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 2007  settembre 20 Giovedì calendario

Processo al processo. L’Espresso 20 settembre 2007. La grande truffa ai danni dei cittadini funziona così

Processo al processo. L’Espresso 20 settembre 2007. La grande truffa ai danni dei cittadini funziona così. Tra lunedì e martedì mattina di ogni settimana in una procura come quella di Torino, i vigili urbani bussano alla porta di un pm e consegnano una cinquantina di denunce per guida in stato di ebbrezza. Il magistrato si mette subito al lavoro: il reato viene considerato lieve dal codice e normalmente prevede la condanna a 900 euro di ammenda. Proprio per non intasare i tribunali - a Torino 36 giudici smaltiscono 7 mila processi l’anno su 30 mila - la legge prevede che in casi come questi scatti un decreto penale di condanna: il pm chiede al gip (giudice delle indagini preliminari) di comminare la sanzione, lui lo fa e ordina di notificare al condannato il decreto, facendogli presente che ha 15 giorni di tempo per presentare opposizione e domandare un regolare processo. Risultato: la richiesta di emissione del decreto parte dalla procura sei mesi dopo il fatto perché, a causa della carenza di uomini e di mezzi, tanto impiega la cancelleria a registrare la notizia di reato e a inviare il fascicolo. Altri sei mesi se li prende il gip, ovviamente oberato da casi ben più gravi rispetto a quello di chi ha bevuto una birra di troppo. Poi, in media, ci vuole un anno per la notifica del provvedimento. Così il pagamento della pena pecuniaria viene richiesto con due anni di ritardo: a quel punto il condannato presenta opposizione e tutto va bellamente in prescrizione. Ecco, se si vuole capire che cosa è accaduto alla giustizia italiana si può partire da qui. Dalle scene di vita quotidiana delle procure e dai dati del ministero. Cifre che raccontano come all’ormai arcinoto disastro dei tribunali civili (una media di 2.276 giorni fino alla sentenza di secondo grado), sia necessario aggiungere quello dei giudizi penali, dove per vedere un verdetto di appello di giorni se ne attendono 1.424, ai quali poi si somma circa un anno per la Cassazione. Numeri da bancarotta che mettono in rilievo le anomalie di un sistema in cui si istruiscono decine di migliaia di processi inutili. Grazie all’indulto di tre anni del 2006 la pena infatti non è quasi mai effettiva. E, grazie alla legge ex Cirielli del 2005 che ha dimezzato i termini di prescrizione, tutto o quasi va in fumo prima della Cassazione. Che sarebbe finita così lo avevano detto per tempo in molti. Ma le aule parlamentari - in cui la categoria professionale più rappresentata è quella degli avvocati, gli onorevoli pregiudicati sono 24 e quelli indagati o salvati da prescrizione e amnistia un’ottantina - non ci avevano fatto caso. E anzi avevano continuato e continuano a scaricare sui magistrati e su un’organizzazione burocratico amministrativa senza risorse, ogni nuovo allarme sociale: dagli incidenti stradali all’immigrazione, dal disagio delle metropoli all’uso personale di droga. Il sistema è quello delle grida manzoniane: i lavavetri infastidiscono gli automobilisti? I writers imbrattano i muri delle città? Siano tutti processati! E non importa se, visto lo stato comatoso dei tribunali, il verdetto definitivo e la relativa condanna (spesso convertibile in pena pecuniaria) nei fatti non arriveranno mai. Eppure ci sono moltissimi comportamenti illeciti che potrebbero essere sanzionati più efficacemente dalle varie amministrazioni dello Stato (come accade, per esempio, per la violazione dei limiti di velocità) e che finiscono invece nei palazzi di giustizia: l’elenco è lunghissimo e dentro c’è di tutto. Si va dalla guida senza patente, alla falsificazione della data sui biglietti di metropolitana e autobus, dalle truffe all’Enel (contatori bloccati con spilli o tessere telefoniche) fino al reato, comune per esempio a Lodi, dove termina l’autostrada del Sole, commesso da quei camionisti che partendo da Salerno consegnano invece