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 2007  settembre 13 Giovedì calendario

Io, rovinato dal ciclone derivati. Libero Mercato 13 settembre 2007. uno di quegli incubi notturni, legato ai ricordi, che l’amore della persona che mi sta vicino, non riesce a debellare dalla mia mente: sono circa le 17

Io, rovinato dal ciclone derivati. Libero Mercato 13 settembre 2007. uno di quegli incubi notturni, legato ai ricordi, che l’amore della persona che mi sta vicino, non riesce a debellare dalla mia mente: sono circa le 17.00, i clienti che ho davanti sembrano abbastanza interessati all’acquisto del prodotto che sto loro mostrando quando, inesorabilmente, quella musichetta, così rilassante il giorno dell’acquisto e terribilmente angosciante in quel periodo, fuoriesce dal mio dannatissimo cellulare. "Scusatemi..." sul display illuminato, a lettere maiuscole, la scritta PAPA’; "Pronto" dall’altra parte sento uno strano respiro, come quando ci si affatica a parlare perché si sta piangendo ma non lo si vuole far capire, "Ciao Papà", sorriso di circostanza verso i clienti, dall’altra parte alcuni secondi di ulteriore silenzio e poi " finita, è finita vero?", "Cosa?... cosa papà! Se è per stamattina non preoccuparti, appena ho un secondo li chiamo". "Non so più cosa fare, io non torno in ditta, vado un po’ a casa dalla mamma, chiudi tu?", "Va bene papà, ma stai tranquillo, chiudo io". Ripongo il cellulare nella tasca interna della giacca, sorrido ai clienti e cerco velocemente, nella mente, il modo migliore per distruggere tutto quello che poco prima avevo esaltato del prodotto, facendo si che se ne disinnamorino. Molto probabilmente anche se decidessero di acquistarlo, il tempo rimasto non basterebbe per far loro la consegna. Riesco, quanto meno, a far nascere in loro qualche dubbio ed un’irrefrenabile bisogno di rifletterci tra le mura domestiche. Mentre accompagno i signori verso l’uscita, mi chiedo come sia stato possibile arrivare ad una situazione come questa. Vado verso l’amministrazione, una segretaria mi chiede qualcosa su alcuni pagamenti da effettuare il giorno dopo, sono così confuso che le vedo muovere le labbra ma non sento il suono della sua voce; entro nel mio ufficio, mi chiudo la porta alle spalle, mi siedo davanti alla scrivania e, con le mani sul viso, scoppio in un pianto isterico. Un pianto maledetto, che si autoalimenta: più piango, più mi dissocio, vedendo me stesso in modo sempre più oggettivo e la pena per quell’immagine incrementa la voglia di piangere. Con le labbra semichiuse, con un filo di voce, per paura di essere sentito da qualche dipendente, ripeto ininterrottamente: "Perché? Perché è successo proprio a noi?". Domande le cui risposte, allora, restavano oscure , ma che oggi, purtroppo, sono davvero molto più chiare. Avevo un’azienda (ancora oggi non riesco, quasi, a pronunciare l’imperfetto), un’azienda nata quarant’anni fa, creata da mio padre, un uomo che è riuscito a non subire passivamente le condizioni di povertà nelle quali è stato messo al mondo e, lavorando duramente dall’età di dieci anni, ha creato tanto quanto io personalmente e molti altri non saremmo mai stati in grado di fare. Avevo un’azienda che regalava serenità alla mia famiglia e ad altre venticinque famiglie, un’azienda italiana per antonomasia, una di quelle aziende che non sono un negozio ma neppure un industria, una di quelle aziende che sole contribuiscono alla maggior parte della ricchezza prodotta nel nostro Paese. Dico non solo, perché oggi, forse, vista la giovane l’età, dovrei pensare al mio Paese come all’Europa. Sono sempre stato un convinto europeista. Ricordo bene, alcuni anni fa, quante piazze ho battuto con quella bandiera verde con la "E" bianca stampigliata sopra, quante interminabili discussioni con gli altri ragazzi sulla necessità di un Mercato Unico, sulla libertà di movimento di persone e cose, sulla moneta unica, sull’importanza, per i paesi europei, di affrontare, insieme, tanti problemi irrisolvibili singolarmente. Non so se Altiero Spinelli, nel suo progetto, dava per scontato che nella sua Europa Unita, mentre i poteri economico-finanziari