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 2007  settembre 15 Sabato calendario

DECIMO GRUPPO DI ARTICOLI SUL CROLLO IN BORSA COMINCIATO IL NOVE AGOSTO 2007 (GRUPPO AAAJCW)


LA REPUBBLICA, SABATO 15/9/2007
VITTORIA PULEDDA
MILANO - Venerdì grigio per i mercati: grazie ai molti dati congiunturali americani - di segno incerto, ma non negativissimi - le Borse hanno evitato il bagno di sangue ma la prima crisi di una banca britannica ha comportato chiusure generalmente in calo. Così il Mibtel ha perso lo 0,79%, Parigi e Francoforte mezzo punto percentuale e Londra l´1,17%. La piazza inglese in particolare è stata fortemente disturbata dalla richiesta di aiuto urgente da parte di Northern Rock, ottava banca del paese, che ha chiesto e ottenuto un prestito d´emergenza a lungo termine da parte della Bank of England (Boe). E´ la prima volta che la Boe effettua un intervento del genere (dopo aver ripetutamente escluso in passato di voler effettuare salvataggi), per un importo che non è stato reso noto.
La crisi della Northern - specializzata in mutui - è la prima che investe un istituto britannico ed è strettamente collegata al problema dei mutui subprime, sebbene l´istituto non si muova in quel contesto e non abbia esposizioni con gli Usa: semplicemente, la Northern ha pagato la crisi di liquidità che sta caratterizzando il mercato interbancario dei prestiti. In altre parole, non ha trovato finanziamenti sufficienti sul circuito su cui normalmente si finanziano le banche. Per questo, dopo aver lanciato un allarme sugli utili, ha chiesto soccorso alla Banca centrale. I tassi sull´interbancario spiegano lo stato di allerta dei mercati: l´Euribor ad un mese è grosso modo intorno al 4,45% e a tre mesi è al 4,75% mentre livelli fisiologici, rispetto ai tassi di riferimento Bce, dovrebbero essere più bassi rispettivamente di 30 e 50-55 punti base. «Fino a quando l´interbancario si terrà su valori anomali vuole dire che la liquidità è tirata - spiega Gregorio De Felice, responsabile del Servizio studi di Intesa Sanpaolo - vuol dire che le banche preferiscono tenersi in casa la liquidità, che hanno paura del rischio controparte». Ecco spiegato quanto è successo alla Northern Rock. Al punto che il ministro delle finanze britannico, Alistair Darling, ha chiesto «un´azione internazionale» per fronteggiare i rischi di stabilità del settore bancario, mentre il colosso Merrill Lynch ha comunicato di aver rivisto le sue stime sulle esposizioni nel settore del credito.
E mentre da una parte del mondo l´economia continua a correre all´impazzata, tanto che la Banca centrale cinese ha alzato per la quinta volta consecutiva i tassi, portandoli al livello più alto da nove anni a questa parte (al 7,29%) per contrastare l´inflazione e il formarsi di bolle speculative, il governatore della Banca d´Italia, Mario Draghi, è tornato a sottolineare l´importanza di agire in modo corretto sulla politica monetaria. Gli errori nella comunicazione infatti «possono pesare molto più che in passato» creando «effetti disordinati sulla liquidità». Negli Usa il mercato è tornato a scommettere su un ribasso di un quarto di punto dei tassi, nella prossima riunione della Fed (martedì). Ieri la valuta Usa ha guadagnato qualche posizione rispetto all´euro (che passava di mano a 1,3857 dollari, rispetto agli 1,3893 della vigilia) mentre la sterlina, danneggiata dalla crisi della Northern, ha chiuso ai minimi da 14 mesi. Infine, nuovo record, anche se per pochi centesimi, per il petrolio, a 80,36 dollari a barile.

***

DAL NOSTRO INVIATO
FRANCOFORTE - E´ stato proprio qui, nella piccola «market room» della Banca Centrale Europea al primo piano dell´Eurotower, che poco dopo le otto di mattina di giovedì 9 agosto i terminali hanno cominciato a riversare i dati di un repentino balzo dei tassi di interesse sui prestiti a brevissimo termine. A quel punto è scattato l´allarme. Il direttore generale delle operazioni, Francesco Papadia, ha riunito in teleconferenza il gruppo di contatto per ascoltare i rapporti delle tredici banche centrali e delle principali banche commerciali europee. Quindi ha preso il telefono e ha raggiunto i membri del board della Bce, quasi tutti in vacanza. Il suo messaggio, purtroppo, non ha sorpreso nessuno: «La crisi dei subprime sta innescando una spirale di sfiducia: le banche non si prestano denaro l´una con l´altra perché non si fidano dei titoli offerti in garanzia. Il bisogno di liquidi sta mandando alle stelle i tassi di interesse. Dobbiamo intervenire».
Forse neppure Papadia, nell´eccitazione del momento, si rendeva conto della portata storica della sua richiesta. Per la prima volta da quando esiste, la Bce si preparava ad agire non per proteggere la stabilità dei prezzi, ma per tutelare la stabilità dei mercati finanziari.
Alle 10.30, la Banca centrale emetteva un comunicato in cui si diceva «pronta ad assicurare condizioni di normalità sul mercato monetario dell´euro». Alle 12.30 il «front office» della Bce lanciava un´offerta di prestiti «overnight», da restituire entro 24 ore, accettando in garanzia i titoli che le banche commerciali avevano rifiutato. All´una e cinque, l´iniezione di liquidità a brevissimo termine aveva raggiunto i 94,8 miliardi di euro distribuiti tra 49 grandi banche europee. Il giorno dopo, venerdì, l´operazione è stata ripetuta per 61 miliardi. E il lunedì 13 la banca centrale ha riversato nel sistema creditizio altri 47 miliardi di euro a 24 ore, più 310 miliardi a una settimana. Da allora gli interventi, in parallelo con quelli della Fed americana e delle altre principali banche centrali mondiali, non sono mai cessati, anche se la crisi, o «la turbolenza dei mercati» come preferiscono chiamarla qui ai piani alti dell´Eurotower, non accenna a calmarsi.
Tecnicamente, qui a Francoforte, l´intervento della Bce è considerato un grande successo grazie al quale la sofferenza dei subprime non si è trasformata in una crisi strutturale del sistema finanziario che avrebbe potuto avere effetti anche più gravi di quelle del ”98 e del 2000-2001.
Ma non tutti sono d´accordo. Secondo il governatore della Bank of England, Mervyn King, «la fornitura di abbondante liquidità penalizza quelle istituzioni finanziarie che sono rimaste fuori dal balletto, incoraggia comportamenti gregari e aggrava l´intensità delle crisi future». Insomma, secondo la Banca centrale britannica, che pure presiede alla maggiore piazza finanziaria del Pianeta pesantemente toccata dalla crisi dei mutui subprime, la politica della Bce e della Fed americana «incoraggia una assunzione di rischi eccessiva» offrendo «una assicurazione ex post ai comportamenti troppo azzardati».
Ai piani alti della Banca centrale europea le critiche di King non sono apprezzate. E´ vero - si osserva - che non bisogna interferire con le leggi del mercato. Ma perché il mercato possa emettere le proprie sentenze e punire i responsabili di speculazioni sbagliate, occorre garantire che funzioni in modo corretto. Ed è esattamente quello che abbiamo fatto. Se non fossimo intervenuti, la mancanza di liquidità avrebbe penalizzato anche banche e istituzioni finanziarie che non si sono esposte in modo significativo alla crisi di mutui americani. L´effetto valanga avrebbe finito per travolgere anche operatori sani.
Invece, garantendo il corretto funzionamento del mercato, abbiamo offerto al sistema finanziario il tempo necessario per verificare quale sia l´entità reale delle perdite, fare le necessarie «due dilegences» e stabilire chi debba effettivamente pagare per gli errori compiuti.
Il momento della verità, insomma, verrà tra la fine di settembre e la metà di ottobre, quando prima le società finanziarie e poi le banche dovranno presentare i rendiconti trimestrali. A quel punto si potrà capire qual è la reale entità della crisi, chi sarà chiamato a farne le spese e in quale misura.
Altra cosa, pensano a Francoforte, è invece se i timori della Bank of England si riferiscono al rischio che le banche centrali siano tentate di ripetere quello che qui viene chiamato «l´errore di Greenspan», cioè allentare oltre misura il rubinetto del credito abbassando i tassi per drogare il mercato dei titoli e compensarne così le perdite dovute a speculazioni errate. E´ proprio quello che fece l´allora presidente della Fed tra il 2000 e il 2001 di fronte allo sgonfiarsi della bolla speculativa americana e poi alla crisi seguita all´11 settembre.
In questo caso la preoccupazione di King sarebbe legittima. E´ vero che quell´intervento attutì le conseguenze del crollo dei mercati finanziari e mantenne alta la crescita dell´economia Usa ma, secondo l´analisi della Bce, fu proprio quella enorme immissione di liquidità a diminuire la percezione del rischio e a porre le premesse per la crisi attuale. Una crisi, si sottolinea, che pur essendo originata negli Stati Uniti su prodotti finanziari americani, sta colpendo proporzionalmente il sistema finanziario europeo in misura forse superiore a quanto non faccia con il sistema bancario d´Oltreoceano.
Ma questa volta né la Bce e neppure la Federal Reserve americana sembrano orientate a ripetere l´errore. Il calo dei tassi deciso a Washington potrebbe proseguire ma, notano a Francoforte, la Fed è attenta a giustificarlo con i timori di un raffreddamento dell´economia reale e a non metterlo in relazione con le turbolenze dei mercati. Quanto alla Banca centrale europea, è vero che alla riunione del 6 settembre il Consiglio ha deciso di rinviare l´atteso aumento del tasso di sconto per non intervenire in un panorama finanziario già in fibrillazione. Oggi l´aspettativa dei mercati è che la Bce resterà per un po´ al balcone, in attesa di capire quale sia l´entità effettiva della crisi finanziaria innescata dai mutui subprime e quali possano essere le sue ricadute sull´economia reale dell´Eurozona. Ma all´Eurotower si affrettano a sottolineare come già oggi i tassi europei siano inferiori a quelli americani pur con una economia che cresce a un ritmo superiore di quella Usa. Se le prospettive di inflazione non si abbasseranno drasticamente, è certo che Francoforte, dopo la necessaria pausa di riflessione, riprenderà la strada del rigore monetario.

