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 2007  settembre 15 Sabato calendario

Con un occhio alle Olimpiadi, sulla pena di morte il governo cinese fa un gesto conciliante verso l´Unione europea e le associazioni per i diritti umani

Con un occhio alle Olimpiadi, sulla pena di morte il governo cinese fa un gesto conciliante verso l´Unione europea e le associazioni per i diritti umani. Ieri la Corte suprema di Pechino ha pubblicato una direttiva che ordina ai giudici di usare la sentenza capitale «solo per un numero estremamente ristretto di criminali colpevoli di reati molto gravi». una svolta per il paese che ha un triste primato mondiale in questo campo: la Repubblica popolare esegue più condanne a morte che in tutti gli altri Stati del mondo messi assieme. Secondo Amnesty International l´anno scorso quattromila cinesi sono stati condannati a morte e 1.770 di queste sentenze sono state già eseguite. Questi dati – pur impressionanti – probabilmente sottostimano la dimensione effettiva del fenomeno, perché i tribunali non danno sempre pubblicità ai loro atti e le statistiche giudiziarie sono inaffidabili. Secondo altre stime in anni recenti le pene capitali avevano raggiunto il ritmo di diecimila all´anno. La nuova direttiva della Corte suprema indica in quali direzioni i giudici dovranno usare maggior clemenza: i cosiddetti «crimini passionali» (per esempio la vendetta per un adulterio), e i reati economici tipicamente commessi dai «colletti bianchi», come la corruzione. L´indicazione che viene dal massimo organo della giustizia cinese non è del tutto inattesa. I segnali premonitori di un ammorbidimento si moltiplicavano da un paio d´anni. Alcuni autorevoli giuristi avevano aperto un dibattito – col beneplacito del regime – sulla legittimità e l´utilità della pena capitale. Nel novembre del 2006 venne introdotta una novità rilevante nel codice di procedura penale: da allora l´ultima parola sulla pena di morte spetta proprio alla Corte suprema che ha il potere di rivedere tutte le sentenze emesse nei gradi inferiori della giustizia. Questa riforma ha già ridotto il ricorso alla pena capitale. Il numero di sentenze è sceso del 10% dall´inizio di quest´anno. I giudici di prima istanza e d´appello infatti temono di «perdere la faccia» se la Corte suprema annulla o corregge le loro sentenze, e questo li induce a essere più prudenti. Ora il calo potrebbe raggiungere il 20% e il 2007 segnerà probabilmente un minimo storico per il numero dei condannati all´esecuzione. La Corte suprema tuttavia ha voluto ribadire che il principio stesso della pena capitale non è rimesso in discussione. La sua direttiva contiene un passaggio chiaro su questo punto: «Dobbiamo ricorrere alla pena capitale ed eseguirla immediatamente nei casi più odiosi di reati che provocano un grave danno alla società, e che sono corroborati da prove irrefutabili». L´ala più liberal del regime comunista e dell´alta magistratura non è riuscita quindi a mettere in discussione la legittimità stessa della pena di morte. Il riferimento al «grave danno per la società» è allarmante in un paese dove il partito comunista si considera unico interprete dell´interesse collettivo e il dissenso politico può essere punito con severità estrema. Accelerando il trend già avviato verso la riduzione delle condanne capitali, il regime di Pechino ha voluto fare comunque un gesto importante verso il resto del mondo. un successo per le organizzazioni dei diritti umani e in particolare per l´Unione europea. Nelle loro visite ufficiali a Pechino i leader dei governi europei, compreso quello italiano, hanno sistematicamente sollevato questo problema. Nel corso degli ultimi due anni, per esempio, la pena di morte è stata discussa sia nella missione di Romano Prodi che in quella di Massimo D´Alema in Cina. La pressione internazionale è stata decisiva, tanto più in vista dei Giochi olimpici che aumentano l´attenzione dell´Occidente sui diritti umani in Cina. Se il regime cinese avesse solo a cuore l´opinione pubblica nazionale le sue scelte sarebbero diverse. All´interno del paese la pena di morte continua a godere di un consenso largo. Una parte di questo appoggio è la conseguenza diretta della propaganda: fin dalla più tenera età le scolaresche sono portate in «visita-premio» ad assistere a fucilazioni di condannati a morte negli stadi, per mostrare che lo Stato protegge la popolazione dai criminali più pericolosi. La gente apprezza soprattutto l´uso della pena estrema contro i (rari) boss della nomenklatura colti in flagrante reato di corruzione. Ha avuto una eco immensamente positiva quest´anno l´esecuzione di Zheng Xiaoyu, l´ex capo dell´authority per i controlli sanitari: aveva intascato 850.000 dollari di tangenti per dare il nulla osta a medicinali contraffatti e nocivi, provocando la morte di 13 bambini. Questi casi che il regime pubblicizza con grande enfasi, offrono una «consolazione» ai cittadini che quotidianamente sono oppressi dalla corruzione e dagli abusi di potere della nomenklatura. Perciò nei sondaggi (ufficiosi) la pena di morte è assai popolare nel paese. Molti cinesi oggi scoprono con irritazione che la Corte suprema impone maggiore clemenza proprio verso i colpevoli di reati economici: una categoria che generalmente include boss di partito e i loro complici in un capitalismo-pirata. Il vero punto debole della giustizia cinese resta comunque la fragilità dei diritti individuali e la totale assenza di garanzie per gli imputati. Quello che i cittadini ignorano, è che la maggior parte delle sentenze emesse dai tribunali - incluse le condanne a morte - vengono decise in tempi rapidissimi, per lo più sulla base della sola confessione dell´imputato. Molte confessioni vengono estorte con la tortura dalla polizia, che vuole dare prova di «efficienza» concludendo le sue indagini in tempi record. Ne è una prova la vicenda del giornalista Zhao Yan, collaboratore del New York Times a Pechino, liberato solo ieri dopo avere scontato tre anni di carcere. Zhao, accusato per uno "scoop" che la autorità cinesi hanno considerato come una violazione dei segreti di Stato, non ha mai avuto diritto a una difesa degna di questo nome.