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 2007  settembre 15 Sabato calendario

DUE ARTICOLI SULLA QUESTIONE BELGA

JEAN-PIERRE STROOBANTS
BRUXELLES
L’ipotesi di una separazione delle Fiandre fiamminghe dalla Vallonia francofona, assieme a una totale incertezza sul destino della capitale bilingue Bruxelles, non è più un tabù nel regno del Belgio. Anche i più accaniti sostenitori dell’unità del Paese considerano che la crisi politica nata dalle elezioni dello scorso 10 giugno, se diventa eterna, potrebbe portare la nazione alla rottura. Nella sua storia bisecolare, il regno ha vissuto diverse linee di frattura: filosofica, sociale, politica. Ma è la frattura linguistica a essere sempre stata quella determinante. La rivendicazione del rispetto della lingua fiamminga è servita da carburante al movimento nazionalista che, ancora oggi, si attacca «l’arroganza francofona» per giustificare la sua richiesta di autonomia.
L’origine di questo contrasto risale al 1815, quindici anni prima della nascita dello stato belga. Al Congresso di Vienna, le nazioni che hanno sconfitto Napoleone decidono di ridisegnare l’Europa. I vecchi Paesi Bassi austriaci (e già spagnoli), il principato di Liegi e le protestanti Province Unite (quelle che oggi chiamiamo Olanda) sono unite a formare i Paesi Bassi, sotto il re Guglielmo I d’Orange. Il nuovo insieme, logico dal punto di vista economico, lo è molto di meno sul piano religioso, linguistico e politico. Guglielmo I vuole limitare le libertà, se la prende con i cattolici, maggioritari nelle regioni belghe, e impone l’olandese come lingua ufficiale, penalizzando una popolazione che parla in parte il francese e in parte un dialetto simile ma non uguale all’olandese.
In Francia, la rivoluzione del luglio 1830 incoraggia le due grandi correnti politiche dell’epoca, i cattolici e i liberali, a unirsi per cacciare gli olandesi. La rivoluzione belga del 1830 coinvolge i cittadini di tutte le regioni; il mondo politico, che darà al paese una Costituzione molto liberale, è composto da circa 40mila notabili che parlano tutti in francese. Charles Rogier, eroe dell’indipendenza, sottolinea che, in tutte le funzioni pubbliche, si dovrà parlare francese «per distruggere a poco a poco l’elemento germanico».
I primi decenni della storia belga sono segnati dal disdegno francofono e dalla lenta crescita delle rivendicazioni fiamminghe. Già maggioritari al primo censimento (nel 1846, sono 2,4 milioni contro 1,8) i fiamminghi dovranno aspettare il 1873 perché il fiammingo venga ammesso come lingua d’uso nei processi nelle loro province e addirittura il 1898 perché le leggi del paese vengano pubblicate in tutte e due le lingue. Storie di condannati a morte che non capivano la sentenza o di soldati, durante la Prima guerra mondiale, che non comprendevano gli ordini in francese, alimentano un discorso che mette in questione l’omogeneità della nazione. Nel 1912 il vallone Jules Destrée scrive una vibrante «Lettera la re» in cui proclama ad alta voce: «Sire, lasciate che Vi dica la verità, la grande e orribile verità: il Belgio non esiste».
Durante la Prima guerra mondiale l’occupazione tedesca porta avanti una politica di riforme interne sollecitate da attivisti fiamminghi che sperano nella collaborazione per realizzare i loro obbiettivi autonomisti. La stessa cosa si ripeterà durante l’occupazione nazista tra il 1940 e il 1944, e la richiesta fiamminga di autonomia perderà momentaneamente di credibilità. Tra le due guerre, una serie di riforme avevano però già delineato la futura divisione su base linguistica.
Lo schema attuale, con tre regioni e tre comunità, è basato su doppio federalismo e si è rivelato di una complessità infinita. Perché ha continuato a creare nuove istituzioni senza che le vecchie venissero superate. Perché ha mescolato l’iniziale rivendicazione dei fiamminghi - l’autonomia linguistica e culturale - e quelle dei valloni - il federalismo economico - in un combinato che sembra contestare, fino al 1993, il principio stesso del federalismo. La questione ormai è quella della pertinenza di un simile modello. Un modello che forse era l’unico possibile, ma non in grado di federare due popolazioni che in più, da qualche decennio, vivono un’evoluzione economica molto diversa. Le Fiandre, di destra, imprenditoriali, prospere, sopportano a stendo una Vallonia di centro-sinistra che tarda a modernizzarsi, legata un partito, il Ps, roso dagli scandali.
L’intellettuale fiammingo Marc Platel cita un vecchio uomo politico francofono, Lucien Outers, per riassumere la situazione: «I compromessi non costituiscono il comun denominatore della soddisfazione ma la somma degli scontenti». Un tempo legato alla formula fiamminga «Con il Belgio se si deve, senza se si può», ora è Platel diventato separatista. Un giurista francofono, Michel Leroy, aveva previsto già nel 1996 la frantumazione dello Stato: «Sarà una corsa in lentezza tra questa disaggregazione e la costruzione europea». Riuscirà l’Europa a nascere prima della fine del Belgio?
Copyright Le Monde

