Francesco Semprini, La Stampa 14/9/2007, 14 settembre 2007
Un ambizioso non privo di ombre e pronto a piegarsi al cospetto dei potenti pur di raggiungere i propri obiettivi, compresa la conquista, in un futuro non troppo lontano, della Casa Bianca
Un ambizioso non privo di ombre e pronto a piegarsi al cospetto dei potenti pur di raggiungere i propri obiettivi, compresa la conquista, in un futuro non troppo lontano, della Casa Bianca. E’ l’immagine del generale David Petraeus che emerge dalle rivelazioni di alcuni alti funzionari che hanno lavorato insieme all’attuale comandante delle forze Usa in Iraq. A esplorare l’altro volto del generale a quattro stelle sono Sabah Khadim, ex consigliere del ministro degli Interni iracheno, e l’ammiraglio William Fallon, capo di Central Command (Centcom), il comando Usa di Medio oriente, Asia centrale e Africa orientale. Secondo Khadim, quando Petraeus era supervisore dell’addestramento dell’esercito iracheno, tra il 2004 e il 2005, più volte aveva manifestato ambizioni presidenziali: «Gli chiesi se stava pensando di correre per le elezioni del 2008, ma lui mi rispose che era troppo presto», spiega il funzionario del governo dell’ex primo ministro Iyad Allawi. Ufficiale scaltro e abile a trattare con i media il generale è stato da sempre deciso sostenitore della strategia di rafforzamento del contingente militare in Iraq. Ma le ambizioni politiche gettano una luce sinistre sul suo operato perché «potrebbero averne influenzato» le scelte militari pur di entrare nelle grazie dell’amministrazione. «Un lecchino sottomesso», lo avrebbe definito Fallon, secondo fonti vicine ai due militari. «Gente così la odio», avrebbe detto il capo di Centcom dopo il loro primo incontro a Baghdad a marzo, rivelando una profondo fastidio divenuto insanabile nei successivi summit. L’ostilità di Fellon, raccontano le fonti, «nasce in particolare dal ruolo di testa di legno che Petraeus avrebbe svolto per conto dall’amministrazione Bush per sostenere dinanzi al Congresso la strategia di rafforzamento del contingente americano in Iraq». La stessa nei confronti della quale l’ammiraglio si è opposto con forza non solo perché la riteneva inefficace ma anche perché considerava necessario «focalizzarsi in Pakistan» dove Al Qaeda si stava riorganizzando. E il dubbio esito dell’operato militare di Petraeus, celato dietro un ostinato ottimismo mediatico, è alla base delle critiche di Khadim: «sovente incontravo il generale con cui discutevamo alcuni aspetti del reclutamento delle forze di polizia». Sarebbe stata la linea morbida con gli ex fedelissimi di Saddam Hussein, adottata da Petraeus a Mosul, uno degli elementi di maggior contrasto. «Non condividevo quel tipo di strategia», afferma Khadim secondo cui i risultati sono stati devastanti. Proprio Mosul, dove la polizia era composta da molti ex baathisti, si rivelò una trappola per le truppe americane: dopo l’avanzata della 101 esima divisione aerotrasportata, gli insorti riuscirono a riconquistare il controllo della città, i 7 mila poliziotti reclutati da Petraeus passarono al nemico o abbandonarono la divisa, trenta stazioni della polizia caddero nelle mani degli insorti insieme a 11 mila fucili d’assalto e armamenti per 41 milioni di dollari. Con lo stesso ottimismo mediatico Petraeus si presenta mesi dopo Alla guida della sicurezza per la forza multinazionale e in un articolo sul Washingotn Post spiega che «tutto sta andando per il meglio». «Non solo non sono bastati tre anni per ristabilire la normalità nel Paese - afferma Khadim - ma in quel periodo furono rubati 1,2 miliardi di dollari destinati al budget per il governo di transizione». Per l’ammiraglio Fallon, è un’ulteriore prova dell’ossequioso atteggiamento del generale con evidenti legami istituzionali ma con doti militari meno importanti e per il quale proverebbe un «viscerale disgusto». Troppo ottimista anche il giudizio sui progressi ad Anbar, secondo Khadim convinto che l’alleanza con le tribù sunnite si rivelerà fatale: «Prenderanno i vostri soldi e quando finiranno passeranno di nuovo dall’altra parte». Nessuna sorpresa neanche in questo caso per Fallon poiché la stabilizzazione di Anbar è il fiore all’occhiello dell’amministrazione Bush in questa fase della missione: per Petraeus, «che delle relazioni con i superiori ne ha fatto un motivo di successo», non c’era altra scelta.