WWW.LASTAMPA.IT, SABATO 15/9/2007

Gb, panico per la crisi di una banca
Clienti in coda per entrare in un’agenzia della Northern Rock a Londra

Le azioni della Northern Rock
perdono il 30% e i correntisti
ritirano un miliardo di sterline

ROMA
«Panico nelle strade» della Gran Bretagna per la crisi della Northern Rock, ottava banca britannica e quinto maggiore erogatore di mutui del Paese. I principali giornali britannici dedicano oggi i titoli di apertura alla crisi dell’istituto di credito, le cui azioni hanno perso ieri oltre il 30 per cento del proprio valore.

L’istituto con sede a Newcastle è stato soccorso dalla Banca centrale della Gran Bretagna, che gli ha concesso un finanziamento di emergenza per fronteggiare una crisi di liquidità. La Northern Rock ha infatti comunicato che la crisi dei mutui subprime negli Usa sottrarrà dai suoi utili tra i 500 e i 540 milioni di sterline, un dato superiore alle attese.

La notizia dell’intervento della Banca centrale ha però gettato nel panico i correntisti della Northern, che si sono affrettati a ritirare i propri risparmi. Solo ieri è stato prelevato dai depositi dell’istituto circa un miliardo di sterline, riferisce oggi il Financial Times, che cita una fonte che segue da vicino questa vicenda.

Per Hamish McRae, giornalista economico del quotidiano The Independent, scene come quelle di ieri, con le code di clienti fuori delle varie filiali della banca, non si videro neanche negli Stati Uniti dopo la grande crisi del 1929. «Per la Northern Rock questa è una catastrofe», scrive McRae. «Per tutti noi è la fine dell’era dei soldi facili».

CORRIERE DELLA SERA, DOMENICA 16/9/2007
MONICA RICCI SARGENTINI
LONDRA – Si sono rimessi in fila all’alba di ieri, ignorando l’appello alla calma del Cancelliere dello Scacchiere Alistair Darling. Da Londra a Edinburgo migliaia di clienti della Northern Rock, l’ottava banca del Paese, per due giorni hanno preso d’assalto le 76 filiali per ritirare i propri risparmi dopo che l’istituto di credito, specializzato in mutui, giovedì scorso aveva annunciato di aver ottenuto un prestito d’emergenza a lungo termine dalla Banca d’Inghilterra (Boe). Un fatto inedito che ha scatenato scene di panico mai viste prima. «Questo è un evento simile a quello accaduto in America dopo la crisi del 1929» ha scritto Hamish McRae sull’Independent. La polizia è dovuta intervenire a Sheffield e a Glasgow per calmare la gente inferocita. A Cheltenham un uomo d’affari si è barricato insieme alla moglie nell’ufficio di un dirigente con la pretesa di chiudere un conto da un milione di sterline. Il portavoce della Northern Rock, Brian Giles, ha cercato di gettare acqua sul fuoco: «Non siamo senza soldi. I risparmi dei clienti sono al sicuro». Ma le sue parole non hanno convinto Brian Goodman, 80, pensionato, in coda insieme alla moglie: «Se torniamo la prossima settimana magari non c’è più contante. Non ci caschiamo». La stessa opinione di Andrew Gill, un ex funzionario del fisco: «La Northern Rock ha perso la sua reputazione. Quindi rivoglio i miei risparmi». Secondo il Financial Times nella sola giornata di venerdì i correntisti sono riusciti a ritirare un miliardo di sterline, il 4% dei depositi. Alla chiusura dei mercati, venerdì scorso, le azioni del gruppo erano crollate del 32%.
La banca, che ha sede a Newscastle, ha sofferto della stretta creditizia innescata dalla crisi dei mutui subprime, nonostante l’istituto non si muova in quel contesto e non abbia esposizioni con gli Usa. La Northern finanzia i mutui ottenendo prestiti da banche o da altre istituzioni finanziarie. Ma la situazione americana ha causato una fuga degli investitori. Di qui la richiesta d’aiuto alla Banca d’Inghilterra che, ieri, ha rassicurato i cittadini: per ora nemmeno una sterlina del fondo d’emergenza è stata toccata. Parole confortanti anche da Callum McCarthy il presidente della Fsa, l’ente che controlla il settore creditizio in Gran Bretagna: «Crediamo che l’istituto sia solvente e che abbia una buona qualità del credito». E il Cancelliere dello Scacchiere, Alistair Darling: «Tutte le banche hanno fondi a disposizione, ma al momento non se li stanno prestando a vicenda come fanno di solito».
Ma c’è chi accusa il premier Gordon Brown. «Deve assumersi la responsabilità di questa bolla creditizia – ha scritto ieri il Daily Telegraph ”. Nei suoi dieci anni al Tesoro è stato felice di beneficiare di un senso di falsa prosperità basato non sull’aumento della produttività ma sui prezzi delle case e dei prestiti». Ora si prevede un calo del mercato immobiliare, a settembre i prezzi sono scesi del 2,6%. Un motivo in più di preoccupazione per chi ha contratto un mutuo (800 mila persone solo con la Northern Rock). Secondo il Sun anche l’istituto di Newcastle ha le sue colpe: «La banca ha continuato a concedere ai clienti prestiti sino a cinque volte l’ammontare dei salari e fino al 125% del valore delle case, nonostante tutti gli avvertimenti sull’instabilità economica e il possibile crollo delle quotazioni degli immobili». E si fa strada l’ipotesi dell’interesse di qualche gruppo rivale per Northern Rock: il Financial Times parla di Lloyds Tsb. Ma gli interessati non confermano.

