Marco Del Corona, Corriere della Sera 15/9/2007, 15 settembre 2007
D’accordo: botteghe colme di spille di Mao Zedong, poster della Rivoluzione culturale ristampati. E i busti in metallo, le tazze con il Timoniere e Zhou Enlai, le porcellane di operaie sognanti e contadini trionfanti
D’accordo: botteghe colme di spille di Mao Zedong, poster della Rivoluzione culturale ristampati. E i busti in metallo, le tazze con il Timoniere e Zhou Enlai, le porcellane di operaie sognanti e contadini trionfanti. Passi il Libretto rosso, d’epoca o fresco di tipografia. E passi, naturalmente, il genuino rispetto che la maggioranza dei cinesi porta per Mao Zedong, che l’abbiano conosciuto o siano nati dopo la sua morte (1976). Alla fine siamo tutti turisti. Seduzione del souvenir. Ma provate a trascorrere una giornata nell’ormai celebre e molto recensito «Distretto 798», ex complesso industriale di Pechino trasformatosi in una concentrazione di gallerie d’arte: Mao anche qui, ovunque, giacche alla maoista, stelle rosse, slogan, simboli rivoluzionari. Tutto rielaborato, dissacrato, trasformato, capovolto. Tele, installazioni, sculture, serigrafie. Con ogni tecnica, per ogni prezzo. Nelle gallerie giovaniliste e in quelle seriose, con sedi in Occidente. Certo: non c’è solo questo nell’arte cinese, e la fiera d’arte che si è chiusa domenica scorsa a Shanghai (ShContemporary: organizzazione italiana, BolognaFiere) ha mostrato un panorama ben più vasto. Ma tra le opere in attesa di acquirenti al «798» Mao impera. Così, da non specialisti, ci si chiede: sarà che gli artisti cinesi hanno bisogno di questo travaglio, e di questa monotonia, per «uccidere il padre »? Probabile. Ma forse qui c’entriamo anche noi. Perché si tratta dell’offerta alla nostra domanda di esotismo. Le guardie rosse sono la nostra nostalgia. A Pechino cerchiamo ancora Mao, Mao e soltanto Mao, benché oggi la Cina sia un’altra cosa. Ma sì, Cina, aiutaci: libera nos a Mao.