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 2007  settembre 20 Giovedì calendario

L’Ici ha molti nemici. L’espresso 20 settembre 2007. Un italiano su due odia l’Ici, la ritiene la più iniqua delle tasse, e va in bestia quando la deve pagare

L’Ici ha molti nemici. L’espresso 20 settembre 2007. Un italiano su due odia l’Ici, la ritiene la più iniqua delle tasse, e va in bestia quando la deve pagare. Nella sua disperata caccia per recuperare nei sondaggi, che lo danno in caduta libera da mesi, il centrosinistra al governo ha trovato il suo Bin Laden, il suo tributo-canaglia, e ha schierato l’artiglieria. «Tagliamo l’Ici sulla prima casa e riconquistiamo il ceto medio», va ripetendo da mesi Francesco Rutelli, vicepremier e leader della Margherita, il partito che più di tutti sventola il vessillo anti-Ici. «Via l’Ici o lascio il consiglio dei ministri», ha avvisato in estate il guardasigilli Clemente Mastella, Udeur, ma nessuno ne ha approfittato. Con lo spirito della crociata, gli altri si sono accodati, dalla sinistra estrema a Piero Fassino, in un coro di "dagli all’Ici" trasversale (unica voce dissonante, il leghista Roberto Maroni, che l’ha definita una sciocchezza, ma è stato subito zittito da suoi), e che ormai non potrà non produrre qualche risultato, pena un disastroso effetto boomerang. Il ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa, a cui l’idea di toccare l’Ici non è mai piaciuta troppo, si prepara a inserire il taglio nella prossima Finanziaria. E il viceministro alle Finanze Vincenzo Visco ha messo i suoi tecnici al lavoro per disegnare la tecnica dell’intervento: o un aumento della fascia di esenzione da 100 euro a 290 per tutti, come indicato nel Dpef, che si tradurrebbe nell’esenzione pressoché totale nei piccolissimi comuni sotto i 5 mila abitanti e nel raddoppio degli attuali esenti nelle grandi città (dall’8 per cento al 16 delle famiglie); o qualcosa di più sofisticato, che magari tenga conto della superficie dell’appartamento, oppure del reddito. Quel che appare evidente è che nella battaglia contro l’esecrato balzello che grava sulle case finora c’è molta politica e poca economia. Nessuno, infatti, ha ancora spiegato come verrà compensato quel taglio. Se usando quasi per intero il surplus delle entrate fiscali (il tesoretto), che comunque quest’anno esiste e l’anno prossimo chissà, mentre il taglio dell’Ici dovrebbe essere permanente; oppure tosando altrove. Per esempio: i comuni, che sono i destinatari dell’Ici, e che su questa tassa che vale in totale 9 miliardi l’anno, di cui 3 solo dalla prima casa, basano di fatto il 70 per cento delle loro finanze, chiedono in alternativa una maggiore compartecipazione all’Irpef. Cosa vuol dire? Che lo Stato deve rinunciare a una parte della sua fetta di tasse sulle persone fisiche a loro vantaggio, oppure che vogliono aumentare l’addizionale con cui da quest’anno gli enti locali hanno gravato sui redditi dei lavoratori dipendenti? In altre parole: lo sgravio dell’Ici sulla prima casa lo pagheranno alla fine i soliti lavoratori dipendenti? Altra questione cruciale: l’obiettivo politico-sociale. Se si vuole raggiungere, e riconquistare, un contribuente di fascia media, e anche medio-alta, il taglio dell’Ici sulla prima casa può essere lo strumento azzeccato. Vive nella casa di proprietà l’80 per cento di chi guadagna più di 30 mila euro (secondo dati della Banca d’Italia), e l’85 di quelli che guadagnano sopra i 40 mila, contro il 40 per cento di chi ha un reddito familiare sotto i 10 mila. In questa fascia di reddito più bisognosa, infatti, è molto diffuso l’affitto (il 43 per cento di questi nuclei famigliari paga una pigione), e quindi dello sgravio dell’Ici non se ne fa nulla. A conti fatti, il provvedimento appare più populista che popolare. L’altro fattore di cui evidentemente i politici pro taglio hanno tenuto conto è quello geografico. Se il Nord nutre sentimenti non troppo amichevoli verso questo governo, non c’è modo migliore che accattivarselo con un’operazione di massa sulla casa. E infatti la Lombardia, come informa il centro studi Cresme, è la regione con il maggior bacino immobiliare, cioè dove si concentra il 15 per cento del patrimonio immobiliare del Paese (grafico a pag. 168) e con un’altissima percentuale di prime case (una su due). In totale, tra Nord-ovest e Nord-est, c’è la metà dei 22 milioni di prime case italiane. Comprensibile, nel momento in cui si scopre che la "Casta" si preoccupa di dare un tetto alla propria famiglia, e a prezzi da saldo, che rivolga un pensiero agli italiani tartassati sulla casa. Sacrosanto che la politica si fermi a riflettere, dopo aver esentato dall’Ici beni ecclesiastici e Onlus, quando si apprende che volontariato, preti e monache, fanno affari d’oro mettendo a profitto le loro proprietà immobiliari. E che forse qualche rimorso lo provi per avere impedito la rivalutazione catastale dei palazzi storici: con il risultato, per