CORRIERE DELLA SERA, DOMENICA 16/9/2007
ENNIO CARETTO
WASHINGTON – A sorpresa, l’ex presidente della Riserva federale Alan Greenspan, l’ex grande timoniere della finanza internazionale, ha ieri recitato un parziale mea culpa sui mutui subprime, un mea culpa che influirà sulla decisione del successore Ben Bernanke se abbassare i tassi o non alla cruciale riunione di martedì della Fed. In un’intervista alla tv, presentando il suo atteso libro «The age of turbulence» (L’era della turbolenza) che uscirà domani, Greenspan ha dichiarato: «Ero al corrente di parecchie delle prassi dei subprime, ma non mi resi conto di quanto fossero diventate significative se non molto tardi. In realtà non lo capii che alla fine del 2005, inizio del 2006». Poi, in una debole difesa del proprio errore: «Non c’era però nulla di particolare su cui indagare perché, pur sapendo di quei problemi, per noi era assai difficile intervenire».
Con la sua ammissione alla tv Greenspan, su cui gli economisti si sono spaccati in due dopo la crisi dei subprime – chi lo definisce sempre «il maestro» chi «il signore delle bolle» – ha fatto marcia indietro rispetto al libro. Ne «L’età della turbolenza», scritto prima dello scoppio della crisi che vedeva peraltro avvicinarsi, l’ex governatore ha declinato ogni responsabilità.
Il boom immobiliare, ha asserito, fu dovuto alla fine del comunismo e alle emigrazioni che immisero milioni di lavoratori sui mercati globali e spinsero a un drastico ribasso salari e tassi. «Pensai allora e penso oggi che l’aumento del numero dei proprietari di case comporti più benefici che rischi», ha aggiunto Greenspan. Anche nell’intervista, tuttavia, Greenspan ha respinto l’accusa di Steven Forbes, l’editore miliardario ed ex candidato alla Presidenza, di essere stato «il primo colpevole della crisi con la sua troppa generosa politica creditizia». Dopo il 2001, ha spiegato, «tenni a lungo i tassi all’1% per prevenire una deflazione corrosiva: ero persino disposto a creare una bolla, una spinta inflazionistica, di cui ci saremmo presi cura più tardi». E alla domanda se lo scorso agosto al posto di Bernanke avrebbe reagito più massicciamente alla crisi ha riposto: «Non credo, sta facendo bene». (per il resto dell’articolo vedi scheda 141925)

CORRIERE DELLA SERA, DOMENICA 16/9/2007
MASSIMO MUCCHETTI
Celebre per esprimersi con un linguaggio involuto, spesso volutamente ambiguo, stavolta Greenspan sarà accusato di aver parlato con lingua biforcuta sia per la «bocciatura» di un presidente che non ha mai criticato apertamente quando era alla Fed, sia per il tentativo di presentare gli eventi degli ultimi anni in una chiave a lui favorevole.
Certamente, però, dalle sue memorie esce una lettura della storia economica dell’ultimo ventennio affascinante e che induce a guardare al prossimo futuro con una certa apprensione. Per Greenspan è stata la caduta del comunismo a mettere in moto la reazione a catena che ha portato al bassissimo costo del denaro e alle bolle speculative: dopo l’89 i Paesi ex comunisti e poi anche la Cina e l’India si sono aperti all’economia di mercato alimentando un’enorme offerta di lavoro a basso costo che ha fatto calare il prezzo di prodotti e servizi. Nelle nazioni avanzate questo si è tradotto in maggiore produttività e in minore inflazione, con conseguente riduzione dei tassi. L’ex capo della Fed sostiene anche che, comportamenti spregiudicati a parte, è stato politicamente saggio destinare un elevato volume di risorse al finanziamento dei mutui immobiliari: «La protezione dei diritti di proprietà, colonna portante di ogni economia di mercato, richiede un sostegno politico generalizzato possibile solo se i cittadini diventano in larga maggioranza padroni» della casa in cui vivono o di un patrimonio finanziario.
Quanto al futuro, Greenspan non nasconde di vedere molte nubi all’orizzonte: la produttività ha smesso di crescere al ritmo degli anni scorsi e il costo del lavoro ora sale anche nei Paesi emergenti.
L’inflazione è quindi destinata a riaccendersi. Le banche centrali possono spegnerla con una politica monetaria restrittiva e tassi più elevati, ma in questo modo bloccherebbero la crescita. Quanto all’impatto politico delle memorie di un personaggio che si definisce un repubblicano libertario, è chiaro che ad uscirne male è proprio il partito conservatore che, secondo Greenspan, ha meritato la sconfitta alle elezioni di medio termine e la perdita del controllo del Congresso. Ciò perché ha dimenticato i suoi impegni al rigore dopo l’operazione risanamento fatta da Clinton. A voler dare una lettura sofisticata delle sue parole, comunque, dietro alle critiche a Bush e all’elogio di Bill Clinton, si può leggere, oltre ad un’apertura di credito nei confronti di Hillary, anche un monito a tutti i candidati democratici che rischiano a loro volta di diventare protezionisti, oltre che spendaccioni, sotto la spinta di un Congresso nel quale - nota preoccupato Greenspan - oggi prevalgono le voci populiste.

