L’Espresso 20/09/2007, pag.137 Giorgio Ruffolo, 20 settembre 2007
Bolla capitale. L’espresso 20 settembre 2007. Un ebreo portoghese di origine spagnola, Joseph de la Vega, pubblicò nel 1688 un libro dallo strano titolo: "Confusion de confusiones"
Bolla capitale. L’espresso 20 settembre 2007. Un ebreo portoghese di origine spagnola, Joseph de la Vega, pubblicò nel 1688 un libro dallo strano titolo: "Confusion de confusiones". Si riferiva alla Borsa di Amsterdam: non la prima delle grandi Borse moderne (era stata preceduta da quella di Anversa), ma la più potente, progenitrice della City e di Wall Street. Quello di de la Vega è un racconto suggestivo: «Si vende a contanti l’aringa non ancora pescata, il grano prima che sia nato. Le mani si arrossano sotto i colpi e alle strette seguono grida, urla e spinte, senza ritegno». Lo speculatore, figura dominante della Borsa, «si rosicchia le unghie, chiude gli occhi, fa quattro passi, parla da solo, appoggia la mano alla guancia come se avesse mal di denti e accompagna il tutto con un tossicchiare misterioso». Non gran che diverso, se si prescinde dalle novità tecniche, il quadro che ci presenta, tre secoli dopo, Susan Strange nel suo libro "Il capitalismo d’azzardo" (Laterza): «Il sistema finanziario va somigliando sempre più a un’enorme casa da gioco. Ogni giorno vi si mettono in gioco somme di denaro di dimensioni inimmaginabili. Di notte il gioco continua dall’altra parte del mondo. Nei palazzi che dominano i maggiori centri le stanze degli uffici sono piene di giovani intenti a giocare, con gli occhi fissi sugli schermi dei computer. Essi giocano coi telefoni intercontinentali o digitando su macchine elettroniche, esattamente come i clienti delle case da gioco guardano la pallina della roulette e puntano le fiches sul rosso o sul nero». Del resto, 20 secoli prima, a Roma, nel Foro, vicino al tempio di Castore, come racconta Plauto, «folle di uomini compravano e vendevano titoli di compagnie appaltatrici di imposte, merci svariate, in contanti e a credito, fattorie e tenute in Italia e nelle province, case e botteghe, a Roma o altrove, navi e magazzini, schiavi e bestiame». Insomma, la speculazione è antica quanto la storia. E gli economisti non hanno cessato di discutere, per tutta la storia, sia sugli effetti sia sulle cause della speculazione. Quanto ai primi: per alcuni di loro i mercati dei capitali, sui quali si scommette e si specula, rappresentano lo strumento più efficace per realizzare un’allocazione ottimale delle risorse scarse tra gli investimenti progettati, minimizzando i rischi e massimizzando la produzione. Per altri, i mercati finanziari sono, come abbiamo visto, poco più che un casinò mascherato, in cui si gioca d’azzardo con fondi presi a prestito trattenendo per sé i guadagni e scaricando le perdite sull’economia. Inutile dire che hanno ragione e torto gli uni e gli altri. Tutto dipende dalla misura. Ci sono state epoche nelle quali la finanza ha svolto una funzione positiva ed epoche di follia, contraddistinte dal gonfiarsi e dall’esplodere di speculazioni cumulative: le grandi bolle. E comunque, da periodi di intensa instabilità finanziaria. Come all’inizio dell’era moderna, ad Amsterdam; o nell’Ottocento francese della Haute Finance del piccolo Napoleone; o nel Novecento americano del Grande crollo del 1929; o nella fase odierna di esplosione della finanza, che dura da 25 anni. Sulle loro cause c’è una letteratura sterminata quanto controversa. Possiamo dire questo, molto alla buona. Che il denaro, fin dall’origine, ha svolto due funzioni e si è rappresentato in due modi diversi. La funzione di intermediario degli scambi e di misura del valore di scambio (dei prezzi). La funzione di deposito e di accumulazione di valore. Queste due funzioni possono entrare in collisione tra loro. Quanto alla prima non è necessario, anzi sarebbe al limite auspicabile, che il denaro, come tutti i metri, non avesse un suo valore. Sta di fatto che fin dall’origine il denaro, identificato dopo molte prove d’orchestra con i metalli preziosi, e soprattutto con l’oro, ha esercitato una formidabile attrattiva. Questa sostanza luminosa ha illuminato la storia. Spesso l’ha incendiata. Gli uomini l’hanno volta per volta adorata, come "il sudore del sole", "il figlio del desiderio della Terra". A volte deprecata, come "lo sterco