esempio, che sedi di banche e assicurazioni su via del Corso, a Roma, hanno rendite catastali A5, cioè ultrapopolari, e su quello pagano l’Ici. Nonostante tutto questo, la manovra dell’Ici sta sollevando un vespaio tra gli amministratori locali. «Già da quest’anno abbiamo abbassato l’Ici dal 5 al 4,7 per mille», dichiara il vicesindaco di Milano Riccardo De Corato: «Ora non vorremmo che il governo ci comandi di intervenire sull’Ici, pensando che poi noi ci trasformiamo in gabellieri alzando le imposte locali o inventandone di nuove». Attacca Francesca Balzani, assessore al Bilancio della giunta genovese guidata da Marta Vincenzi: «L’Ici rappresenta la maggior fonte di entrata per il Comune. Nel 2006, 188 milioni di euro: per il 38,82 per cento provenienti dalla prima casa. Se il taglio sarà imposto dal governo e uguale per tutti, dovrà comunque pensarci il governo a tappare la falla. Come? Con maggiori trasferimenti o una diversa distribuzione dei proventi dell’Irpef». Ancora: «Non abbiamo mai applicato l’addizionale Irpef», annuncia il vicesindaco di Venezia Michele Vianello, «ma se ci tagliano l’Ici potremmo pensarci». Anche al Sud il clima non cambia. «Il taglio univoco dell’aliquota sulla prima casa fa scena, ha un forte impatto mediatico», ammette Cinzia Capano, assessore del Comune di Bari. Ma che lo Stato voglia farsi bello con le penne del pavone, cioè a spese degli enti locali, magari obbligati a stringere la cinghia, non va giù a nessuno. «L’Ici è fondamentale per i nostri conti: parliamo di 169,4 milioni di euro per il 2007, di cui 54 milioni per l’Ici sull’abitazione principale, che da sola vale il 7 per cento dell’intero bilancio e il 13 per cento delle entrate tributarie», afferma Enrico Cardillo assessore alle Risorse Strategiche del Comune di Napoli: «Non credo che il governo possa intervenire sulle detrazioni, che sono uno strumento che deve restare in mano ai comuni. Il governo, qualunque strada prenderà, dovrà compensare: non ci sta proprio che ci vengano a dire di aumentare le tasse». Il fatto è che i comuni hanno già fatto il possibile per ammansire i propri cittadini sul fronte immobili. Molti hanno ridotto le aliquote per la prima casa, come Roma, spingendo l’aliquota verso il 4 per mille, altri hanno già utilizzato la leva della detrazione a piene mani: a volte oltre i 500 euro, come succede in provincia di Bolzano, per esempio a Sesto e Dobbiaco. O addirittura con una esenzione totale. Come fanno una dozzina di comuni in provincia di Trento: «L’Ici sulla prima casa viene compensata da quella pagata sulle proprietà dei turisti», spiega il sindaco di Ruffré, Gianni Seppi. O come avviene a Capo d’Orlando, provincia di Messina, dove il recupero dell’evasione ha permesso il taglio al 100 per cento. In queste condizioni, anche se l’Ici è l’imposta più odiata e se «nessuno si può opporre al taglio delle tasse» (come dice il sindaco di Ancona Fabio Sturani, vicepresidente dell’Anci), i comuni vedono le proprie casse in pericolo. «Soluzioni? O si aumenta l’Ici sulle seconde e le terze case, o si aumenta l’Irpef, o si rivedono gli indici catastali», dice il sindaco di Giaveno, Osvaldo Napoli, Forza Italia, che è presidente dell’Ifel, l’Istituto per la finanza e l’economia locale. Tutte soluzioni dolorose. La prima, perché tartassa chi già paga aliquote maggiorate su cui grava il grosso dell’Ici: le prime case sono la metà del totale, e rappresentano il 64 per cento del valore totale del patrimonio abitativo, stimato dal Cresme in 6.400 miliardi di euro. Ma pagano un terzo dei proventi prodotti dall’odiato balzello. Insomma, sono già tutelate, al contrario di chi possiede case di vacanza, o patrimoni immobiliari in affitto. Quanto al fronte Irpef, è assai sdrucciolevole: «La compartecipazione che chiediamo prevede che sia lo Stato a rinunciare a una parte», chiarisce Marco Causi, assessore al Bilancio del Comune di Roma, «e comunque non vogliamo più una quota fissa dell’Irpef, come oggi, ma una quota dinamica, che cresca con il crescere della torta complessiva». Sarebbe un passaggio al federalismo fiscale che il governo, con tutti i problemi di bilancio che ha, non sembra ancora disponibile a fare. Resta la terza soluzione, quella che vede un’operazione a tutto campo dei comuni per aggiornare il catasto. Con l’obiettivo di perseguire l’evasione, ma anche di azzerare le distorsioni che fanno sì che una casa del centro paghi meno Ici di una in periferia. Ai primi di ottobre le giunte dovranno dire se intendono prendersi in carico la gestione del catasto dall’Agenzia del territorio. Questo darà ai sindaci un nuovo, forte potere sul bene più caro agli italiani, la casa. E li metterà in grado in futuro di usare le leve della tassazione. «Bisogna dare ai comuni la gestione di tutte le imposte sulla casa», conferma il sindaco di Torino Sergio Chiamparino. Per fare la sua manovra populista questa, al governo, resta l’ultima occasione. Paola Pilati