Alessandro Barbera, La Stampa 14/9/2007, 14 settembre 2007
ALESSANDRO BARBERA
ROMA
«Consumatori di tutto il mondo unitevi!», grida Michele Graziani, uscendo dal supermarket di Piazzale degli Eroi, zona Ovest di Roma. Lui però allo sciopero della pasta indetto dai consumatori italiani ieri non ha aderito. «Sa, l’ho dovuta comprare per mia suocera». Secondo le associazioni di categoria, invece, due italiani su tre l’avrebbero fatto. Difficile avere una stima.
Di certo c’è che il prezzo degli alimenti sta crescendo in tutto il mondo. Nel solo mese di agosto - spiegava ieri la Banca centrale europea nel bollettino mensile - il costo di cereali, semi, olii, zucchero, bevande e tabacco è cresciuto mediamente del 30%. E le ragioni hanno a che fare con fattori di cui è bene cominciare a tenere conto. Crescono i prezzi dei fertilizzanti e del petrolio, che ha raggiunto il record degli 80 dollari al barile. C’è il clima che fa le bizze: in Australia c’è stata la siccità, in Europa alla calura di aprile è seguita un’ondata estiva di maltempo. Crollano di conseguenza le produzioni e i livelli delle scorte, ma allo stesso tempo la domanda cresce. Paradossi dell’economia di oggi: in Cina si cerca di dimenticare le carestie dei tempi di Mao e nelle grandi città sono esplosi i consumi di pasta, pane, vino e birra. A Occidente invece abbiamo scoperto mais, colza e zucchero come fonte energetica. Il biodiesel e l’etanolo stanno diventando l’alternativa ecologica al petrolio. Quale che sia la ragione per consumare di più, c’è fame in particolare di cereali. Il Commissario europeo all’Agricoltura Mariann Fischer Boel ha stimato nell’ultimo anno aumenti medi delle materie prime pari al 50%. Lo confermano i dati Istat sui prezzi italiani in agosto: il pane è cresciuto del 4,2%, pasta e riso del 3%, la frutta del 6,1%.
In verità, spiega la Bce, i prezzi salgono costantemente da sei anni e siamo ancora lontani dai record storici dei primi Anni 80. Inoltre il mercato dei prodotti agricoli «risponde più rapidamente all’aumento della domanda di altri prodotti come petrolio e metalli». Produrre più benzina è più difficile che aumentare la produzione di cavoli. Il problema però c’è, e si sta facendo serio.
Negli ultimi anni i prezzi dei prodotti alimentari hanno subito aumenti improvvisi a causa delle condizioni climatiche. Il prezzo del grano ha raggiunto i livelli di 25 anni fa. Le scorte sono letteralmente crollate: i dati elaborati dalla Commissione europea dicono che nel Vecchio Continente siamo scesi da 14 ad appena un milione di tonnellate di scorte. Si tratterebbe quasi esclusivamente di mais ungherese. Da qui il via libera alla proposta del commissario Fischer Boel di superare la norma che dal 1992 impedisce l’uso del 10% dei terreni agricoli. Il ministro dell’Agricoltura italiano Paolo De Castro l’aveva chiesto a luglio: si tratta di coltivare 3,8 milioni di ettari oggi costretti al «riposo». Per il via libera definitivo ci vuole il voto di tutti i ministri dell’Unione e a quanto pare non ci sono obiezioni di principio. Il resto dipenderà dagli agricoltori, ma, se lo sblocco avrà successo, la Commissione stima un aumento della produzione europea di cereali fra i 10 e i 17 milioni di tonnellate. Non è poco: basti pensare che nel 2006 i campi d’Europa hanno prodotto 265 milioni di tonnellate e che quest’anno, a causa del maltempo, sarà inferiore, nell’ordine di qualche milione di tonnellata.
Secondo i consumatori italiani, lo scenario avrebbe scatenato i commercianti nostrani. Coldiretti, l’associazione che rappresenta gli agricoltori, la pensa come loro e denuncia «lo scandalo della moltiplicazione dei prezzi»: dal grano al pane di 12 volte, dal latte al brick di quattro. I commercianti dicono che è tutta una montatura: se anche i prezzi per pane, cereali, latte e uova aumentassero del 6%, una famiglia media spenderebbe al massimo nove euro in più al mese. Aumenti che - sostiene Confcommercio - fra gennaio e luglio sarebbero compensati dal calo di ortaggi e legumi freschi.
L’Antitrust promette di indagare, ma avverte di «non avere il potere di imporre prezzi». Soprattutto se la pasta italiana si consuma anche a Pechino.
«Prima di tutto una precisazione», esordisce Carlo Petrini, il patron di Slow Food, da sempre osservatore critico del mercato dei cibi: «Se gli aumenti andassero a beneficio di contadini e produttori non ci sarebbe nulla da eccepire. Quello che è successo è lampante: in tutti questi anni a godere di questi rialzi è stata solo l’industria della trasformazione, cioè i soggetti intermediari».
Petrini, i granai sono vuoti e l’Europa dà il via libera a nuove produzioni: basterà?
«Vedremo. L’aumento della domanda è un dato di fatto, questo può aver spinto all’insù i prezzi eppure tutto è stato alterato da questa lunga prevaricazione messa in atto dagli operatori di mercato. E’ necessario tututelare i contadini: ci garantiscono il grano e il latte che acquistiamo ogni giorno».
A proposito: la Coldiretti, commentando l’allarme ambientale di questi giorni, ha lanciato un appello affinché si inizi a fare la spesa di cibi locali, evitando l’acquisto di prodotti in arrivo da altri continenti. E’ d’accordo?
«L’ho scritto nel mio libro ”Buono, pulito e giusto”: il cibo viaggia troppo, spostamenti folli da una parte all’altra del mondo. Sviluppando i mercati locali si riducono sia le cosiddette esternalità negative (i costi di trasporto, per intenderci) che le emissioni inquinanti di anidride carbonica sprigionata dagli aerei-cargo».
L’obiettivo finale?
«Ricollocare l’agricoltura. Decidere di puntare sulla scala economica domestica può dare benefici alla biodiversità, al turismo, alla crescita culturale della popolazione. Sia chiaro, non sono un autarchico, non mi oppongo in linea di principo all’import-export, ma questa mania di far viaggiare frutta e verdura freschi per il mondo mi sembra assurda».
Occorre allora una «rivoluzione» nelle nostre abitudini di vita?
«Il consumatore deve esser visto come co-produttore, bisogna fare appello alla sua intelligenza e fargli capire che acquisti consapevoli possono cambiargli la vita».
Intanto i prezzi aumentano: lo dice la Banca europea.
«Vanno su perché invadiamo i Paesi emergenti e del Sud del mondo con i nostri prodotti e le nostre abitudini. C’è solo un’alternativa: sviluppare le agricolture delle regioni, insegnare loro a tutelare le campagne locali».