crescevano costantemente, il Parlamento Europeo si sarebbe fermato a legiferare sui nani da giardino. Non lo so davvero. Quello che so con certezza è che un imprenditore italiano, oggi, non può non tener conto di ciò che è l’economia europea, delle regole e dei suoi obiettivi. Uno di questi era Basilea 2. La storia Sapevo perfettamente cosa era Basilea2, ma non avrei mai pensato che sarebbe stata così fortemente presente nel mio quotidiano fin dai primi giorni di lavoro. Sono entrato formalmente nella Direzione della mia Azienda nel 2002, dopo gli studi universitari ed alcune esperienze lavorative (dico formalmente perché di fatto è stata sempre la mia seconda casa), con la coscienza che non sia facile lavorare con il proprio padre ma con la convinzione di poter, insieme, far tanto. L’azienda ha sempre avuto un ottimo rapporto con i propri fornitori (ben più grandi in dimensione e fatturato) ma soprattutto con i clienti (per il 90% privati), basti pensare che da sondaggi interni l’80% dei nuovi clienti si fornivano da noi perché consigliati da chi era già stato,in passato, nostro cliente. Con le banche, fino a quel giorno, il rapporto era sempre stato estremamente formale e poco diretto, si facevano versamenti giornalieri degli incassi e a fine mese la banca provvedeva a pagare le ricevute bancarie ai fornitori. Ero appena rientrato in azienda e la contabile mi comunicò che era stata contattata da entrambe le banche con cui lavoravamo, San Paolo Imi e Unicredit, perché avevano necessità di parlare con gli Amministratori dell’azienda riguardo agli affidamenti concessi. Oggettivamente era un periodo in cui la liquidità non abbondava ed il fatto che le Banche si fossero finalmente accorte che, una Azienda con alle spalle 40 anni di attività e con un fatturato di circa 3.500.000,00 euro annuo, meritava una fiducia maggiore rispetto ai miseri 30.000,00 euro di cassa e 100.000,00 di SBF concessi fino a quel momento da entrambe gli Istituti, mi sembrava una novità positiva, magari un po’ tardiva, ma positiva. Purtroppo non avevo capito niente. Prima San Paolo, poi Unicredit ci spiegarono che visto l’adozione da parte dell’Istituto delle rigide direttive di Basilea2 , con il solo esonero di amici molto "fidati" (questo chiaramente non lo dissero ma io, oggi, lo so), anche per possibili futuri aumenti degli affidamenti concessi e per una più vantaggiosa collaborazione, non sarebbe stato male se i soci (in questo caso io ed miei genitori) avessero rilasciato firme di garanzia personali. Il "non sarebbe stato male" che avevo sentito quel giorno, nei successivi due mesi diventò una pressione quasi giornaliera con continue telefonate e con l’eliminazione totale di quel minimo di elasticità che ci era sempre stata concessa nelle normali operazioni bancarie. Riflettemmo molto in famiglia e poi, per la grande fiducia che riponevamo nell’azienda e nel lavoro di tutti, decidemmo di dar loro ciò che ci veniva richiesto: garanzie personali, fideussioni omnibus. Quasi un anno dopo, valutando cosa indispensabile aumentare la liquidità, ricordando quali vantaggi si sarebbero potute ottenere, grazie alle nostre firme, ci rivolgemmo ad entrambe gli Istituti per ottenere maggiori linee di credito. (Il primo insegnamento che ho appreso grazie a quel periodo è questo: le banche lo sanno che hai bisogno di loro ma se lo palesi aumenti a dismisura lo sfregolio di mani e la loro soddisfazione). In ogni modo: la risposta di entrambe fu negativa. La visita del funzionario Qualche giorno dopo ricevetti un funzionario Unicredit che mi fece uno strano discorso: «Oggi in Unicredit, da Verona, chiedono performance e budget sempre più alti. Le performance non si fanno con le aperture di nuovi conti o con interessi passivi che i clienti pagano sui prestiti concesse, ma i veri risultati si ottengono con prestiti a termine e con strumenti finanziari diversi». Mentre il personaggio parlava mi chiedevo dove volesse arrivare, spiegandomi come Unicredit guadagnava o perdeva e, poi, improvvisamente, arrivò la risposta: «Diventa impossibile aumentare gli affidamenti concessi alla vostra azienda, ma collaborando all’aumento dei