Federico Fubini, Corriere della Sera 16/9/2007, 16 settembre 2007
BERLINO
Le sue parole possono urtare e ferire, e gli ebrei tedeschi lo sanno: quando nel 2005 Joachim Meisner paragonò l’aborto all’olocausto, le proteste delle comunità lo obbligarono a rettificare e precisare. Stavolta però Meisner, l’arcivescovo di Colonia ordinato cardinale da papa Giovanni Paolo II, per certi aspetti ha mosso un passo più in là nella sfida ai valori e ai tabù della Repubblica federale.
Lo ha fatto venerdì a Colonia, inaugurando un museo diocesano in una chiesa gotica distrutta e ricostruita: quando l’arte si separa dalla religiosità, ha commentato il prelato, «il culto si irrigidisce in ritualismo e la cultura degenera. Perde il suo giusto mezzo» perché «fra culto e cultura c’è un’indissolubile relazione ». E qualunque fosse l’idea che il cardinale voleva esprimere sull’arte laica, è piuttosto il suo vocabolario che ha catturato l’attenzione di tutti. Perché le parole scelte da Meisner sono celebri e già solo il loro suono richiama una vicenda sinistra. «Arte degenerata» (« entartete Kunst ») riassumeva per Hitler in una sola definizione tutta la produzione pittorica, letteraria, il cinema o la musica da bruciare, bandire, vendere ai collezionisti americani. «Degenerati» erano Chagall e Paul Klee, gli scrittori Albert Döblin e Heinrich Mann (non però Thomas), Bela Bartòk o il regista Fritz Lang. «Arte degenerata» si intitolò nel ’37 una mostra di 650 opere aperta come esempio di tutto ciò che è disprezzabile.
Quell’esposizione di Monaco fu un involontario quanto straordinario successo, ma il suo titolo da allora porta con sé la macchia della quale Meisner non è parso curarsi. «Intendevo dire in modo semplice che quando l’arte e la cultura vengono messe in contrapposizione entrambe ne sono danneggiate», ha spiegato poi il cardinale. La precisazione non gli è bastata a evitare un’ondata di reazioni, a partire da quelle di Gerhard Richter: «Certo Hitler non ci può inibire dall’usare qualunque parola – osserva il celebre artista contemporaneo tedesco – ma parlare di "degenerazione" in riferimento all’arte è davvero una brutta scivolata».
Richter non si era lasciato sfuggire un solo commento due settimane fa, quando Meisner aveva criticato la nuova vetrata del duomo di Colonia a lui stesso commissionata. Il motivo astratto di quella finestra «potrebbe stare in una moschea o in un altro luogo di culto », aveva notato allora il cardinale. Molti vi avevano letto il suo fastidio verso una concessione al divieto islamico (e ebraico) di rappresentare la divinità in forma figurata. Su questo punto Richter non ribatte: « normale che su un’opera d’arte ci siano idee diverse: in fin dei conti non ho fatto una vetrata cattolica», concede. Niente che adesso risparmi a Meisner la furia persino dei politici conservatori. Per il cristiano-democratic o Hans-Heinrich Grosse-Brockhoff, segretario di Stato alla cultura del Nordreno-Westfalia, è «spaventoso che il cardinale si lasci trascinare in un simile uso della lingua» e, aggiunge, «lo dico come cattolico».
Che del resto qualunque cenno al nazismo diverso dalla pura condanna sia un tabù tedesco, lo si era visto solo pochi giorni fa: la celebre presentatrice Eva Hermann si è vista messa alla porta dalla rete
Ndr poche ore dopo essersi fatta sfuggire che la politica familiare di Hitler era «buona». Il 75enne Meisner ovviamente non rischia niente di simile. Ma neanche per il cardinale caro a Karol Wojtyla, per il prelato scelto da Joseph Ratzinger per organizzare il suo primo ritorno in Germania da papa, la Germania del ventunesimo secolo è disposta a fare eccezioni.