a Melegnano un biglietto emesso a Casalpusterlengo. Così in Italia ogni anno evaporano per prescrizione circa 150 mila processi (vedi tabella in basso). La maggior parte dei quali, in virtù delle norme stabilite dalla legge ex Cirielli dure solo con i recidivi, riguardano contravvenzioni in materia antinfortunistica, ambientale ed ecologica; i delitti di corruzione, falso in bilancio, frode fiscale; quelli di maltrattamento in famiglia e violazione degli obblighi di assistenza famigliare. Ma allora perché esiste la prescrizione? Solo per farla fare franca ai furbi e ai colletti bianchi? No. La ragione è semplice e in teoria è condivisibile: dopo un certo numero di anni lo Stato non ha più interesse a indagare su un reato perché è passato troppo tempo. Inutile lavorare per scoprire gli autori di un crimine che le stesse vittime non ricordano più. In realtà in Italia accade una cosa diversa: spesso i reati si prescrivono quando ormai gli imputati sono stati individuati. Ci sono processi che saltano in primo grado, in appello e addirittura in Cassazione. Tutto viene cancellato quando già polizia e magistrati hanno consumato molti soldi pubblici ed energie per indentificare i presunti colpevoli: un’assurdità. All’estero questo non accade. In Germania, per esempio, una volta che c’è stata la prima sentenza, la prescrizione è definitivamente interrotta. Negli Stati Uniti muore addirittura il giorno del rinvio a giudizio. La differenza ha delle conseguenze importanti. Nel 1989 è stato introdotto il nuovo codice di procedura penale. Da allora sul modello di quanto accadeva nei sistemi anglosassoni, anche da noi la prova si forma in aula: il processo cioè è molto garantista, vengono ascoltati decine o centinaia di testimoni, tutte o quasi le indagini svolte dal pm sono ripetute. Questo è un bene per il cittadino imputato, che così riduce al massimo il rischio di essere condannato da innocente, ma ovviamente implica dei tempi di dibattimento molto lunghi. Il sistema insomma può funzionare solo se si fanno pochi processi. E infatti chi ha ideato il nostro codice prevedeva che se ne celebrassero pochissimi: come accade negli Usa dove l’85 per cento degli imputati, quando le prove sono forti, si dichiarano colpevoli e patteggiano la condanna ottenendo così degli sconti di pena. O in Inghilterra, dove addirittura solo il 10 per cento delle persone sotto inchiesta arriva al processo. In Italia invece la situazione è capovolta: in pochi patteggiano o accedono al rito abbreviato che garantisce uno sconto di un terzo sulla condanna. A quasi tutti, visti i nuovi brevi termini di prescrizione, e i tempi del processo, conviene andare in aula e tirarla il più possibile per le lunghe. Il caso delle denunce per guida in stato di ebbrezza di Torino insegna. Anche il governo Prodi se ne è accorto. In aprile è stato presentato un disegno di legge per accelerare le procedure e rivedere, a soli due anni di distanza dall’ultima riforma del centrodestra, i tempi di prescrizione. «La prescrizione sarà pari alla pena massima del reato aumentata della metà», spiega il sottosegretario alla Giustizia, Luigi Li Gotti, «e soprattutto smetterà di decorre dal momento della sentenza di appello». Ce la farà la riforma ad essere approvata in pochi mesi? Al di là dell’ottimismo del governo è lecito dubitarne. Nelle commissioni Giustizia circa il 50 per cento dei membri sono avvocati che spesso, al contrario di quanto accade all’estero, esercitano in contemporanea il mandato parlamentare e la professione forense. E in questo caso gli interessi in gioco sono fortissimi: non solo quelli dei clienti, ma anche quelli economici della categoria. Il procuratore aggiunto di Torino, Bruno Tinti, a giorni manderà in libreria un’opera destinata a far discutere: "Toghe Rotte La giustizia raccontata da chi la fa" (edizioni chiarelettere). Il libro è una raccolta di esperienze sul campo di diversi magistrati e si traduce in un circostanziato atto di accusa nei confronti della classe politica che, secondo Tinti, ha fin