nostri risultati, il capo potrebbe chiudere un occhio su eventuali sconfinamenti. Potremmo aprire un prestito vincolato di una certa somma, che in realtà voi non riceverete e quindi non dovrete restituirci, in cambio, senza concessioni di ulteriore credito, vi lasceremo sconfinare da quello che, fino a questo momento, vi stiamo concedendo». Se per mio padre quelle parole risultavano incomprensibili, per me lo erano ancor di più. Ciò che, comunque, ci colpiva positivamente era che avevamo chiesto un maggior affidamento bancario e, in un mondo dove nessuno ti da nulla, qualcuno si era veramente mosso. Eccome se si era mosso! Lo stesso bancario tornò qualche giorno dopo con un malloppo di fogli da far firmare. La velocità con cui recuperò le nostre firme era simile a quella che, più volte ho potuto osservare nel centro della mia città, dove ragazzini con una cartelletta in mano, con poche parole, riescono a farti firmare uno scritto incomprensibile che ben presto si rivela un abbonamento a qualche rivista piuttosto che l’acquisto di una straordinaria enciclopedia. Quello che mi colpì era la carta di quei documenti. Si trattava di una carta riciclata, mal riciclata, carta straccia!(Se chiedi in Unicredit perché utilizzano quella carta, ti rispondono con un saggio sull’ecologia. Sarà, io personalmente quando firmo un documento ho un’attenzione maggiore se lo stesso è presentato su una carta pregiata. L’attenzione è invece proporzionalmente inferiore se la qualità della sua carta risulta così tanto scadente da renderlo, quasi, insignificante). Non ci fu rilasciata copia di quanto sottoscritto, la promessa fu di riportare a breve tutto il malloppo controfirmato dalla Filiale. Non so se la nostra copia in realtà è mai tornata in azienda, quello che oggi so è che avevamo appena firmato l’accettazione di un prestito in Yen (per la precisione un prestito di 1.000.000,00 di yen) su un conto vincolato di cui non avremmo mai saputo il numero. Che strana questa economia chiedi un prestito di 100.000,00 euro e sembra impossibile ottenere anche solo un centesimo, ma se da euro passi a yen tutto diventa possibile! Un anno dopo Quello che accadde l’anno dopo è paradossale. Se da una parte gli sconfinamenti sull’accordato, garantiti dalla cecità momentanea di Verona grazie al prestito in yen, si lasciò che aumentassero (perché concedere formalmente un ulteriore aumento di cassa con interessi passivi del 9% è ben meno redditizio che fissare una soglia di fido più bassa e poi lasciare sconfinare, fingendo di non vedere, garantendosi un 13,50%), dall’altra gli altri due Istituti di credito con cui lavoravamo ci chiesero il rientro della posizione. Questo perché l’indebitamento bancario complessivo, risultante a terminale, si presentava eccessivo rispetto al volume d’affari dell’azienda. Diciamo che la centrale rischi reputava il prestito concessoci quanto meno azzardato. Quando una banca ti chiede il rientro, fissa con te una data nella quale il tuo conto deve essere a zero. Non c’è flessibilità, e se, per caso, ti salta in mente di non sottostare alle tempistiche, l’istituto segnala che sei "a rientro" all’intero sistema (questa parola devo averla letta più volte nell’ultimo libro acquistato: Gomorra!) Essere a rientro vuol dire la fine, diventa una corsa, da parte di tutte le banche, ad adottare lo stesso comportamento, dove alla fine l’ultimo resta fregato. Mi ricordo la determinazione, che avevo dentro, il giorno che andai in Unicredit, a chiedere spiegazioni di ciò che quel prestito aveva causato. Quello che non mi spiego è la facilità con la quale riuscirono ad eliminarla. Mi raccontarono brevemente che era abbastanza normale per le altre banche spaventarsi davanti ad una operazione come quella conclusa con loro. Si offrirono di aiutarci con una nuova operazione che ci avrebbe dato la possibilità di chiudere gli altri conti e che avrebbe diminuito, nel tempo, il peso degli oneri finanziari (quell’anno di 85.000,00 euro di cui 35.000,00 pagati sul prestito in yen inutilizzabile). L’incontro con i derivati L’operazione era la seguente: l’affidamento concesso formalmente, fino ad allora, era di 