LA REPUBBLICA, LUNEDì 17/9/2007
dal nostro corrispondente
LONDRA - Quasi due miliardi di sterline, pari a tre miliardi di euro ritirati in quarantotto ore. La previsione che a partire da stamattina, nel giro di una settimana, un totale di quasi venti miliardi di euro, la metà del totale dei depositi, verranno portati via da risparmiatori in preda al panico. La Northern Rock, quinto istituto di credito britannico, vacilla. «Cerchiamo un acquirente, un cavaliere bianco», ammette a malincuore Adam Applegarth, l´amministratore delegato, «sarebbe un supplizio andare avanti così». E potrebbe diventare anche peggio: varie filiali, inclusa quella londinese di Golders Green, hanno chiamato la polizia per calmare la folla che dava l´assalto agli sportelli e minacciava di tirare giù tutto. La Banca d´Inghilterra e Alastair Darling, il cancelliere dello Scacchiere ovvero il ministro del Tesoro, si sforzano di rassicurare l´opinione pubblica: «E´ tutto sotto controllo, la Northern Rock potrà contare su di noi se ne avrà bisogno, tutti riceveranno indietro i propri soldi». Ma bisogna andare indietro di trent´anni per ricordare una crisi di liquidità simile nel Regno Unito: allora fu la Cedar Holding, come la Northern Rock una banca specializzata nella concessione di mutui sulla casa, a trovarsi nei pasticci e l´operazione di salvataggio costò alla banca centrale qualcosa come cinque miliardi di euro odierni.
Il timore vero delle autorità è che il panico sia contagioso: il boom immobiliare dell´ultimo decennio, scrivono i giornali della domenica in prima pagina, «è finito», e una banca che precipita rischia di tirarne giù altre se la gente corre in massa a ritirare i propri risparmi dai conti correnti. Per il momento, gli analisti della City prevedono che ciò non avverrà. Ma qualcosa è cambiato. Il boom dei prezzi delle case appare in declino. I tassi d´interesse, viceversa, puntano al rialzo. I crediti interbancari, con cui le banche hanno finanziato mutui sempre più rischiosi, cominciano a chiudersi. E nell´arena politica, sentendo odore di sangue, si affilano i coltelli. David Cameron, leader dei conservatori, è partito all´attacco con un editoriale sul Sunday Telegraph accusando Gordon Brown, per dieci anni ministro del Tesoro e da due mesi primo ministro, di avere creato una bolla artificiale di ricchezza, basata sul mercato immobiliare e sui prestiti, non sulla produttività reale. «Se la Gran Bretagna non riduce la sua dipendenza dal debito, la crisi della Northern Rock sarà solo la prima di tante», ammonisce Cameron. Il quale fa la Cassandra, naturalmente, per mettere in difficoltà i laburisti di Brown: una crisi economica o perlomeno una sensazione d´incertezza sul futuro sarebbe la sua carta migliore da giocare alle prossime elezioni.
Non è solo sterile polemica, tuttavia, quella del leader dei Tory: il Regno Unito, in questi anni di crescita economica e consumismo alle stelle, è diventato il paese più indebitato d´Europa. Tutti s´indebitano con le carte di credito, mentre pubblicità televisive o avvisi nella cassetta della posta offrono a tutti prestiti di ogni genere, per comprare la casa, per restaurarla, per comprare la macchina, per andare in vacanza. La preoccupazione che questa catena di debiti colpisca la parte più debole e povera della popolazione è reale. Se accadesse, Brown sarebbe in seria difficoltà e l´eredità del blairismo assumerebbe contorni meno sfavillanti. A infuriare ulteriormente i cittadini britannici c´è il gap ricchi-poveri che continua a crescere. Una banca sta rischiando di affondare, la Northern Rock, ma i banchieri se la passano sempre meglio: questa estate i bonus annuali nella City hanno superato per la prima volta la media del milione di sterline, un milione e mezzo di euro a testa, e c´è chi se ne è messi in tasca ben di più. «I am sorry», mi dispiace, piagnucola Adam Applegarth, l´amministratore della Northern Rock, ma intanto i giornali pubblicano le foto della sua lussuosa villa da 4 milioni di euro nei sobborghi più esclusivi di Londra. Tutte le banche britanniche, secondo indiscrezioni, sono interessate a rilevare la Northern: ma prima vogliono che il suo valore, già sceso del 30% in Borsa, cada ancora più in basso. In questa atmosfera, non dovranno aspettare a lungo.