LA STAMPA, 15/9/2007
MARCO ZATTERIN
MARCO ZATTERIN
 successo qualche anno fa al parroco di Sint-Genesius-Rode, un piccolo comune del placido Brabante fiammingo, subito fuori dalle porte di Bruxelles. Si celebrava un funerale, la chiesa era colma di gente, abiti e facce scure. Il sacerdote ha cominciato mestamente a officiare il rito in francese. Grave errore: è scoppiato il finimondo. I parenti del defunto - un fiammingo - hanno cominciato a protestare, prima sottovoce, poi con maggiore energia. La funzione è stata interrotta e, solo dopo un animato conciliabolo, si è deciso di ripartire. In neerlandese, ovviamente. In caso contrario, non ci sarebbe stata messa. Tutti erano pronti ad andarsene col caro estinto in spalla.
Succede in Belgio, sono i siparietti quotidiani di un paese dove la differenza linguistica è da settant’anni un motivo di confronto aspro e senza soluzione di continuità. Nessuno sembra volerci fare nulla. Lo dimostra il premier designato, Yves Leterme, incredibilmente a digiuno dell’inno nazionale - la Brabançonne - che la storia ha voluto in francese; richiesto di una prestazione canora, sbaglia e canta la Marsigliese, una gaffe senza ritorno. E lo dimostrano i pezzi grossi della politica in parata davanti ai microfoni del telegiornale del primo canale nazionale francofono quando si scoprono ignoranti sul cosa si festeggi il 21 luglio, giorno in cui nel 1831 il re Alberto giurò fedeltà alla nuova costituzione.
La dicotomia linguistica genera confusione e capricci. Se uno straniero si trova a guidare sul ring, la circonvallazione bruxellese, ha buone possibilità di sentirsi confuso dalla segnaletica, visto che il nome delle destinazioni cambia a seconda della lingua del comune che si trova ad attraversare. Capita che Mons diventi all’improvviso Bergen e poi ritorni ad essere Mons; nel frattempo sono passati dieci chilometri e il malcapitato ha fatto in tempo a chiedersi se ha smarrito la via. Un altro esempio? Fra Bruxelles e Acquisgrana il nome della tappa intermedia, cambia quattro volte: Luik, Liège, Luik, Liège. Fortunatamente la strada è dritta.
La somma dei paradossi è Sint-Joris-Weert, un altro comune del Brabante Fiammingo, pochi chilometri ad est di Bruxelles. Qui la linea di confine linguistica corre lungo la via principale del paese. Da un lato si parla francese, si vendono i giornali in francese, si mangiano le crêpes e i croque monsieur; dall’altro, si comunica in neerlandese, i giornali sono quelli di Anversa, il piatto è il Waterzooi di pollo e pesce. A noi parrà assurdo, ma nessuno ha intenzione di abbattere questo muro. E se parlate in francese sul lato fiammingo, il vostro interlocutore frà finta di non capire. Almeno sino a che si accorgerà che siete un turista, momento in cui vi saluterà con un gentilissimo «Bonjour!».

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