del diavolo". E Freud ha identificato il piacere del suo possesso con quello di cui il bambino gode nel trattenere le feci. Fin dalla più profonda antichità incontriamo l’avaro che accumula denaro senza spenderlo. Una patologia. Qui si tratta del materasso, o del forziere. Ma con il progredire dell’economia di scambio, il "risparmiatore" preferisce la banca che lo remunera con un prezzo che si chiama interesse. E qui gli economisti si dividono ancora. Alcuni sostengono che l’interesse è strettamente collegato con il profitto che si ricava dagli investimenti nell’economia reale. L’economia finanziaria è dunque funzionale all’economia reale. Divergenze tra interesse e profitto non possono essere che temporanee. Altri affermano che il tasso d’interesse è fenomeno puramente monetario; che possono dunque verificarsi, come di fatto si verificano, grandi e durevoli divari tra i guadagni della finanza e i profitti dell’impresa, e che le grandi bolle trovano in questo divario la loro origine. In altri termini, la funzione della moneta come deposito di valori dà origine non più alla tesaurizzazione (i soldi nel materasso), ma alla speculazione (la scommessa sul prezzo futuro dei titoli). La storia della finanza è piena di bolle, che regolarmente scoppiano. Alcune di esse sono rimaste famose. La più estrosa e colorata è quella dei tulipani, fiorita negli anni Trenta del XVII secolo in Olanda, in un periodo di euforia economica e di ottimismo commerciale, dovuto alla scomparsa della minaccia spagnola e allo sviluppo del commercio tessile olandese, mentre sorgevano la Borsa di Amsterdam e la Compagnia olandese delle Indie orientali. I tulipani erano stati introdotti in Olanda dall’ambasciatore di Solimano il Magnifico (il nome tulipan significa turbante) e si erano acclimatati in quel terreno pianeggiante e grigio, illuminato da quelle splendide aiuole. Fin dall’inizio i bulbi andarono a ruba e i loro coltivatori li impreziosirono con nomi esotici che contribuirono al loro successo: Vicerè, Ammiraglio e il più raro, il Semper Augustus. I prezzi cominciarono a lievitare con la diffusione di una vera mania. I più rari erano venduti al pezzo. I più comuni ad aiuole. Dapprima i coltivatori olandesi si astennero dal partecipare a questa moda, ma quando la mania coinvolse gli stranieri, ne furono travolti. Si commerciavano bulbi dappertutto, nelle taverne, dove i prezzi erano man mano segnati su tavolette durante le aste, e salivano vertiginosamente. Il bello è che nel periodo più intenso della mania, attorno al 1637, non ci furono praticamente consegne di tulipani, poiché i bulbi rimanevano sotto terra e il commercio si svolgeva, si direbbe oggi, attraverso i futures, contratti a termine. Si chiamava Windhandel, commercio del vento. Al culmine della follia, un Generalissimo di mezzo grammo passò da 95 a 900 fiorini, un Vicerè raggiunse i 3 mila fiorini per raddoppiare subito dopo. Con 2.500 fiorini pagati per un bulbo si potevano comprare 27 tonnellate di grano, o 3 tonnellate di formaggio. O un appartamento ad Amsterdam. Poi, di colpo, la tulipanomania diventò tulipanofobia. Il 3 febbraio 1637, non si sa perché, ad Haarlem non si trovarono compratori, i fallimenti si susseguirono. Il più lungimirante era stato l’incisore Roemer Vischer. Una sua illustrazione reggeva un motto che divenne famoso: "Un pazzo e i suoi soldi finiscono sempre per separarsi". La follia dei tulipani suscitò una vasta letteratura. Il romanzo più noto lo scrisse Alexandre Dumas. Si chiama "Il tulipano nero". La storia vera la si può leggere nel libro di Charles McKay, "Le straordinarie delusioni e la pazzia delle folle". Nel quale è anche raccontata (una delle tante volte) la straordinaria avventura di John Law. «Era destino», scrisse Voltaire, «che uno scozzese di nome John Law venisse in Francia a sconvolgere l’intera economia del nostro governo per ammaestrarci». «L’uomo che inventò il denaro», lo definisce una dei suoi biografi, Janet Gleeson che aggiunge con enfasi: «Libertino, giocatore d’azzardo, assassino e padre dell’economia moderna». Il suo è un fantasmagorico romanzo di economia politica. Altro che scienza tetra. Fuggito dall’Inghilterra riuscì a persuadere il suo amico di bagordi, il Reggente d’Orléans, ad affidargli l’emissione di cartamoneta, con la quale pagò il gigantesco debito pubblico, prima