LA REPUBBLICA, LUNEDì 17/9/2007
FEDERICO RAMPINI
L´assalto agli sportelli della quinta banca inglese è un nuovo stadio nell´escalation della crisi finanziaria globale. Quella che all´inizio dell´estate sembrava ancora una malattia prevalentemente finanziaria, e americana, sta cambiando natura. La minaccia si avvicina sempre di più alla situazione economica degli italiani. Può colpire il mercato del lavoro, uccidere una ripresa che era appena avviata. Il nuovo capitolo si è aperto sabato quando lunghe code di risparmiatori hanno assediato la Northern Rock per svuotare i propri depositi e scappare a casa a mettere i soldi sotto il materasso. La Banca d´Inghilterra ha fatto il possibile per rassicurare il pubblico, ma a Londra e nel resto del mondo tutti si chiedono: adesso a chi tocca? Chi può dire di essere al sicuro? Il governatore della Banca d´Italia Mario Draghi, quando afferma che il nostro paese è meno esposto, ha davvero tutte le informazioni su ciò che si nasconde nei bilanci degli istituti di credito? La Banca d´Inghilterra, una delle autorità monetarie più antiche e rispettate del mondo, è stata colta di sorpresa. In precedenza gli scossoni della crisi erano venuti dagli Stati Uniti e dalla componente più speculativa, fragile e malata del sistema finanziario. Da una parte, il crollo del mercato immobiliare americano ha scatenato un´ondata di insolvenze nei mutui a rischio, pignoramenti di case, fallimenti di società finanziarie specializzate nel prestare alle famiglie meno abbienti o più spendaccione. Questo castello di debiti impossibili da ripagare, da anni era stato riciclato su tutti i mercati del mondo. Nuovi strumenti finanziari opachi hanno infilato i «mutui a perdere» nelle obbligazioni e nei fondi d´investimento sottoscritti da banche, assicurazioni, e dalla generalità dei risparmiatori. Fin qui però c´era ancora qualche possibilità di distinguere tra «carta buona» e «cartaccia»: la fuga verso i titoli del Tesoro, verso i vecchi depositi bancari e postali, nel mondo intero offriva un´uscita di sicurezza.
L´implosione della Northern Rock scuote perfino l´ultima certezza.
Qui non siamo di fronte a una banca specializzata nei rischiosi «subprime», i mutui di serie B. Si tratta di un istituto che faceva prestiti a una clientela normale e solvente. L´unica fragilità della Northern Rock è che si finanziava sul mercato interbancario, cioè con i prestiti di altre banche.
Questo mercato si è prosciugato nelle ultime settimane, paralizzato dalla paura.
E´ stato superato l´ambito iniziale della crisi - l´America e i suoi debiti. Entra in gioco una patologia più grave e più diffusa: si azzera la fiducia che alimenta la macchina quotidiana del credito. Il funzionamento dell´economia reale corre pericoli gravi. Quando ogni banchiere osserva il banchiere vicino con sospetto, tratta ancora peggio le imprese che hanno bisogno del credito per investire, esportare, assumere personale. Un mese fa, mentre i mercati cominciavano a percepire degli scricchiolii sinistri, il chief executive della più grande banca americana e mondiale ebbe un´uscita infelice. Chuck Prince, numero uno della Citicorp, usò l´immagine del gioco delle sedie musicali: «Quando la musica cesserà di colpo, in termini di liquidità, sarà un bel guaio. Ma finché la musica suona dobbiamo ballare.
Per adesso stiamo ancora ballando». La musica è finita, e l´impressione è che le sedie su cui poggiare siano sparite tutte insieme.
Ora i mercati mondiali aspettano l´intervento del grande salvatore: la Federal Reserve, la banca centrale americana, domani riunisce il suo direttivo che dovrebbe ridurre i tassi d´interesse. Tutta la finanza globale ha gli occhi puntati su quell´evento. E´ diffusa la speranza che si ripeta il «miracolo» del 1987 e del 1998. Le due ultime crisi finanziarie furono curate con massicce iniezioni di liquidità attenuando le perdite complessive per il sistema. In queste aspettative c´è un misto di ingenuità e di malafede. I «miracoli» del 1987 e del 1998 infatti non avvennero gratis. Salvando i protagonisti più spericolati della finanza, allora la Fed diede un´implicita assoluzione ai loro comportamenti. Gli eccessi di oggi sono figli di quelle indulgenze della banca centrale. L´immagine di indipendenza e autorevolezza della Fed ha ricevuto in questi giorni un duro colpo da colui che la guidò per quasi vent´anni. Il sommo sacerdote del dollaro e dei mercati globali Alan Greenspan, nelle sue memorie ammette candidamente di non aver visto arrivare la crisi dei mutui; e condanna ex post la politica fiscale dell´Amministrazione Bush (che ha accelerato l´indebitamento americano) mentre non aprì bocca quando aveva il potere di modificarla. Il suo successore Ben Bernanke riceve in eredità un esame duro, una prova di alto equilibrismo. Deve fare tutto ciò che è in suo potere per restituire fiducia ai mercati, e rimettere in moto la macchina del credito che si è inceppata. Deve anche lasciare che operi liberamente «l´angelo sterminatore» del mercato: che i peggiori falliscano, e paghino di tasca propria. Un´immensa bolla speculativa accomuna il settore dei mutui, gli hedge fund, il private equity e le banche che ne finanziano maxiacquisizioni in Borsa. Se la bolla non viene incisa dal bisturi della selezione naturale, il suo scoppio sarà ritardato e farà ancora più male.
E´ improbabile che da questa crisi si possa uscire senza ripercussioni severe sull´economia reale. Forse è già troppo tardi perché i tagli d´interesse della Fed riescano a scongiurare una recessione americana. Sul New York Times Floyd Norris ha segnalato la congiunzione di due indicatori che in passato hanno sempre annunciato una recessione: il calo dell´occupazione americana, e la caduta dei rendimenti dei Bot Usa al di sotto dei tassi della banca centrale. L´economia europea già rallenta. Quelle asiatiche non potranno da sole trainare il mondo intero. Le crisi a volte servono: molte istituzioni regolatrici dei mercati nacquero dopo il crac del 1929. Oggi quelle istituzioni hanno bisogno di riforme profonde. Proprio Draghi è stato incaricato dal G7 di preparare un progetto per migliorare la trasparenza dei mercati finanziari mondiali. Il fresco ricordo dei casi Cirio e Parmalat gli saranno preziosi in questa sfida.

LA REPUBBLICA, 17/9/2007
JOHN LLOYD
Mi trovavo in Italia, alla conferenza annuale italo-britannica di Pontignano, vicino a Siena, quando ho letto sui giornali di sabato del rischio di fallimento della Northern Rock, e ho visto le foto che mostravano code simili a quelle che tutti abbiamo visto nelle foto scattate all´epoca del crac borsistico del 1929. Un pensiero mi è passato per la testa: tutti i miei soldi sono in una banca (la Lloyds, una delle banche più grandi del Regno Unito, fondata due secoli fa da una famiglia con cui, nonostante l´omonimia, ahimé, non sono minimamente imparentato). Se questa banca fallisse, mi ritroverei povero. Magari, appena torno in patria, faccio un salto dalla Lloyds e ritiro i miei soldi.
Il pensiero, però, è durato poco, perché quello successivo è stato: se anche tutti gli altri ritirassero i loro soldi, sarebbe davvero di nuovo come nel 1929. E gli economisti ci hanno rassicurato, nelle ultime tre settimane in cui i mercati finanziari hanno mostrato segnali di nervosismo acuto, che non c´era nessuna ragione concreta per aver timore, che le economie occidentali erano fondamentalmente sane, che sì, si era dovuto mettere un freno ai prestiti ad alto rischio, ma che era una correzione da tempo che sarebbe dovuta arrivare già da molto tempo. Dato che scrivo queste righe di domenica pomeriggio, spero che anche i miei concittadini ci abbiano pensato su, e che questa mattina non ci saranno code fuori dalle banche e la paura non si sarà trasformata in crisi.
I britannici vanno orgogliosi delle loro banche. La Banca d´Inghilterra, non più controllata dal governo, fu la prima banca nazionale del mondo e, insieme alle banche commerciali fondate nel XVIII e nel XIX secolo, rappresento un segno di rispettabilità e di sicurezza, uno dei fattori che concorrevano a definire l´identità della prima nazione capitalistica che viveva di industria manifatturiera e di commercio. I banchieri non godevano generalmente di buona fama in letteratura – la figura di Bulstrode tratteggiata da Charles Dickens in Tempi difficili era un personaggio ipocrita e avido – ma nella vita reale di loro generalmente ci si fidava.
Al tempo stesso, però, adesso i britannici hanno il più alto livello di indebitamento personale tra i Paesi del continente europeo. Il vecchio stereotipo del suddito di sua maestà – razionale, prudente e misurato – fa a pugni con un presente in cui i britannici, sotto molti aspetti, sono il popolo meno misurato d´Europa: i più inclini a ubriacarsi, ad avere famiglie monoparentali, ad indebitarsi. La Gran Bretagna è, come tutti i Paesi ricchi, un Paese in cui l´economia è trainata dall´alto livello dei consumi. La crescita relativamente alta degli ultimi quindici anni, incoraggiata dai media e dalle molte migliaia di ricchissimi presenti oggi nel Paese, a Londra in particolare, ha creato uno stile di vita che si avvicina, più che in qualsiasi altro Stato europeo, a quello americano, con tendenza a spendere molto e a indebitarsi.
I britannici hanno un problema specifico: le case costano di più che in qualsiasi altro Paese europeo, e la maggior parte delle persone comprano la casa in cui vivono. Se la comprano accendendo un mutuo, con società come la Northern Rock: e, come negli Stati Uniti, le compagnie edilizie che prestano soldi a quelli che vogliono acquistare una casa hanno cominciato a chiedere sempre meno garanzie, il che significa che il reddito necessario per comprare una casa è diventato sempre più basso. Nel Sudest del Paese, dove c´è la crescita più sostenuta e i redditi più alti, le tante persone che hanno uno stipendio basso scoprono che perfino case piccole nei quartieri poveri delle città costano cifre ben superiori ai 150.000 euro: chiedono un prestito per comprare queste case e poi si ritrovano nell´impossibilità di rimborsarlo. Nel corso della settimana passata, i media britannici sono stati invasi da interviste a gente che confermava quanto fosse facile ottenere un prestito, quanto fosse facile ritrovarsi nei guai e quanto fosse difficile a quel punto ottenere aiuto.
Il problema non scomparirà. Gli individui a basso reddito, disoccupati o con un impiego mal retribuito, si trovano ora in grande difficoltà. Mentre i grandi calciatori sono multimilionari, i ragazzi e le ragazze che magari sono cresciuti ammirandoli e che hanno lavori malpagati e non riescono a trovare di meglio ora vedono i loro stipendi scendere o rimanere bloccati, in parte per la concorrenza degli immigrati dell´Europa orientale, in parte perché la tecnologia ha eliminato molti dei lavori meno pagati, in parte perché i lavori ben pagati nell´industria manifatturiera sono scomparsi.
Questa categoria di poveri è difficile da ridurre, e le loro aspirazioni a vivere una vita soddisfacente sul piano materiale, come quella che vedono tutto intorno a sé, li spinge a indebitarsi e ad affogare nei debiti. Li si può aiutare – sono loro, in Gran Bretagna, che hanno beneficiato dell´introduzione di un salario minimo – ma fino a un certo punto. Sono i punti deboli del sistema finanziario: la principale causa di turbolenze nel mercato, uno dei più grandi problemi sociali che ci troviamo di fronte nel mondo industrializzato. I loro problemi adesso sono i nostri problemi. E se i loro problemi si trasformano in panico, anch´io finirò col mettermi in fila davanti a una banca che ha il mio nome, e che ha i miei soldi.
(Traduzione di Fabio Galimberti)

