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 2007  settembre 13 Giovedì calendario

Italiano sarà lei. La Repubblica 13 settembre 2007. Italiani in crisi d´identità. Se il genere è antico e da sempre frequentato - la geremiade sull´Italia paese mancato, il vizio tutto italiano di dir male degli italiani - l´attuale sovraffollamento di titoli in libreria può dare il segno d´un crescente spaesamento nazionale

Italiano sarà lei. La Repubblica 13 settembre 2007. Italiani in crisi d´identità. Se il genere è antico e da sempre frequentato - la geremiade sull´Italia paese mancato, il vizio tutto italiano di dir male degli italiani - l´attuale sovraffollamento di titoli in libreria può dare il segno d´un crescente spaesamento nazionale. Quasi una furia autofustigatrice, un autodafé impazzito intorno ai mali tricolori che può contagiare anche le piazze, culminando in un sonoro Vaffa Day. Mentre l´ex presidente Francesco Cossiga fa il contropelo alla storia patria in Italiani sono sempre gli altri (Mondadori), una catena di misteriosi intrecci di cui solo l´autore sembra conoscere la chiave, e Sebastiano Vassalli lo rimbrotta d´avergli rubato impunemente il titolo, l´ex comico e neo tribuno Beppe Grillo raccoglie l´indignazione delle folle intorno alle turpitudini dell´establishment italiano, diffuse a destra come a sinistra. Politica e antipolitica unite dalla comune denigrazione nazionale. Ma c´è anche chi si oppone all´autoflagellazione, che poi fa parte dello stereotipo italico, con un deciso: «Basta con l´italianologia!». L´artefice di questo appello è David Bidussa, storico sociale delle idee, già autore de Il mito del bravo italiano in cui rovescia l´iconografia autoassolutoria degli italiani rispetto alla campagna antisemita. Questa volta con il saggio-antologia Siamo italiani, pubblicato dalla nuova e agguerrita Chiarelettere (pagg. 176, euro 10), va all´assalto di quella "metafisica dell´italianità" affidata al "poveri, ma belli", "gaglioffi ma simpatici", "cinici ma sostanzialmente brava gente" che ci portiamo dietro come un gonfalone irrinunciabile. Una retorica nazionale fondata su un´idea astratta e immutabile degli italiani, che dunque implica scetticismo sulla possibilità di cambiamento e, di conseguenza, sentimento di estraneità. Di questo piagnisteo patrio, Bidussa indica i maestri nonché santi protettori in Giuseppe Prezzolini e Curzio Malaparte, Indro Montanelli ed Ennio Flaiano, con un capostipite illustre che è il Leopardi del Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl´italiani, straordinario interprete dello spirito nazionale però usato come complemento dell´ideologia dell´italianità, sostanzialmente incapace di fornire chiavi per rovesciare un paradigma consolidato. Tutti questi autori compongono una sorta di canone letterario che fornisce le parole all´italiano quando parla di sé. Dal Prezzolini del Codice della vita italiana («I cittadini italiani si dividono in due categorie: i furbi e i fessi...») al Flaiano dell´italiano Qualsiasi, dal Malaparte fieramente antieuropeo al Montanelli sarcastico demolitore dei ministri-squillo (e paladino invece delle "ragazze squillo", dei "clienti squillatori" nonché dello "squillo" medesimo), ecco delinearsi la maschera dell´eterno italiano, popolano e antimoderno, che la sa lunga, disposto a tollerare i vizi privati ma insofferente verso quelli dei governanti. Una sorta di galateo nazionale dell´antipolitica, destinato a inesauribile fortuna. A questa famiglia Bidussa ne contrappone un´altra, capace di analizzare concretamente i nostri limiti, vizi prodotti da una lunga storia, indicando soluzioni e vie d´uscita. Tra le figure nobili di questa "tribù degli antiretorici" incontriamo Ernesto Rossi e Gaetano Salvemini, Luigi Einaudi e Carlo Levi, Aldo Capitini ed anche lo storico Ruggiero Romano, Arturo Carlo