30.000,00 + 100.000,00 euro di SBF (salvo buon fine) e 120.000,00 dello sconfino "regalato". Purtroppo i 100.000 di SBF, avendo clienti per lo più privati, rimanevano inutilizzati (anche se nel famoso sistema erano segnalati); Vi era la possibilità di accedere ad un prestito semestrale, rinnovabile, di 75.000,00 euro. Sottoscrivendolo si sarebbero chiusi (anche grazie allo sforzo degli azionisti) i conti presso le altre banche e contestualmente l’Unicredit avrebbe eliminato il prestito in yen. Piccola postilla al tutto: l’acquisto di uno strumento finanziario "piuttosto conveniente" che poteva o essere ininfluente, o farci guadagnare. Una scommessa. Una scommessa sul cambio euro-dollaro. Mio padre, più volte, ed io con lui, chiedemmo cosa potesse centrare il dollaro con una azienda che operava in un contesto cittadino. La risposta fu più o meno la seguente: "Oggi anche aziende di medie dimensioni si affacciano, contestualmente alla loro attività, al mercato finanziario. Non sono altro che ulteriori opportunità di crescita". Detto fatto, stessa carta, e guarda caso anche la stessa velocità di esecuzione. Oggi so bene cosa si intende per prodotto finanziario "piuttosto conveniente": la sottoscrizione di un PRODOTTO DERIVATO, un prodotto a termine sul cambio euro-dollaro (utile, e non sempre, per aziende che lavorano con diverse monete per tutelarsi dal rischio di cambio, non certo per un mercato pressoché cittadino). Una scommessa a rialzo o a ribasso della moneta nei successivi due anni rispetto al valore attuale. Rialzo o ribasso non infiniti ma racchiusi in un delta (nel nostro caso mi pare fosse 1.32-1,17). In base alla scommessa e all’andamento delle due monete puoi perdere o guadagnare. Quello che non puoi immaginare è la catastrofe che ti colpisce se si esce fuori da quel maledetto delta. Tante persone nella mia condizione (piccoli imprenditori e artigiani) potrebbero spiegarlo meglio di me, quello che posso dire è che puoi perdere davvero tanti soldi, più di quanti se ne possono guadagnare in una vita di lavoro, tutti quelli puntati sul derivato. Sì, perché quando sottoscrivi il derivato, contestualmente, sottoscrivi (spesso inconsapevolmente) il prestito per accedere al derivato, la parte denominata "il nominale" (nel mio caso 500.000,00 euro)  proprio bizzarra questo sistema creditizio, se chiedi maggiori affidamenti per sviluppare la tua azienda ti vengono negati, giustificando il tutto con problemi derivanti dal tuo rating , ma se chiedi un prestito per giocare alla roulette russa il trasferimento dei fondi è immediato! Il periodo concluso era stato particolare. Io e mio padre che eravamo abituati a passare il nostro tempo in produzione, nei nostri show-room al fianco dei commerciali, nelle case dei clienti per osservare il lavoro commissionatoci, in quel periodo (sei mesi), avevamo passato un quinto di quel tempo, ogni giorno, a discutere con la banca per evitare il tracollo senza motivo. Appariva come qualcosa di concluso ma in realtà, come si dice, era l’inizio della fine. La sorpresa Esattamente sei mesi dopo, una mattina, fui chiamato nel mio ufficio dalla contabilità: Unicredit aveva fatto "saltare" le Ricevute Bancarie di diversi fornitori per un ammontare di circa 75.000,00 euro. Chiamai immediatamente il solito interno della filiale Unicredit e la sorpresa fu che, dall’altra parte, la voce non era quella di sempre, la persona era cambiata, avevamo un nuovo gestore. Adesso c’era una nuova persona da supplicare.  importante questo fatto. Perché se io o mio padre avessimo dato la nostra parola ai clienti (al di là del contratto sottoscritto) su un qualunque fatto futuro, nell’istante in cui, passato il periodo, la promessa non fosse stata mantenuta, il cliente sarebbe arrivato come una furia in azienda rammentandoci, con modi più o meno garbati, la parola data. Non potevamo fare false promesse. Ma se avessimo avuto la consapevolezza che la nostra posizione, all’interno dell’azienda, sarebbe stata costantemente occupata, ogni due per tre, da altre persone, avremmo dovuto usare la stessa serietà nel promettere? Per farla breve erano passati sei mesi ed il prestito