Giovanni De Luna, La Stampa 15/9/2007, 15 settembre 2007
Radio Rai è sempre più povera di ascolti. Secondo i dati Audiradio, tra il primo semestre del 2002 e quello del 2007, mentre la media giornaliera di coloro che ascoltano la radio è aumentata - passando da 36 milioni a più di 38 milioni - Radio1, Radio2 e Radio3 hanno registrato un calo allarmante del pubblico: nelle ultime rilevazioni (quarto bimestre di quest’anno), Radio1 perde 400 mila ascoltatori (più o meno il 5%) mentre Radio2 sfiora una perdita del 10%
Radio Rai è sempre più povera di ascolti. Secondo i dati Audiradio, tra il primo semestre del 2002 e quello del 2007, mentre la media giornaliera di coloro che ascoltano la radio è aumentata - passando da 36 milioni a più di 38 milioni - Radio1, Radio2 e Radio3 hanno registrato un calo allarmante del pubblico: nelle ultime rilevazioni (quarto bimestre di quest’anno), Radio1 perde 400 mila ascoltatori (più o meno il 5%) mentre Radio2 sfiora una perdita del 10%. Sono le cifre di un crisi che non può spiegarsi solo con l’ingerenza vistosa e ingombrante dei partiti. La politicizzazione delle nomine è un elemento che ricorre in tutti i decenni della storia della Rai e le polemiche di questi giorni sono state un’utile promemoria in tal senso. Anzi, rispetto agli Anni 80, l’attenuarsi delle differenze ideologiche e programmatiche tra gli opposti schieramenti ha lasciato emergere inaspettate «continuità» fisiche (il direttore di Radio2 e Radio3, Valzania, è transitato indenne nel passaggio dal governo di centrodestra a quello di centrosinistra) o editoriali (è di questi giorni la notizia che Radio1 chiude Il baco del millennio sostituendolo con una trasmissione condotta dall’attrice Giulia Fossà: si toglie uno spazio di approfondimento così come a suo tempo il precedente direttore aveva soppresso la pagina culturale del Giornale radio). I guasti della politica non spiegano da soli una crisi così vistosa, si tratta di ragioni più squisitamente aziendali e culturali. Si è innescato una sorta di meccanismo perverso per cui i dirigenti Rai messi alla radio in genere si sentono penalizzati rispetto a carriere e aspettative indirizzate verso le grandi ribalte televisive. Vissuta come esilio aziendale o come area di parcheggio transitoria, la radio è stata attraversata da una sindrome da cimitero degli elefanti, così da rivolgersi all’esterno alla caccia di nomi di prestigio, ma anche molto datati o comunque reduci da passati trionfi televisivi (è il caso di Enrica Buonaccorti e, recentissimo, di Maurizio Costanzo, entrambi approdati a Radio1). Il coraggio di sperimentare vie nuove si è stemperato in una sorta di pigrizia culturale: sono tornate, ad esempio, le letture di libri o di saggi scritti per essere pubblicati, chiedendo incongruamente all’ascoltatore di sostituirsi al lettore. Ma perché? E la capacità della radio di raccontare, emozionare, evocare? Quella felice intuizione avuta vent’anni fa di proporsi come antidoto a una dimensione audiovisiva straripante e ossessiva dell’offerta culturale si è dissolta in una sorta di ostinato inseguimento ai generi televisivi, cercando di carpire qualche brandello del loro successo. L’attenzione a un ascolto individuale che coinvolge il singolo in una comunità creata dalla radio; la consapevolezza di un racconto basato su parola, musica e suoni e del disimpegno del mezzo radiofonico dalla spazialità; l’investimento teorico sulla specificità del linguaggio e sulla funzione di «servizio pubblico» della radio: tutto si è arenato nelle secche di una frammentazione confusa, segnata più dalla logica di costruirsi piccoli feudi all’interno del palinsesto che da un progetto organico, riconoscibile. Così, su Radio2, quella che dovrebbe essere dedicata all’intrattenimento, va in onda Alle otto di sera in cui si leggono saggi storici; Radio3 Mondo, trasmissione legata agli approfondimenti dell’attualità, è appunto su Radio3 invece che su Radio1; Scherzi di memoria, programma di Radioscrigno, la struttura che sta archiviando in forma digitale il vasto patrimonio di Radio Rai, viene trasmesso su Radio1 alle tre di notte... L’impressione complessiva è quella di un’identità smarrita, di tensioni interne che scaturiscono più dalla logica della «guerra per bande» che dalla normale dialettica tra idee e culture diverse. Stampa Articolo