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 2007  settembre 15 Sabato calendario

Le scrivo a proposito dei movimenti giovanili in Russia e per chiederLe un parere.  possibile che tutto quello che accade in quel Paese sia per forza di cose manipolazione, propaganda o ritorno al passato? Seguo la Russia da poco, e magari sono un ingenuo, ma chiedo: come mai è così difficile ammettere in Occidente che la Russia abbia intrapreso un percorso suo, che non è come il nostro, ma semplicemente «à la russe»? Ne è un esempio il sito www

Le scrivo a proposito dei movimenti giovanili in Russia e per chiederLe un parere.  possibile che tutto quello che accade in quel Paese sia per forza di cose manipolazione, propaganda o ritorno al passato? Seguo la Russia da poco, e magari sono un ingenuo, ma chiedo: come mai è così difficile ammettere in Occidente che la Russia abbia intrapreso un percorso suo, che non è come il nostro, ma semplicemente «à la russe»? Ne è un esempio il sito www.noputin.com e il movimento di quelli che camminano senza Putin (Iduscie bez Putina) di segno opposto rispetto al movimento su cui si è maggiormente soffermata in questi tempi l’attenzione della stampa. Si afferma spesso che la Russia non abbraccia tutti i valori occidentali. Io credo di no, credo che i nostri valori vengano declinati alla russa. Ciò non toglie che deficit in termini di democrazia ne esistano, fra cui, in particolare, polizia corrotta e arbitraria e stampa tutt’altro che libera. Ma non dimentichiamo che le persone con mentalità da guerra fredda esistono non solo in Russia, ma anche nella nomenklatura occidentale. Il livello del confronto è elevato, i toni aspri, ma si sbaglia in due. E ha ragione il commissario europeo Peter Mandelson, secondo cui i dissapori nascono dalle diverse percezioni e interpretazioni degli anni ’90, che hanno suscitato aspettative sbagliate. Valerio Fabbri valeriofabbri@gmail.com Caro Fabbri, ricordo ai lettori che il movimento giovanile voluto da Putin, di cui lei parla nella sua lettera, si chiama Nashi (i nostri), ha un forte carattere patriottico e appartiene a quella che lo storico americano Paul Kennedy (intervistato da Ennio Caretto per il Corriere del 30 agosto) ha definito una «rivoluzione culturale». Si tratterebbe in altre parole, secondo lo storico americano, di una istituzione comparabile alla «Hitler Jugend» con cui il Führer decise di «plasmare» la gioventù germanica. Kennedy, scrive Caretto, non si spinge sino a paragonare Putin a Hitler, ma osserva «che oggi ai nashi s’insegnano, oltre ai valori tradizionali, anche la diffidenza per lo straniero che minaccia lo stile di vita russo». Per lo studioso di Yale è allarmante in particolare «il fatto che decine di migliaia di nashi controlleranno il voto e condurranno sondaggi alle elezioni del prossimo dicembre e marzo » (le prime per il rinnovo della Duma, le seconde per l’elezione del presidente, ndr). I Nashi, caro Fabbri, non piacciono neanche a me, soprattutto perché mi ricordano, piuttosto che la Hitler Jugend, i «pionieri» dell’epoca sovietica e i balilla dell’epoca fascista. Aggiungo che non mi piacerebbero nemmeno se assomigliassero soltanto ai boy scout perché diffido di tutti i movimenti giovanili in cui s’intravede il rischio della manipolazione e la voglia dell’«uomo nuovo ». Ma riconosco che Putin ha una preoccupazione a cui le classi dirigenti europee sono generalmente poco sensibili. Vuole preservare e ribadire la continuità della grande patria russa, da Ivan il Terribile a Pietro il Grande, dalla Grande Caterina ad Alessandro II (lo zar che liberò i servi della gleba), dalla rivoluzione d’Ottobre alla creazione dello Stato sovietico. Mentre noi europei occidentali siamo disposti a tollerare che nelle nostre scuole si parli male del Risorgimento, del colonialismo, degli imperi europei in Africa e in Asia, Putin vuole restituire alla coscienza nazionale la maggior parte del passato russo. Persegue questa politica, naturalmente, perché è stato comunista, colonnello dei Kgb, membro sin da giovane di una classe dirigente a cui lo Stato sovietico aveva conferito autorità e prestigio nel mondo. Ma credo che abbia altri motivi più politici e ideali. Non può rinunciare allo Stato nazionale. Non può correre il rischio di intaccare la legittimità di una creazione storica che è il risultato di una continua accumulazione imperiale, dal Granducato di Moscovia all’Urss, dal Dnepr ucraino all’Ussuri cinese. La Russia è troppo grande, troppo eterogenea e ineguale, troppo insidiata da potenziali movimenti secessionisti, perché il sovrano a Mosca (chiunque egli sia) possa permettersi il lusso di trattare il passato nazionale con la sprezzante noncuranza con cui è stato trattato nelle democrazie occidentali. Temo che Putin, in molte circostanze, abbia perseguito il suo obiettivo con una certa brutalità e abbia dato mano libera a collaboratori spregiudicati. Ma credo che l’Europa potrà meglio formulare le sue riserve e preoccupazioni soltanto se nel frattempo avrà cercato di capire i problemi che il presidente russo deve affrontare.