Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  settembre 14 Venerdì calendario

Gli Anni Settanta sono quelli in cui Pavarotti scoprì l’America e l’America scoprì lui. Nulla di nuovo: quello del tenore italiano era sempre stato un mito dell’immaginario a stelle e strisce

Gli Anni Settanta sono quelli in cui Pavarotti scoprì l’America e l’America scoprì lui. Nulla di nuovo: quello del tenore italiano era sempre stato un mito dell’immaginario a stelle e strisce. Enrico Caruso l’aveva reso popolare, facendone la voce degli emigranti, dei nuovi arrivati, insomma delle classi più modeste. Non ci sarebbe potuto essere contrasto maggiore con il suo predecessore come signore e padrone del Metropolitan. Jean De Retszké era un aristocratico polacco bello e blasé, altezzoso ed elegante, che riceveva le visite alla sua levée, come il Re Sole /. Caruso era, come aspetto e come modi, uno scugnizzo e mai tentò di apparire diverso. Era basso, scuro, atticciato. Indossava completi da commendatore, cappelli vistosi, impossibili scarpe bicolori, cantava le opere della giovane scuola italiana e le canzoni napoletane per gli altri napoletani all’estero come lui, non aveva ambizioni mondane, accettò di fare le réclame (alle sigarette, oltretutto) e di girare dei film che, nell’epoca del muto, non gli permettevano certo di usare l’argomento più persuasivo di cui disponeva: la voce. Da allora, questa dicotomia resterà costante nel mondo dell’opera. Fra Gigli e Lauri-Volpi c’era lo stesso antropologico distacco che fra Caruso e De Retszké e quello che ci sarà fra un Pavarotti e, poniamo, un Alfredo Kraus. Sta di fatto che se, artisticamente, la battaglia è aperta, dal punto di vista della popolarità non c’è gara. Pavarotti ha voluto, cercato, ottenuto la grande popolarità senza farsi nessuno scrupolo di gusto e nemmeno di cattivo gusto. Ha imparato a usare i media, ad apparire in televisione, a rilasciare interviste apparentemente spontanee e in realtà calibratissime. Chi scrive questo libro, e lo scrive proprio per questo, detiene, credo, il record di interviste con Pavarotti. Una delle sue convinzioni, che però mi ha sempre raccomandato di non divulgare, «perché sono già braccato dai giornalisti e non voglio esserlo ancora di più», era che parte del suo successo planetario derivasse dal fatto di non aver mai negato un’intervista a nessuno, fosse il bollettino della parrocchia o il ”New York Times”. E Pavarotti, in televisione o sui giornali, funzionava a meraviglia. Magari (anzi, spesso) non diceva niente, però lo diceva bene, sorridente, cordiale, apparentemente rilassato, con battute non sempre fantastiche ma sempre pronte. L’America era pronta a innamorarsi di un personaggio così e infatti lo fece subito. Oltretutto, nei cupi Settanta, in quell’inverno del nostro scontento in cui le convulsioni italiane sembravano agli occhi americani non soltanto astruse e dolorose come a noi, ma proprio incomprensibili, Pavarotti rappresentò oltreoceano un’immagine rassicurante, positiva e vincente del nostro Paese. Un italiano che canta, corteggia le donne e mangia pasta, cosa c’è di più tradizionale? Nemmeno la mole era un ostacolo. Intanto, trent’anni fa non si era ancora entrati nell’evo del fisicamente corretto. Oggi avere un filo di pancia non è solo un’offesa all’estetica, ma anche alla morale; allora, il fitness era agli inizi e ingrassare non era ancora diventato l’unico peccato davvero imperdonabile. In un Paese (allora e, nonostante tutto, anche oggi) di obesi come gli States, un obeso non pentito come Pavarotti scatenava l’identificazione. Poi, si sa che l’uomo grasso fa simpatia e, in America, si ricollega alla passione nazionale per tutto ciò che è big. Così Big Luciano conquistò prima l’America che il resto del mondo. Divenne famosissimo prima lì che qui. Nel 1976, ”Newsweek” lo incoronò ”Prince of Tenors”. Nel 1978, ricevette a Hollywood il primo dei suoi molti Grammy. L’anno successivo, ”Time” gli dedicò la copertina. Titolo: ”Bravo Pavarotti, Opera’s Golden Tenor” (e Bravo, Pavarotti diventò poi il titolo di una delle sue compilation di arie più riuscite e più vendute). La sua campagna pubblicitaria per l’American Express (slogan: ”Mi conoscete?”) fu un clamoroso successo. Ma il culmine di questa Pavarottimania si toccò nel 1980, quando il tenorissimo venne scelto da New York come ”Grand Marshal” della sfilata del Columbus Day, la festa degli italiani d’America. La scena fu incredibile. Immaginate un Pavarotti già enorme con in testa un cappello da cowboy e una bandiera americana sulle spalle. Mettetelo su un cavallo, Maverick, scelto per la sua stazza, la sua docilità (e, crediamo, anche per il suo spirito di sacrificio) ma, narrano le cronache e i testimoni oculari, non disposto a rinunciare alle sue abituali e copiose necessità fisiologiche nemmeno per la solennità dell’occasione. Immaginate la coppia, cioè l’uomo e il cavallo, che, disseminando dietro di sé le tracce del suo passaggio (solo quello del cavallo, beninteso), risale lentamente una Quinta Strada imbandierata di stelle e strisce e tricolori, mentre una parte della folla si accalca sui marciapiedi e un’altra getta coriandoli dall’alto dei grattacieli. Infine, immaginate che l’omone scenda con qualche difficoltà (sua) e sollievo (di entrambi) dal cavallo e si getti nelle braccia del presidente Jimmy Carter. Bene, è successo tutto davvero. E l’apoteosi è servita. Stampa Articolo