CORRIERE DELLA SERA, MARTEDì 18/9/2007
MONICA RICCI SARGENTINI
DAL NOSTRO INVIATO
LONDRA – Un lunedì di passione per l’economia britannica. I mercati, anche europei, ieri hanno guardato con grande apprensione le lunghe file di persone davanti alle filiali della Northern Rock, investita da una crisi di liquidità che l’ha portata a chiedere aiuto alla Banca d’Inghilterra. Per il terzo giorno la gente ha continuato a ritirare i propri risparmi al grido di «questa volta li metto sotto il materasso». Due miliardi di sterline (tre miliardi di euro) hanno già lasciato le casse del quinto istituto di credito del Paese, l’8% dei soldi depositati dai risparmiat ori nei conti correnti. Un’emorragia meno copiosa di quanto temessero alla City, anche se il titolo della Northern, specializzata nella concessione di mutui per la casa, ieri ha perso il 35,4%. La crisi ha investito anche altri due istituti bancari dalle caratteristiche simili: la Alliance & Leicester che ha chiuso con una perdita del 31,3% e la Bradford & Bingley con il 15,4%. Un segnale negativo che ha fatto tremare Downing Street, dove si temeva l’effetto domino. Ma finora non sembra che i clienti delle altre banche siano corsi a ritirare i propri risparmi. Anzi Barclays e Hbos, il terzo e il quarto istituto britannico dopo Hsbc and Royal Bank, hanno assicurato di aver avuto più clienti del normale. «Il flusso di denaro è sopra la media», ha detto il portavoce della Hbos Andrew McDougall. Ieri il Santander, che controlla Abbey National, ha dichiarato di non essere preoccupato.
Ma la situazione rimane critica. Tanto che, ieri sera, Alistair Darling si è sentito in dovere di intervenire nuovamente per rassicurare i cittadini. «Il governo britannico garantirà la totalità dei risparmi della clientela Northern Rock», ha detto il Cancelliere dello Scacchiere dopo aver incontrato il premier Gordon Brown e il ministro del Tesoro americano Hank Paulson che ieri è arrivato a Londra per discutere della crisi innescata dai mutui subprime. «Questo significa – ha aggiunto Darling – che la gente può continuare a prelevare i propri risparmi, ma se sceglie di lasciarli presso la Northern Rock saranno garantiti».
Anche le agenzie di rating hanno certificato la crisi con il loro intervento. Ieri Fitch ha declassato da «A» ad «A-» il rating a lungo termine di Northern Rock, ma allo stesso tempo ha deciso di aumentare da «BB+» ad «A-» il cosiddetto «rating di supporto» proprio per il sostegno offerto all’istituto dalla Banca d’Inghilterra tramite la concessione di una linea di credito d’emergenza. Ma molti a Londra accusano il governatore della Boe Mervyn Allister King di essere intervenuto troppo tardi. L’esempio da seguire, secondo gli analisti, era quello della Banca Centrale Europea che, subito dopo la crisi dei subprime, ha fornito denaro alle banche con un’asta ben sette volte.
Ora cosa ne sarà della Northern Rock? Le voci di una vendita, o di una fusione, si rincorrono. Ieri sera la Bbc parlava di un interesse da parte di Rsb e Lloyds Tsb, quest’ultima era già in trattative per l’acquisto prima dell’estate. La banca, in un comunicato, ha ammesso di stare valutando «tutte le opzioni strategiche nell’interesse degli azionisti e dei clienti». E ha lanciato una campagna mediatica per riconquistare la fiducia dei risparmiatori. Oggi su molti giornali britannici comparirà una pagina di pubblicità. Il messaggio: «Sono stati giorni difficili ma la Northern Rock non vi abbandonerà ».
La crisi ha colpito un po’ tutta l’Europa. A Londra l’indice Ftse 100 ha perso l’1,6%, il Dax 30 di Francoforte ha lasciato sul terreno lo 0,24%e il Cac 40 di Parigi ha ceduto l’1,8%. In Italia, l’indice Mibtel ha chiuso con un meno 1,13%. In discesa i titoli bancari. Intanto cresce l’attesa per la decisione della Fed che oggi dovrebbe tagliare di almeno un quarto di punto i tassi.