qui operato volutamente per non far funzionare la macchina della giustizia. Il magistrato, dopo aver ricordato che «a Roma ci sono tanti avvocati come in tutta la Francia», scrive: «Se si esamina l’attività del Parlamento e quella della maggior parte dei ministri della Giustizia succedutisi negli ultimi vent’anni, si scopre una cosa incredibile: non solo non si è fatto sostanzialmente nulla per aumentare l’efficienza dell’amministrazione della giustizia, ma addirittura si è lavorato per diminuirla fortemente (...) Tutte le occasioni di impegno massiccio del Parlamento (...) hanno in realtà riguardato provvedimenti palesemente "ostili" alla giustizia». Tinti li elenca ad uno ad uno, compreso quello che ha abbreviato i termini di prescrizione del processo «così da farne prescrivere alcuni molto importanti che interessavano proprio a quelli che facevano la legge» e considera: «Paradossalmente (mah), il potere politico interviene sulla giustizia ogni volta che essa risulta in qualche modo efficiente (...) Qualche anno fa, con i voti di tutti i partiti politici, è stata fatta una piccola riforma delle pene accessorie che sono quelle che si aggiungono alla pena principale, la prigione.Tra queste c’era l’interdizione dai pubblici uffici e l’interdizione dall’esercizio di una professione. Prima (...) un sindaco condannato a due anni per corruzione, con la sospensione non andava in carcere, ma gli si applicava la pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici, così almeno la smetteva di fare il sindaco (...) Adesso, la sospensione condizionale sospende anche la pena accessoria». Oggi il governo, di fronte all’ennesimo allarme sicurezza, ha però assicurato un giro di vite. Il 29 agosto il ministro dell’Interno Giuliano Amato, ha tuonato: «Quando uno viene arrestato non te lo puoi trovare davanti tre mesi dopo». L’idea è che i giudici debbano motivare il perché decidono di liberare un indagato o un imputato. Infatti, ricorda il magistrato romano Mario Almerighi, «il 93 per cento dei condannati in primo grado non va in carcere». All’estero succede il contrario. Anche perché in paesi civili come Gran Bretagna, Svizzera e Stati Uniti, l’appello di fatto non esiste. Il secondo grado scatta solo se la difesa è in grado di produrre nuove prove non già esaminate dal tribunale o (come accade in Inghilterra) se si sono verificate irregolarità procedurali. Si può davvero ipotizzare una rivoluzione copernicana di questo tipo? Si può davvero abolire l’appello? «Per risolvere i problemi della giustizia ci vogliono un Bondi e un Giustiniano», ripete spesso con una battuta il pm milanese Francesco Greco, riferendosi a Enrico Bondi, risanatore della Parmalat. Insomma a parte la riscrittura dei codici, bisogna trovare il modo di risparmiare e reperire nuove risorse. Un’impresa titanica, ma non impossibile. Greco è il presidente della commissione Recupero spese di giustizia, istituita dal ministro Mastella nel marzo 2007. Il suo lavoro parte da un dato di fatto: la giustizia è macchina che produce "reddito". Ogni anno, ad esempio, imputati e condannati dovrebbero liquidare alle casse dello Stato circa 500 milioni di euro (diventati più di 700 nel 2007). Un vero tesoro, in gran parte frutto del pagamento delle spese processuali, che però non viene incassato. Nel 2006 lo Stato ha incamerato solo 24 milioni, una somma che salirà quest’anno a circa 70. Migliorare insomma si può. Magari guardando alla Cassazione, dove i ricorsi giudicati inammissibili (il 70 per cento dei casi) o infondati, hanno come conseguenza una condanna a un versamento alla cassa delle ammende. In totale sulla carta fanno 80 milioni di euro. Il perché della norma è chiaro: se paghi quando hai torto, prima di intasare di carte il palazzaccio ci penserai su un bel po’. In molti però oggi non pagano. Basterebbe obbligare i ricorrenti a depositare in anticipo una cauzione, da restituire in caso di vittoria, ottenendo due risultati: uno Stato più ricco e una suprema Corte meno inflazionata. DI PETER GOMEZ, LEO SISTI