Giordano Stabile, La Stampa 14/9/2007, 14 settembre 2007
Inaugurando lo scorso 23 agosto il Grand Omar Mukhtar Reservoir - che con i suoi 25 milioni di metri cubi è il secondo bacino artificiale di acqua dolce più grande al mondo - il colonnello Gheddafi non ha mancato di rimarcare come la Libia stia da vent’anni realizzando «l’ottava meraviglia del mondo» senza che nessuno se ne sia accorto
Inaugurando lo scorso 23 agosto il Grand Omar Mukhtar Reservoir - che con i suoi 25 milioni di metri cubi è il secondo bacino artificiale di acqua dolce più grande al mondo - il colonnello Gheddafi non ha mancato di rimarcare come la Libia stia da vent’anni realizzando «l’ottava meraviglia del mondo» senza che nessuno se ne sia accorto. Non ha tutti i torti. Il progetto Great Man Made River è qualcosa che fa impallidire le nostre Grandi opere, e per di più i libici lo stanno costruendo sul serio. Il Grande Fiume Artificiale è il più lungo acquedotto del mondo: duemila chilometri di tubature del diametro di quattro metri (ci passerebbe dentro un tir) che trasportano 6 milioni di metri cubi d’acqua al giorno dal cuore del Sahara fino alle città libiche sul Mediterraneo. I lavori sono cominciati nel 1984 e finora sono state concluse le prime due fasi, oltre metà dell’opera, e sono stati spesi 14 miliardi di dollari, tutti finanziati dalla Libia. Il costo totale dovrebbe arrivare a 25 miliardi, cifra astronomica per il Paese, che pur con una rendita petrolifera di tutto rispetto ha un Pil annuo di soli 35 miliardi di dollari e 6 milioni scarsi di abitanti. I 1.300 pozzi che alimentano il Grande Fiume sono stati scavati al confine con il Ciad e l’Egitto, nella zona del Jebel al-Hasawinah e nella regione di As Sarir. Lì sotto giace una fetta dell’immenso bacino di acqua fossile di Kufra: 350mila chilometri cubici che si sono formati tra 40mila e 20mila anni fa, quando sul Sahara pioveva e parecchio. L’acqua, penetrata nel sottosuolo è rimasta intrappolata tra strati di rocce impermeabili. La parte libica sfruttabile ammonta ad almeno 20mila chilometri cubici, e ai ritmi attuali potrebbe bastare per 14mila anni. La sostenibilità nel tempo, punto sul quale a inizio dei lavori si erano appuntate le critiche occidentali, è dunque garantita. Il problema è che i pozzi si trovano a chilometri di profondità e occorrono potenti sistemi di pompaggio per estrarre l’acqua e convogliarla fino alla costa. Per far girare il sistema ci vogliono dai due ai trecento megawatt e bisogna bruciare petrolio: è vero che la Libia produce 1,7 milioni di barili al giorno e ha riserve per 40 miliardi di barili, ma in tempi di effetto serra meno si brucia e meglio è. Questi, però, sono rovelli che appartengono al futuro. Il Colonnello ha invece dovuto affrontare un problema urgente e pressante. La Libia oggi importa un terzo del proprio fabbisogno di cibo. I terreni coltivati coprono appena due milioni di ettari. E il 70 per cento della portata del gigantesco acquedotto serve proprio all’agricoltura. Secondo i tecnici, grazie al Grande Fiume, potrebbero essere utilizzati almeno dieci milioni di ettari in più e arrivare all’autosufficienza alimentare. Altri critici sottolineano che i lavori stanno assorbendo da anni dal 3 al 10 per cento del pil della Libia. Soldi spesi bene? Il 70% dei lavori è svolto da ditte libiche, e la Grande opera fa girare una bella fetta di economia locale. Le alternative, tipo desalinizzatori, dati alla mano, costano dieci volte di più. E bruciano lo stesso energia. Non sarà «l’ottava meraviglia del mondo», ma il Grande Fiume un’occhiata comunque la meriterebbe. Stampa Articolo