era scaduto. Quindi, l’Unicredit aveva ripreso il proprio denaro in un’unica soluzione (75.000,00 euro). Per quanto concerneva l’eventuale rinnovo del prestito, non vi era alcuna clausola che menzionasse tale possibilità. Si avvicinava la fine dell’anno le tredicesime erano alle porte e la fiducia degli storici fornitori iniziava a vacillare. Le ricevute bancarie attive (quelle relative ai nostri clienti) non venivano più accettate dalla banca perché il rischio di insolvenza era valutato troppo alto. Gli interessi passivi aumentavano di trimestre in trimestre. Ci furono negati i libretti di assegni e la minaccia di eliminare gli affidamenti diventò massacrante. Ricevevamo, in pratica, circa due telefonate al giorno. La decisione fu quella di negarci lo stipendio (scelta che abbiamo mantenuto fino alla fine), di diminuire il personale, i costi ed, inevitabilmente, il giro d’affari, ma tutto questo sembrava non bastare. Quando la disperazione stava per diventare rassegnazione, "la mano del signore" si fece sentire. I nostri problemi potevano ancora essere risolti. Un risolutore bussò alla nostra porta. Il nostro nuovo gestore Unicredit. Spesso mi sono domandato perché non la fecero finita molto prima. Perché farci vivere quella agonia, perché continuare a credere in qualcosa che non volevano più finanziare. Poi ho capito. Non ci credevano per niente, ma, allora, le garanzie personali non coprivano ancora l’intero affidamento. Il "risolutore" ci spiegò che a breve le concessioni di sconfino sarebbero terminate (120.000,00 euro). Diventava determinante poter usufruire di un finanziamento a medio-lungo termine. Per far questo era necessario il coinvolgimento di un "consorzio di garanzia". Mentre da parte sua l’istituto Unicredit avrebbe venduto, sul mercato dei derivati, il prodotto acquistato l’anno prima. Cercammo il benedetto consorzio di garanzia, più che altro la sua benevolenza nei nostri confronti, ma non trovammo nulla. Sembrava fossimo persone spacciate. Ancora una volta, nel momento del bisogno, "il risolutore" si fece vivo. Garantì di poterci presentare il consorzio che poteva fare al caso nostro, così tutto si sarebbe risolto positivamente. L’unico piccolo, impercettibile, contributo sarebbe stato, da parte nostra, l’acquisto di un nuovo, scintillante, derivato (questa volta nominalmente pari a 1.000.000,00 di euro!). Giunti ormai alla fine dell’anno, si organizzò l’incontro e, con esso, anche l’attuazione della nuova operazione. Il gioco dei consorzi Trovo simpatico anche l’utilizzo di questi consorzi: tu chiedi soldi alla banca che ti conosce da anni, la quale ti presenta un terzo soggetto (per il quale sei un perfetto sconosciuto) che, dietro un congruo pagamento, garantisce per te (Un po’ quello che spesso accade in attività commerciali nel sud dell’Italia e non solo). Il finanziamento (in sessanta mesi) fu di 200.000,00 euro che, dedotto da tutte le varie spese, risultò di circa 170.000,00, garantito dal consorzio per 80% e dalle nostre firme per il restante 20% (anche questo dato allora non ci fu menzionato). Il risultato fu il seguente: lo sconfino concesso un anno prima fu ripianato da parte del finanziamento (per l’ammontare di 120.000,00 euro), lo scoperto di cassa (30.000,00 euro) fu eliminato e al posto delle vecchie SBF fu concesso l’anticipo fatture (per 100.000,00 euro). Facendo i conti della serva l’aumento di liquidità concessa da un anno all’altro, dopo tutte quelle sofferenze, fu di 20.000,00 euro. Il 2006 sarà ricordato, per sempre, da tutta la mia famiglia come l’anno del colpo di grazia. Non riuscivamo neppure più a capire quante e quali erano le spese tra interessi passivi e spese bancarie. La sensazione che provavo era quella di dover riempire una bottiglia d’acqua mentre qualcuno, forandola, persegue l’obbiettivo opposto; il fatto è che, col tempo, ti accorgi che per riempirla tu hai un contagocce, mentre la controparte ha creato un foro del diametro pari al fondo della stessa bottiglia. Il dramma Non serviva a niente incominciare, tutti i giorni, alle 6.00 del mattino e finire alle 10.00 di sera. Non serviva a niente dare fondo ai piccoli