LA REPUBBLICA, MERCOLEDì 19/9/2007
ARTURO ZAMPAGLIONE
NEW YORK - «E´ un giorno cruciale per l´economia, tutti gli occhi sono puntati sulla Federal Reserve», avvertiva ieri mattina la Merrill Lynch, mentre Wall Street aspettava la decisione sui tassi di interesse con un misto di nervosismo e ottimismo. Alle 14.15, cioè le 20.15 ora italiana, è arrivato il comunicato della svolta. Per la prima volta dal giugno del 2003, il presidente della Fed Ben Bernanke e i suoi colleghi del Fomc, il comitato del credito della banca centrale americana, hanno abbassato il costo del denaro. Una riduzione consistente - mezzo punto - con l´obiettivo di limitare i danni dei mutui subprime e i rischi di una recessione.
I tassi sui Fed funds, cioè sui prestiti, interbancari a breve sono così passati dal 5,25 al 5 per cento. Il tasso di sconto è sceso al 5,25. I mercati, che si aspettavano una flessione di un quarto di punto in linea con il «gradualismo» di Alan Greenspan, sono rimasti sorpresi dalla prontezza e aggressività di Bernanke.
In teoria la mossa della Fed poteva fare pensare a una crisi dell´immobiliare più profonda del temuto, ma gli investitori di Wall Street hanno preferito scommettere sull´efficacia della manovra e sui positivi effetti psicologici. E in pochi minuti l´indice Dow Jones ha guadagnato 200 punti.
Da oggi sarà meno caro per gli americani pagare i mutui e indebitarsi con le banche per l´acquisto di un´auto. E le imprese avranno più soldi da investire, creando posti di lavoro. Il rischio, ovviamente, è che tutto ciò faccia crescere l´inflazione. Ad eccezione delle piazze asiatiche, tutte in ribasso, le Borse mondiali si sono preparate all´annuncio della Fed con rialzi generalizzati. Milano ha chiuso a +1,59 per cento, Londra +1,63, Francoforte a +1,27, Parigi a +2,02.
Poco prima dell´ora X il Dow Jones guadagnava 80 punti: un comportamento insolito - di norma è stazionario alla vigilia delle riunioni del Fomc - legato soprattutto ai risultati trimestrali della Lehman Brothers, una delle banche più coinvolte nei mutui subprime, i cui utili sono diminuiti di appena il 3,2 per cento, molto meno del temuto. Il Dow Jones ha chiuso a quota 13.739 con un aumento del 2,5%, il più consistente dal 2003 e l´oro è volato ai massimi degli ultimi 28 anni toccando 733,40 dollari l´oncia.
I mercati finanziari hanno anche snobbato il petrolio, che proprio ieri ha registrato un nuovo record storico, superando gli 82 dollari al barile per la prospettiva di una forte domanda americana nei mesi invernali, cui potrebbe non corrispondere una offerta adeguata.
Intanto i contraccolpi della crisi dei mutui subprime sull´economia mondiale hanno portato il Fondo monetario internazionale a ridimensionare le previsioni di crescita per il 2008 non solo negli Stati Uniti ma anche, sia pure in misure più ridotta, per la zona dell´euro. Secondo una bozza dell´Economic Outlook, il rapporto degli esperti del Fondo che sarà pubblicato tra poche settimane, il Pil americano salirà l´anno prossimo del 2,2 per cento, e non del 2,8 come promettevano le proiezioni dei mesi scorsi. In Europa ci si assesterà sul 2,3 per cento: un po´ meno del 2,5 previsto nel passato.
Anche l´Italia paga uno scotto, come hanno già anticipato il ministro dell´Economia Tommaso Padoa-Schioppa e il governatore della Banca d´Italia Mario Draghi. La bozza del Fondo monetario, infatti, pur lasciando invariati i livelli di crescita di quest´anno (1,8 per cento), riduce quelli del 2008 dal 1,7 al 1,6 per cento. Mostra anche che il rapporto deficit/Pil sarà del 2,2 per cento nel 2007 e del 2,3 l´anno prossimo.

CORRIERE DELLA SERA, MERCOLEDì 19/9/2007
MASSIMO GAGGI
NEW YORK – L’economia Usa ha la febbre e la Federal Reserve, tagliando i tassi di mezzo punto, le somministra una medicina da cavallo con molti effetti collaterali indesiderati: dall’abbassamento delle difese contro l’inflazione al rischio che i mercati considerino il calo del costo del denaro una mezza «amnistia» per i finanzieri più spregiudicati, arrivati alla resa dei conti con la crisi dei mutui «subprime ». Wall Street festeggia: pochi secondi dopo la decisione della Banca centrale Usa l’indice Dow Jones si impenna di oltre 200 punti, mentre Jim Cramer – popolarissimo e pittoresco conduttore della rubrica «Mad Money» (denaro pazzo) della rete televisiva Cnbc – s’inginocchia con le braccia levate al cielo: «Sul mercato azionario torneranno i compratori, le famiglie consumeranno di più, l’economia riprenderà fiato: questa non è una buona notizia, è manna dal cielo».
Ma dietro questa fiammata euforica c’è la realtà di una Fed che fino a qualche settimana fa era decisa a non ridurre il costo del denaro e che invece è stata costretta a farlo e in misura molto consistente: cosa che, date le circostanze, la lascia con ben poche munizioni da usare in caso di un ulteriore avvitamento della crisi.
Ben Bernanke, che un anno e mezzo fa, ereditando da Alan Greenspan la guida della Banca centrale, si era dato l’obiettivo di rendere la politica monetaria più trasparente, prevedibile e comprensibile, si ritrova oggi a governare la moneta con i colpi di scena.
Davanti a una crisi attesa da molti, ma che ha sorpreso tutti per il modo in cui si è presentata e per la sua complessità, Bernanke non ha certo tirato i remi in barca: ha imposto ai direttori della Fed (alcuni dei quali ancora sabato scorso dicevano di voler lasciare i tassi invariati) un intervento che, favorendo un ulteriore indebolimento del dollaro, fa pagare buona parte del conto della crisi all’Europa che esporta, agli investitori asiatici e mediorientali che hanno i forzieri pieni di biglietti verdi e anche ai consumatori americani che, da un lato, vedono ridursi il costo dei loro debiti, dall’altro pagheranno di più per la benzina e gli altri prodotti d’importazione.
Ora l’America corre un grosso rischio: l’inflazione in questo momento sembra sotto controllo, ma con il petrolio di nuovo a livelli record, l’economia cinese surriscaldata (prezzi che corrono al 6,5 per cento) e le materie prime sotto pressione (quelle agricole risentono dell’accresciuta domanda del mercato asiatico, mentre sui cereali si è abbattuto l’effetto «biofuel »), una fiammata può essere dietro l’angolo.
Bernanke ne è consapevole, ma alla fine ha scelto la via che era stata indicata anche dall’altro «grande vecchio» della scienza economica americana: quel Martin Feldstein che molti consideravano il successore «naturale» di Greenspan e che nei giorni scorsi aveva sostenuto la necessità di un taglio «aggressivo » dei tassi, riconoscendo che ciò potrebbe favorire una ripresa dell’inflazione, ma aggiungendo che, oggi, questo è il minore dei mali.
Ecco il nodo: il rischio di un avvitamento della crisi. Chi pensa che Bush abbia scelto Bernanke perché più «malleabile» di Feldstein, oggi penserà che, tagliando i tassi, la Fed ha fatto un favore alla Casa Bianca e ai repubblicani che, dopo otto anni di governo, vorrebbero evitare di andare alle elezioni con le famiglie, che sono state spinte da Bush a comprarsi la casa, «impiccate» ai loro debiti. In realtà la Fed voleva soprattutto evitare di fare un regalo agli speculatori; ha deciso di agire 10 giorni fa quando i dati dell’occupazione hanno presentato – per la prima volta negli ultimi quattro anni – il segno meno. Nei giorni successivi quasi tutti i centri di analisi (e lo stesso Greenspan) hanno segnalato un aumento del rischio di recessione.
La Fed ha quindi deciso di intervenire per contrastare la trasmissione del «contagio» finanziario all’economia reale. Certo, con gli strumenti limitati che può mettere in campo, Bernanke non è in grado di invertire le tendenze né di risolvere la crisi dei mutui, ma può ridare fiducia alle banche e cerca di evitare nuove crisi di liquidità che potrebbero diventare l’incidente capace di trasformare una bassa crescita in una recessione. Al tempo stesso cerca di spingere un Paese che vive da anni al di sopra dei suoi mezzi, verso un riequilibrio doloroso ma inevitabile: meno importazioni, più export e riduzione dei posti di lavoro nelle imprese che si ristrutturano per divenire più competitive.
E’ un tentativo di riprendere il cammino che merita l’attenzione di un Paese come l’Italia che, mentre attorno tutto cambia, è ancora una volta tentato di restare a braccia conserte, soddisfatto di essere solo sfiorato dalla crisi dei mutui «subprime».
Che, oltretutto, facilita la raccolta di risparmio per finanziare il nostro enorme debito pubblico.

