Paolo Biondani - Biagio Marsiglia, Corriere della Sera 14/9/2007, 14 settembre 2007
MILANO – I 95
milioni e mezzo di euro versati dalla Popolare di Lodi nelle casse dello Stato rappresentano «un’evidente ammissione dell’illiceità dell’operazione che si stava conducendo per "scalare" altri istituti bancari in totale spregio delle regole poste a presidio del mercato – e, con esso, dei medi e soprattutto piccoli risparmiatori e investitori – con la complicità di esponenti del mondo istituzionale, alcuni dei quali pervicacemente riluttanti ad ammettere le proprie "debolezze" e ad accettare dignitosamente che in uno Stato di diritto debba valere il principio di cui all’articolo 3 della Costituzione». E cioè che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge.
E’ il passo cruciale della prima sentenza sull’affare Bpi-Antonveneta: il patteggiamento concesso dai magistrati alla «nuova» Banca Popolare Italiana in cambio della definitiva confisca dei «profitti dei reati» commessi sotto la gestione dell’ex numero uno Gianpiero Fiorani. All’inizio delle motivazioni, depositate ieri, il giudice Clementina Forleo nomina il più importante dei presunti «complici istituzionali » della scalata «criminosa »: l’allora «governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio». Tra i 68 imputati compaiono solo altri due personaggi pubblici, entrambi legatissimi a Fazio: l’ex capo della Vigilanza Francesco Frasca e il senatore forzista Luigi Grillo.
Elencando le prove, però, il giudice Forleo scrive che «le intercettazioni telefoniche» del luglio 2005 – le stesse che in base alla legge Boato ora potrebbero essere distrutte per ordine del Parlamento – «mettevano in risalto la complicità di altri soggetti di forte rilievo politico istituzionale». E questo «anche in ordine a parallele "scalate" di altri istituti, quali la Bnl e la società editrice Rcs». La prima interessava ai manager di Unipol e lo stesso giudice aveva già bollato come presunti complici, tra mille polemiche, i ds D’Alema e Latorre. Per la seconda operazione, pm e gip hanno invece considerato «rilevanti» le telefonate tra il finanziere Ricucci e due parlamentari azzurri, Cicu e Comincioli, quest’ultimo molto vicino a Berlusconi.
Nella prima delle tre pagine e mezzo di motivi, sintetici come per tutti i patteggiamenti, il giudice spende dieci righe per ricordare che l’intera inchiesta era nata da un’email: un documento-chiave che nell’aprile 2005 fu consegnato da un funzionario della stessa banca di Lodi all’avvocato Mario Zanchetti «all’interno dello studio del professor Guido Rossi», allora legale di Abn Amro, oggi consulente della difesa di D’Alema nel caso Unipol.
Per giustificare il patteggiamento, che è una condanna ridotta chiesta dallo stesso imputato (in questo caso la Popolare di Lodi come «persona giuridica» e la sua controllata svizzera Bpl Suisse), la sentenza cita «il cospicuo importo » che la banca ha accettato di versare allo Stato: 94 milioni e 237 mila euro di «plusvalenze», cioè tutti i guadagni (già sotto sequestro dal 25 luglio 2005) ricavati dall’istituto di Fiorani aggirando la legge sulle scalate; e un altro milione e 356 mila euro di «sanzioni pecuniarie». Un tesoro che dovrebbe spegnere le polemiche politiche sui pretesi «costi eccessivi» delle intercettazioni della Guardia di Finanza: due anni esatti di indagini sono costati, comprese le trasferte bancarie all’estero e gli stipendi di tutti i magistrati e marescialli, meno di un decimo dei soldi che lo Stato ha recuperato solo con questo patteggiamento.
Le multe alla banca di Lodi sono state oltre tutto ridotte, spiega il giudice, grazie allo «spirito di rinnovamento» dimostrato dalla nuova dirigenza della Bpi e dal suo «sforzo di recuperare in pieno, a tutti i livelli e in ogni comportamento, una "cultura della legalità", prendendo così le distanze da chi tale cultura continua a rifiutare».