indistinguibile dall’altra. Io non vorrei nemmeno riavere quella del Louvre, perché questa può rimanere inalterata mentre quella, tra cent’anni, sarà rovinata, da restaurare...». Poi c’è da considerare il valore d’uso di un’opera. «Possiamo utilizzare il refettorio anche per organizzare cene, come pensato da Veronese e Palladio. Non lo scuote la perdita d’«aura» dell’originale. «L’aura e la magia dell’originale sono una costruzione sociale. Nella scultura si sostituiscono gli originali con copie per preservarli ». E aggiunge: «Con l’Unesco abbiamo un appuntamento; alla luce di questa operazione si potrebbero rivedere le politiche sul rimpatrio dei dipinti». Anche lo storico dell’arte Carlo Bertelli esprime il suo «favore all’operazione, perché non è possibile ottenere la restituzione. La tela combinava perfettamente con l’architettura; quella che c’era sino adesso, di Tintoretto e scuola, non c’entrava nulla. La tela originale, invece, ormai fa parte del Louvre e sarebbe senza senso portarla qui». Sull’estendibilità dell’operazione è più cauto. «Qui il problema era vedere insieme Palladio e Veronese, e si è rimediato a una ferita. Poi valuterei caso per caso». Ma può essere una soluzione utile anche per le mostre: «Ad Arezzo ho fatto un esperimento: ho esposto la "Flagellazione" di Piero con una lettura virtuale dettagliata, che ha avuto un successo enorme. Molti mi hanno scritto che si è imparato più dalla simulazione che se si fosse portato l’originale». Addio all’originale? Qualche cautela viene da Vittorio Sgarbi e Philippe Daverio. «L’originale era in rapporto all’architettura del convento – afferma Sgarbi ”, in questo senso l’opera di Lowe restituisce qualcosa, completa e integra. Si tratta di una ricostruzione scenografica, più intellettuale che artistica. Insomma, un risarcimento visivo». «Ci troviamo di fronte a due realtà diverse di Veronese, entrambe aliene all’originarietà: una quella museale del Louvre, decontestualizzata e l’altra, quella architettonica di San Giorgio, con riproduzione del dipinto. Sono due tentativi di ricerca dell’originale». Il montaggio di una delle dieci parti in cui è stata riprodotta l’opera. Nell’immagine grande Adam Lowe osserva il risultato *** Le operazioni di registrazione con fotocamera digitale del dipinto (2.700 scatti) sono state eseguite al Louvre a fine 2006; un rilievo laser è stato utilizzato per riprodurre le asperità del dipinto. Nel Laboratorio Factum Arte di Madrid è stata poi elaborata una mappa digitale (con centinaia di campioni colore) e riprodotta l’immagine con un particolare scanner. Questa è stata fissata su una tela di lino irlandese con sopra colla animale e gesso, come fece il Veronese. Quindi i ritocchi fatti a mano. Le tela di 70 metri quadrati, divisa in 10 pezzi con tagli invisibili, è stata quindi montata a San Giorgio, a Venezia, dove ora è visitabile.