risparmi messi da parete. Non serviva a niente essere presente tutti i giorni anche se si era passata la notte abbracciati al Water. Non serviva a niente perché l’ultimo atto sarebbe comunque andato in scena con o senza il nostro volere. Ad Aprile l’Unicredit ci ha richiesto ulteriori garanzie che potevano, contestualmente, dare la possibilità di aumentare l’affidamento concesso: un mutuo ipotecario sulla casa di proprietà. La casa di proprietà, una piccola serenità conquistata con decenni di lavoro. Non avremmo mai accettato, ma la disperazione di quel periodo è quasi indescrivibile: era bloccata qualunque forma di pagamento, i fornitori avevano smesso di consegnare la merce, la nostra incolumità personale era ad altissimo rischio per la rabbia dei clienti che non ricevevano la merce, il numero dei dipendenti dimezzato, i pochi guadagni coprivano a male pena i molteplici interessi passivi e le nostre forze personali a zero. Non so quanto i 150.000,00 euro derivanti dal mutuo ipotecario avrebbero potuto cambiare le cose, ma non è stato in nessun modo possibile verificarlo. Un mese dopo l’operazione del mutuo, Unicredit ci ha richiesto il rientro degli affidamenti sull’anticipo fatture, portando nuovamente la liquidità a zero. In quei momenti, tenere a freno la violenza sembra impossibile; abbiamo richiesto formalmente di conoscere la nostra situazione bancaria: numero di conti (avevamo 4 conti, dei quali solo di due conoscevamo l’esistenza), prodotti derivati, conti relativi all’anticipo fatture e quant’altro. La conseguenza della nostra ferma presa di posizione è stato un peregrinare di clienti imbestialiti per le raccomandate spedite loro dalla nostra filiale Unicredit. Abbiamo scoperto a nostre spese che il famoso anticipo fatture presentatoci come un anticipo contanti pro-solvendo, nelle raccomandate era descritto come un credito ceduto a tutti gli effetti. Non abbiamo avuto alternative. Per evitare il linciaggio, abbiamo destinato gli euro, ricevuti grazie al mutuo, a copertura della posizione. Il risultato è stato ancora una volta nessun aumento di liquidità per l’azienda e la garanzia totale sull’intera posizione per Unicredit. Ho richiesto più volte di vendere il derivato che da più di un anno ci sottraeva denaro con interessi passivi da vertigini ma alla fine si è sempre tergiversato. Una delle ultime mattine, mentre mi trovavo in azienda, ormai più per un senso del dovere che per un futuro, è entrato il gestore nello show- room e, rivolgendosi a me, davanti ad una decina di clienti, ha pronunciato queste parole: "Il versamento! Devi fare il versamento.... Te lo dico chiaro: se vuoi avere ancora la speranza di salvare questa cazzo di azienda, vedi di fare un versamento entro le 16!" Voleva un versamento perché era "arrivato un assegno passivo di 5.000,00 euro" emesso cinque giorni prima a fronte della disponibilità sul c/c di 20.000,00 euro in attivo, ma risultato impagabile per assenza fondi quel giorno. Tutto questo perché il giorno prima erano passate le competenze e gli interessi del famoso derivato, mai venduto. Prologo di quella giornata è stata la telefonata di mio padre alle 17.00 con la quale mi comunicava che, quella sera, non sarebbe rientrato in ditta. Il seguito, invece, c’è stato all’indomani con l’assegno che è stato protestato. Il male più forte che senti dentro non è perdere tutto, il male più forte che senti è sapere che tutti coloro i quali facevano parte del tuo mondo ti vedono come un vigliacco, come un fuggitivo, un delinquente. Purtroppo non possono conoscere la verità, perché le verità rimangono nascoste. Ho portato, da solo, (almeno questo ho cercato di evitarlo a mio padre) i libri in tribunale pochi giorni dopo. Quel giorno non lo dimenticherò mai. Dopo essere uscito dalla sezione fallimenti del tribunale, ho dato un’occhiata al quotidiano che avevo in mano: il titolo dell’artico in prima pagina citava: "Vicina l’intesa Unicredit-Capitalia nascerà un gruppo da 100 miliardi". Ho fatto scivolare il giornale nel cestino dell’immondizia davanti a me; non ho tempo di leggere, oggi, devo trovare alla svelta un lavoro per poter vivere. Andrea Consoli