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 2007  settembre 15 Sabato calendario

DAL NOSTRO INVIATO

PECHINO – Sulla pena di morte le autorità centrali cinesi richiamano all’ordine la periferia. Il sito web della Corte Suprema di Pechino ha pubblicato ieri un ordine diramato ai tribunali provinciali affinché siano più cauti nel comminarla. La circolare raccomanda di limitare la richiesta della pena «a un numero estremamente limitato di casi», evitando di ricorrervi per delitti passionali, crimini finanziari dove si sia recuperato il denaro o quando c’è collaborazione del reo. Incoraggiata l’esecuzione ritardata di due anni, che in caso di buona condotta prevede la commutazione nell’ergastolo.
Non un cambio di rotta. un nuovo impulso a una linea già approvata, meno cruenta.
«Sembra – dice al Corriere
Qu Xinjin, docente di diritto penale all’Università giuridica di Pechino’ un monito perché l’applicazione della legge nelle province avvenga in modo conforme a quanto stabilito a Pechino». Il vero cambio di passo, infatti, risale allo scorso 31 ottobre, quando il parlamento riassegnò alla sola Corte Suprema la prerogativa di infliggere la pena di morte, se proposta dai tribunali provinciali. I media del regime avevano salutato il provvedimento (entrato in vigore il 1˚ gennaio) come «la più importante riforma della pena capitale da vent’ anni». Perché fu Deng Xiaoping a volere decentralizzare nel 1983 la pena di morte, lasciando briglia sciolta alle province affinché la infliggessero agevolmente per decine di reati: il leader del dopo-Mao contava così di contrastare il crimine montante che accompagnava le riforme economiche.
La Cina è il Paese che ricorre con più frequenza alla pena capitale e non dà cifre. Amnesty International scrive di «almeno 1.770 esecuzioni» nel 2005 e «dell’80% di quelle mondiali nel 2006». L’attivista americano John Kamm parla di 7.500 giustiziati nel 2006, Human Rights Watch considera attendibile la stima di un docente dell’Accademia delle scienze sociali, Liu Renwen, che in ottobre ipotizzava tra le 8 e le 10 mila esecuzioni effettive. Lo stesso Kamm, tuttavia, ammette un consistente calo dopo l’assegnazione dell’ Olimpiade a Pechino. Ma il sistema giudiziario in Cina continua a essere opaco e sbilanciato a favore dell’accusa. Assoluzione in meno dell’1% dei processi. E la pena di morte continua a colpire anche chi non si macchia di crimini di sangue. Anzi: grande risalto viene dato ai funzionari e dirigenti corrotti che senza riguardi cadono sotto i colpi del boia. Martedì scorso l’ultimo caso. Il premier Wen Jiabao ha ribadito che il patibolo non si tocca. C’è nella società un’abitudine al boia storica e radicata. Tuttavia il segnale di ieri non è isolato, rivela che discutere di pena di morte entro certi limiti si può. Giovedì un editorialista del Southern Weekend chiedeva esecuzioni meno inumane – iniezione letale anziché fucilazione – anche per i poveracci, non solo per i notabili. All’inizio del mese, il vice presidente della Corte suprema, Jiang Xingchang, aveva dichiarato che da gennaio «i casi in cui è chiesta la pena capitale sono stati trattati con estrema delicatezza, i parametri sono più stretti e i processi più equi», così la Cina dovrebbe conoscere quest’anno «il numero più basso di condanne a morte in oltre un decennio ». Ed esistono posizioni più spinte ancora. Il giurista Jia Yu, rettore nello Shaanxi e membro del Partito comunista, ha provato ad argomentare come la pena di morte non funzioni: non è un deterrente, è ingiusta per i delitti passionali, non piega gli idealisti, alimenta il circolo della vendetta che invece si può spezzare «solo con un’evoluzione » sociale e intellettuale. A dimostrazione della sua tesi, porta il fatto che 10 anni fa sia stata tolta la pena capitale per il «furto semplice». Ecco: «Da allora questo genere di crimine non ha avuto alcun incremento significativo ».