sulla garanzia dell’oro, che esisteva in quantità limitate, e dopo su quella delle ricchezze della Louisiana, che non esistevano affatto. Fu luogotenente del Regno, convertito al cattolicesimo (l’ambasciatore inglese disse, la più miracolosa conversione monetaria) e pochi anni dopo venne espulso, mentre i parigini stracciavano i suoi biglietti senza valore. Non è possibile qui ricordare le vicende delle grandi speculazioni nei due secoli successivi, da quelle connesse ai grandi investimenti ferroviari in America a quelle della ricerca dell’oro, descritta da Mark Twain e Charles Warner, nel clima dissipato evocato da Veblen nella sua "Teoria della classe agiata": quando nelle feste dell’alta società si accendevano sigarette avvolte da banconote da cento dollari, si inserivano perle nere nelle ostriche degli invitati e si cingevano i cani con collari tempestati da diamanti. La fantasia dimostrata nelle imprese speculative non ha conosciuto limiti: dalla Metropolitan Bath Company fondata nel 1824 per pompare acqua dal mare e trasportarla a Londra per offrire alla gente bagni salati, al progetto inteso a drenare il mar Rosso alla ricerca di oro e gioielli lasciati dagli egizi travolti dalle acque mentre stavano inseguendo gli ebrei. Ma non è su queste caricature che si può misurare l’evoluzione del rapporto tra economia reale ed economia finanziaria negli ultimi due secoli: fino a quel fatale autunno del 1929, a quel Grande crollo, di cui ancora oggi si discute tra gli economisti, se fossero stati gli eccessi del mercato finanziario o gli errori della politica monetaria a scatenare la tempesta che fu un passo da travolgere il capitalismo. Per molto tempo, dopo l’ultima guerra, il mondo dell’economia sembrò essere vaccinato dalle tentazioni di una finanza sregolata. Durante un dibattito alla Camera dei Comuni nel 1961 una giovane deputata dichiarò: «Vogliamo colpire quelli che fanno affari comprando e vendendo azioni non per conservarle in virtù della capacità di produrre un reddito, ma per vivere sui profitti generati dalla compravendita». Si chiamava Margaret Thatcher. Questo era il clima che in pochi anni cambiò, come la scena di un melodramma. Possiamo collocare tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, sulla base dell’iniziativa di una signora Thatcher ricredutasi, quella liberazione dei movimenti di capitale che ha aperto una sconfinata libertà d’azione agli «speculatori azionari». Rispetto ai ruggenti anni Venti, si può notare questa differenza. Non siamo in una spensierata età della gioia, ma in una fase di crisi finanziaria punteggiata: crollo di Wall Street del 1987, crisi giapponese del 1989, messicana del 1994, del Sud-est asiatico del 1996, russo-brasiliana del 1999, nuovo crollo a Wall Street nel 2001 e la crisi dei mercati immobiliari in America in queste settimane. Poiché nel frattempo l’economia mondiale reale ha continuato a svilupparsi a ritmi sostenuti, non c’è da chiedersi se è possibile che le due economie, quella reale e finanziaria, possano procedere l’una indipendentemente dall’altra. C’è però da domandarsi per quanto tempo questa schizofrenia può durare. E intanto, misurare gli effetti di questa schizofrenia su due squilibri: l’enorme indebitamento che grava sulle economie capitalistiche avanzate; la distorsione dei flussi di capitale mondiale, diretti dai paesi più poveri a quelli più ricchi. Termino con una provocazione. Nel considerare gli effetti distorsivi dell’economia finanziaria sull’economia reale, Keynes ripescò la teoria di un tedesco, socialista non marxista, membro del governo bavarese subito dopo la fine della Prima guerra mondiale: Silvio Gesell. Gesell giudicava inaccettabile che il frutto del lavoro degli uomini fosse bruciato negli impieghi improduttivi della finanza. Perché il tasso dell’interesse non si cumulasse, ma restasse entro il livello segnato dal tasso del profitto reale, Gesell propose che il denaro fosse "bollato", cioè gravato da una tassa progressiva nel tempo che rendesse non conveniente accumularlo. Con ciò, riprendendo il nostro discorso iniziale, la moneta manterrebbe la sua funzione di metro delle merci, ma perderebbe quella di merce essa stessa, che ne fa un fattore di instabilità e di iniquità del sistema. Se poi questo potrebbe ancora chiamarsi capitalistico, è altra cosa. Giorgio Ruffolo