Roberto Zuccolini, Corriere della Sera 15/9/2007, 15 settembre 2007
DAL NOSTRO INVIATO
CHIANCIANO TERME (Siena) – Ci sono. Nonostante tutto. Avanzano lentamente, raggiungono il palco, metà non ce la fa ad arrivare all’appuntamento, per motivi di età o di opportunità politica. Eppure esistono ancora, anzi credono fortemente nella rinascita. Gianni Prandini ad un certo punto ha il coraggio di dirlo: « ora che smettiamo di dire che non vogliamo rifare la Dc». Perché i vecchi diccì, radunati qui a Chianciano Terme, promettono di fare sul serio. E quando l’ex ministro dei Lavori Pubblici, ai tempi della Prima Repubblica, pronuncia quella frase la platea affollatissima della festa Udc si scatena in un applauso liberatorio.
Pier Ferdinando Casini, seduto in terza fila, dispensa sorrisi e lancia raccomandazioni perché i tempi della tavola rotonda «Dalla Dc al partito dei moderati» sono molto stretti. Piazzato in prima fila è invece il governatore della Sicilia, Totò Cuffaro, che, nonostante la più giovane età, fa apertamente il tifo per i seniores sul palco, traducendo ai non iniziati riferimenti a persone e cose d’epoca.
Calogero Mannino, ora nell’Udc di Casini, confessa: «Erano 15 anni che non ci vedevamo più tutti insieme, dal consiglio nazionale del ’92. Allora eravamo ancora al 29 per cento, una percentuale che nessun partito della cosiddetta Seconda Repubblica è mai riuscito a raggiungere». C’è Remo Gaspari, gran patron di Gissi, provincia di Chieti, e mitico ministro delle Poste, sempre ai tempi che furono. C’è Giuseppe Pizza, che detiene il preziosissimo simbolo dello scudocrociato, corteggiato da Silvio Berlusconi. E ci sono i più «giovani» Mauro Cutrufo (Udc) e Mauro Fabris (Udeur). Manca Ciriaco De Mita. Con Mannino che commenta: «Ma come poteva venire, con tutte quelle polemiche sul Partito Democratico…».
lo stesso Mannino ad aprire la tavola rotonda: «Eccoci qui di nuovo insieme. Ma, attenzione, questo non è un revival e nemmeno un raduno dell’oltretomba». Remo Gaspari è durissimo con la Seconda Repubblica: «Questa politica, che non è della Dc, sta depauperando il Paese. Tutta colpa dell’ultimo consiglio nazionale. Ma io, lo dico con orgoglio, non votai Mino Martinazzoli segretario. Fu lui che portò alla morte del nostro vecchio partito. Sì, la Dc morì per la complicità dei suoi dirigenti». Applausi appassionati della platea, che si scatena contro l’uomo che avrebbe portato alla rovina lo scudocrociato. Anche se, secondo Mannino, «la crisi cominciò prima, con la segreteria di Benigno Zaccagnini e l’ultimo atto è stata l’elezione di Oscar Luigi Scalfaro, l’uomo che sciolse il Parlamento».
C’è anche l’ex europarlamentare Ernesto Sciommeri, che fu segretario di Flaminio Piccoli. E tanti altri, compreso il consigliere Rai, Marco Staderini. E, a sorpresa anche l’ex consigliere di Prodi, Angelo Rovati, venuto insieme a Pizza: «Il grande centro può nascere se cambia la legge elettorale, ma il governo resisterà…».
Proprio quando prende la parola Giuseppe Pizza c’è un nuovo, caloroso, applauso: «Io – promette il leader della Nuova Dc – sono pronto a mettere a disposizione il simbolo e il nome del grande partito che fu: facciamo subito una federazione. Casini può realizzare questo progetto». L’ex presidente della Camera non tarda a raccogliere l’invito: «Non sarà un’operazione nostalgia: un partito si fa solo guardando al futuro. Noi non vogliamo allargare l’Udc, ma costruire un progetto più impegnativo che farà riferimento al Ppe. Noi non siamo né ex fascisti né ex comunisti e non abbiamo nulla da rimproverarci». Appello rivolto alla grande area cattolica del Family Day (ieri era venuto Savino Pezzotta), ma anche a Forza Italia: «Devono decidersi. Noi quando abbiamo proposto che entrassero nel Ppe non pensavamo certo ai circoli della Brambilla».
Sta per arrivare alla festa Udc Clemente Mastella, che da tempo lancia uguali appelli dal versante centrista dell’Unione. Lo faranno davvero il grande centro? Ancora non è dato di sapere. Ma il capogruppo dell’Udeur alla Camera, Mauro Fabris, segnala che l’attesa non può essere infinita: «Non dobbiamo perdere più tempo, altrimenti è inutile discutere».