CORRIERE DELLA SERA, 20/9/2007
MARCO MARONI
MILANO – Sono bastate due buone notizie dall’America: il taglio dei tassi e i alcuni bilanci trimestrali bancari meno peggio del previsto, per far ripartire a razzo le Borse. Ieri Milano ha registrato il maggior rialzo dall’inizio dell’anno: più 2,1%, una crescita di quasi il 4% in due giorni. Francoforte è salita del 2,3%, Parigi del 3,3%, Londra del 2,8%. Wall Street è salita dello 0,4% dopo il 2,5% di martedì. Sono state comprate soprattutto azioni delle banche, che erano state le più penalizzate, a causa delle perdite legate alle cartolarizzazioni dei mutui americani e per la conseguente crisi di liquidità.
«Un dato importante è il risultato trimestrale di Lehman Brothers, in calo ma meno delle attese – dice Gianluca Verzelli, direttore sviluppo e investimenti di Bnp Paribas Banque Privée – se si aggiunge il taglio dei tassi, il buon dato sull’inflazione americana (prezzi alla produzione scesi dell’1,4% ad agosto
n.d.r.) e il fatto che non ci sono reali avvisaglie di recessione, si capisce la maggiore distensione degli animi ».
Sullo sfondo i problemi però rimangono. Il taglio della Fed dello 0,5% (il consensus era dello 0,25%) indica che il problema della liquidità è preso molto sul serio. Il taglio ha fatto scivolare ulteriormente il dollaro, ora ce ne vogliono 1,4 per comprare un euro. In Europa, dove la Bce ha lasciato invariati tassi che sembravano destinati a un rialzo, il differenziale tra il tasso interbancario Euribor e il tasso Bce, un termometro della crisi, ieri era ancora dello 0,73% (normalmente è attorno allo 0,20%) segno che le banche non si fidano a finanziarsi l’un l’altra.
Il presidente dell’Associazione bancaria, Corrado Faissola, ieri ha lanciato un messaggio tranquillizzante: «I gruppi bancari italiani hanno escluso una crescita delle rate impagate per i mutui di entità significativa ».
Il problema è che le dinamiche ormai sono globali e che la crisi in europa non riguarda tanto i mutui, quanto i titoli derivati extrabilancio, difficili da valutare per gli stessi banchieri. Sempre ieri, il commissario Ue per il mercato interno, Charlie McCreevy, ha detto che indagherà su come alcuni prodotti e titoli finanziari sono stati «impacchettati» in modo da sfuggire agli obblighi di trasparenza europei.

CORRIERE DELLA SERA, GIOVEDì 20/9/2007
BERLINO – I giorni dell’incertezza sono quelli durante i quali un banchiere centrale vorrebbe essere rimasto impiegato di banca. O professore all’università. Probabilmente era questo il sentimento di Ben Bernanke, il presidente dell’americana Fed, quando martedì ha incrociato le dita e tagliato i tassi d’interesse.
Ed è lo stato d’animo che deve avere anche Jean-Claude Trichet, il capo della Banca centrale europea, che il 4 ottobre dovrà decidere se seguire il sentiero americano oppure tenere le posizioni, pensare alla lotta all’inflazione prima di tutto e non muovere niente. Anche lui incrocerà le dita.
Il fatto è che, in questo momento, Trichet e la Bce sono il punto di riferimento più credibile per i mercati, sono l’unica istituzione che non è ancora vacillata sotto i colpi della crisi internazionale del credito. Bernanke, di fronte ai primi segni
Il tasso di riferimento fissato dalla Bce
di panico sul mercato, ha ribaltato la politica di rialzo dei tassi dei mesi precedenti e ha segnalato di non avere letto bene la situazione. Il governatore della Bank of England, Mervin King, è stato addirittura costretto a un cambio di direzione sconcertante, oltre che umiliante: dopo avere sostenuto che non avrebbe messo a disposizione delle banche alcuna linea di credito facilitata, per non favorire gli azzardi di chi ha speculato e sbagliato, è prima corso in salvataggio della Northern Rock e poi ha deciso di immettere liquidità nel sistema. Una reputazione crollata in pochi giorni.
Ora, è il momento di Trichet di leggere le foglie di tè sul fondo della tazza. Oggi e domani, a Francoforte, si celebra il 50˚anniversario della nascita della Bundesbank, la gloriosa banca centrale tedesca sul cui modello è stata costruita la Bce: parleranno in molti, compreso il suo attuale presidente, Axel Weber, ma il discorso più atteso è quello di Trichet. Non dirà nulla sulla direzione che prenderanno i tassi europei. Ma, forse, dirà la sua sulla domanda del momento: abbiamo cambiato stagione? Le forze che hanno tenuta bassa l’inflazione negli ultimi anni hanno messo la retromarcia?
Il periodo straordinario di crescita e basso aumento dei prezzi, che ci accompagna dagli anni Novanta, è alla fine? Questa è la tesi di Alan Greenspan, il semidio che ha guidato la Fed tra il 1987 e l’anno scorso. A suo parere, le forze benigne della globalizzazione, dell’innovazione tecnologica e degli aumenti della produttività hanno creato un lungo periodo di crescita economica senza inflazione e di gonfiamento dei prezzi dei beni mobili e immobili. Bene, Greenspan sostiene che questa fase è finita. E che i primi a dovere fare i conti con il nuovo mondo della finanza internazionale, ovviamente, saranno i banchieri centrali, che si troveranno di fronte a un dilemma dal quale il clima favorevole dei due decenni passati li aveva assolti: se si stringono troppo i tassi, rischiano di innescare una seria recessione, se li tengono bassi, rischiano di gonfiare l’inflazione e di dovere somministrare una cura più dura in futuro.
Per ora, Trichet si è riferito alla crisi come «una correzione di mercato che ha episodi di volatilità». Vedremo se, in casa della banca centrale più ossessionata dal pericolo inflazione, dirà qualcosa che va oltre l’incertezza. E oltre Greenspan.