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 2007  settembre 16 Domenica calendario

WASHINGTON – A

sorpresa, l’ex presidente della Riserva federale Alan Greenspan, l’ex grande timoniere della finanza internazionale, ha ieri recitato un parziale mea culpa sui mutui subprime, un mea culpa che influirà sulla decisione del successore Ben Bernanke se abbassare i tassi o non alla cruciale riunione di martedì della Fed. In un’intervista alla tv, presentando il suo atteso libro «The age of turbulence» (L’era della turbolenza) che uscirà domani, Greenspan ha dichiarato: «Ero al corrente di parecchie delle prassi dei subprime, ma non mi resi conto di quanto fossero diventate significative se non molto tardi. In realtà non lo capii che alla fine del 2005, inizio del 2006». Poi, in una debole difesa del proprio errore: «Non c’era però nulla di particolare su cui indagare perché, pur sapendo di quei problemi, per noi era assai difficile intervenire».
Con la sua ammissione alla tv Greenspan, su cui gli economisti si sono spaccati in due dopo la crisi dei subprime – chi lo definisce sempre «il maestro» chi «il signore delle bolle» – ha fatto marcia indietro rispetto al libro. Ne «L’età della turbolenza», scritto prima dello scoppio della crisi che vedeva peraltro avvicinarsi, l’ex governatore ha declinato ogni responsabilità.
Il boom immobiliare, ha asserito, fu dovuto alla fine del comunismo e alle emigrazioni che immisero milioni di lavoratori sui mercati globali e spinsero a un drastico ribasso salari e tassi. «Pensai allora e penso oggi che l’aumento del numero dei proprietari di case comporti più benefici che rischi», ha aggiunto Greenspan. Anche nell’intervista, tuttavia, Greenspan ha respinto l’accusa di Steven Forbes, l’editore miliardario ed ex candidato alla Presidenza, di essere stato «il primo colpevole della crisi con la sua troppa generosa politica creditizia». Dopo il 2001, ha spiegato, «tenni a lungo i tassi all’1% per prevenire una deflazione corrosiva: ero persino disposto a creare una bolla, una spinta inflazionistica, di cui ci saremmo presi cura più tardi». E alla domanda se lo scorso agosto al posto di Bernanke avrebbe reagito più massicciamente alla crisi ha riposto: «Non credo, sta facendo bene».
Il libro, un volume di 530 pagine che ha fruttato a Greenspan 8 milioni e mezzo di dollari, è la storia di vent’anni di gestione della Fed, dal crollo di Wall Street nell’87 all’addio alla Banca centrale americana nel gennaio 2006. E’ una carrellata su cinque presidenze, quelle di Richard Nixon, di Gerald Ford, di cui Greenspan fu consigliere economico, di Ronald Reagan, di Bill Clinton e di George W. Bush. Di nuovo a sorpresa, Greenspan è critico di Nixon, che lanciò la sua carriera, «un uomo estremamente intelligente ma paranoico di cui si disse che era antisemita mentre era antitutto, antisemita, antiitaliano, antigreco, non mi risulta che fosse pro nessuno». E di Bush, che a suo parere tradì il dogma dei repubblicani di controllare le spese per non accumulare deficit di bilancio: «Non usò mai il veto, un grave errore ».
Più ancora di Ford, fu Clinton ad affascinare Greenspan, malgrado l’amara delusione del «Sexgate» («non riuscivo a crederci»), la sua love story con la stagista della Casa Bianca Monica Lewinski. «Come me, Clinton era sempre a caccia di dati, un lettore vorace, capace di sviscerare l’economia nei dettagli, dalle grandi visioni», riferisce l’ex banchiere. «Il suo merito maggiore fu di portare il bilancio in enorme attivo». Un’eredità sperperata da Bush e dai repubblicani con i loro ingenti tagli delle tasse.
Nell’intervista alla tv, Greenspan ha espresso analoga simpatia per Sarkozy: «Lo conobbi nel 2004 e mi trovai in sintonia con lui».
Per George W. Bush il libro è un colpo basso, e la Casa Bianca è corsa ai ripari protestando che il deficit è dovuto alla lotta al terrorismo. Ma regolati i conti, Greenspan guarda avanti. «L’oracolo di Delfi» come fu chiamato per la sua ambiguità, ammonisce che si profila il rischio dell’inflazione, che il miracolo cinese potrebbe non durare, che è necessaria l’energia pulita come quella atomica, e che il crescente divario tra ricchi e poveri potrebbe portare «a torbidi sociali su vasta scala anche in America ». Il libro comunque è sostanzialmente ottimista: oltre ai progressi dell’Europa, dice, i prossimi decenni registreranno un’altra ascesa Usa.

CORRIERE DELLA SERA, DOMENICA 16/9/2007
MASSIMO GAGGI
«... Celebre per esprimersi con un linguaggio involuto, spesso volutamente ambiguo, stavolta Greenspan sarà accusato di aver parlato con lingua biforcuta sia per la «bocciatura» di un presidente che non ha mai criticato apertamente quando era alla Fed, sia per il tentativo di presentare gli eventi degli ultimi anni in una chiave a lui favorevole.
Certamente, però, dalle sue memorie esce una lettura della storia economica dell’ultimo ventennio affascinante e che induce a guardare al prossimo futuro con una certa apprensione. Per Greenspan è stata la caduta del comunismo a mettere in moto la reazione a catena che ha portato al bassissimo costo del denaro e alle bolle speculative: dopo l’89 i Paesi ex comunisti e poi anche la Cina e l’India si sono aperti all’economia di mercato alimentando un’enorme offerta di lavoro a basso costo che ha fatto calare il prezzo di prodotti e servizi. Nelle nazioni avanzate questo si è tradotto in maggiore produttività e in minore inflazione, con conseguente riduzione dei tassi. L’ex capo della Fed sostiene anche che, comportamenti spregiudicati a parte, è stato politicamente saggio destinare un elevato volume di risorse al finanziamento dei mutui immobiliari: «La protezione dei diritti di proprietà, colonna portante di ogni economia di mercato, richiede un sostegno politico generalizzato possibile solo se i cittadini diventano in larga maggioranza padroni» della casa in cui vivono o di un patrimonio finanziario.
Quanto al futuro, Greenspan non nasconde di vedere molte nubi all’orizzonte: la produttività ha smesso di crescere al ritmo degli anni scorsi e il costo del lavoro ora sale anche nei Paesi emergenti.
L’inflazione è quindi destinata a riaccendersi. Le banche centrali possono spegnerla con una politica monetaria restrittiva e tassi più elevati, ma in questo modo bloccherebbero la crescita. Quanto all’impatto politico delle memorie di un personaggio che si definisce un repubblicano libertario, è chiaro che ad uscirne male è proprio il partito conservatore che, secondo Greenspan, ha meritato la sconfitta alle elezioni di medio termine e la perdita del controllo del Congresso. Ciò perché ha dimenticato i suoi impegni al rigore dopo l’operazione risanamento fatta da Clinton. A voler dare una lettura sofisticata delle sue parole, comunque, dietro alle critiche a Bush e all’elogio di Bill Clinton, si può leggere, oltre ad un’apertura di credito nei confronti di Hillary, anche un monito a tutti i candidati democratici che rischiano a loro volta di diventare protezionisti, oltre che spendaccioni, sotto la spinta di un Congresso nel quale - nota preoccupato Greenspan - oggi prevalgono le voci populiste».