Jemolo e Leonardo Sciascia, italiani talvolta liquidati come antitaliani, vissuti come rinnegati e antinazionali. A questo firmamento oggi dovremmo guardare, proprio per aggredire quel carattere eterno degli italiani dietro il quale tendiamo a nasconderci nel totale immobilismo. Tutti maestri che al mito e all´aneddotica preferiscono la storia, all´eterno pianto sulla nostra condizione di sudditanza e precarietà l´analisi seria di un sistema concreto di relazioni. Non è un caso che questa schiera sia preceduta nel volume curato da Bidussa da un saggio fondamentale scritto da Giulio Bollati su L´italiano, il primo che si sia interrogato sulla genealogia dello stereotipo, su quella costruzione storica dell´identità con cui dobbiamo ancora fare i conti. E tra le pagine che rappresentano l´italianità antiretorica figura anche il Berlinguer della questione morale, intervistato da Eugenio Scalfari sulla degenerazione della politica. Se un´urgenza sembra muovere Bidussa in questo nuovo lavoro, è quella di combattere il sentimento dell´antipolitica crescente a sinistra, nella cui retorica pubblica egli rintraccia un linguaggio che è a lungo circolato a destra: l´idea di un uomo forte cui affidare la palingenesi totale, l´ossessione del complotto ad opera dei potenti, la retorica dell´appartenenza a un Paese Altro. L´antipolitica, sembra sostenere Bidussa, nasce da un rapporto mitico con la realtà. Ma trasformare un paese implica conoscerlo, non rimanere impigliati nella retorica con cui si racconta. SIMONETTA FIORI Prezzolini: «I cittadini italiani si dividono in due categorie: i furbi e i fessi. I furbi non usano mai parole chiare. I fessi qualche volta. Colui che sa è un fesso. Colui che riesce senza sapere è un furbo. L´Italia va avanti perché ci sono i fessi. I fessi lavorano, pagano, crepano. Chi fa la figura di mandare avanti l´Italia sono i furbi che non fanno nulla e se la godono». Malaparte: «In Italia ogni cosa puzza di servitù e coloro che parlano di mutamenti, di rivoluzioni o leggi da far rispettare con l´aiuto delle funi sono proprio quegli stessi che, non avendo stato fisso, vanno in cerca di padroni da servire e fanno chiasso per essere messi a tacere con la bocca piena o, avendolo, si danno da fare per imporre quella loro medesima servitù agli altri». Flaiano: «Tra le mie conoscenze ricorderò "Qualsiasi", individuo di stanche ambizioni, furbo e volubile, moralista e buon conoscitore del codice, amante dell´ordine e indisciplinato, gendarme e ladro secondo i casi. Evade il fisco ma nei cortei patriottici è quello che fiancheggia la bandiera e intima ai passanti: giù il cappello. Purtroppo egli è convinto di essere qualcuno». Rossi: «I grandi industriali sono convinti che l´opinione pubblica italiana ancora trangugia qualsiasi beverone che le vogliano ammannire, come quando potevano contare sugli ordini di scuderia ai giornali di quel glorioso Regime che condussero al fonte battesimale. vero: ora c´è il fastidio della libertà di stampa: ma è una seccatura da poco. Dov´è la stampa indipendente in Italia?». Salvemini: «Molte volte si ripete che "gli italiani sono fatti così". Giolitti diceva che il popolo italiano era gobbo, e lui non poteva fare a un gobbo altro che un abito da gobbo. Poi venne Mussolini e disse che il popolo italiano era buono a nulla. Poi sono venuti molti - troppi - antifascisti e anch´essi dicono che il popolo italiano è fatto così. Dove tutti sono responsabili, nessuno è responsabile». Levi: «Sono Contadini tutti quelli che fanno le cose, che le creano, le amano, che se ne contentano. Non quelli che vivono di protezioni, sussidi, mance governative, furti, favoritismi, privilegi corporativi. E i Luigini, chi sono? Tutti gli altri. La grande maggioranza della sterminata, ameboide piccola borghesia, con tutte le sue miserie e i suoi complessi di inferiorità».