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 2007  settembre 13 Giovedì calendario

Giappone, se ne va il premier nazionalista. Corriere della Sera 13 settembre 2007. PECHINO – Diventare primo ministro era stato il sogno di una vita e il sogno è durato meno di un anno

Giappone, se ne va il premier nazionalista. Corriere della Sera 13 settembre 2007. PECHINO – Diventare primo ministro era stato il sogno di una vita e il sogno è durato meno di un anno. Shinzo Abe ieri mattina si è dimesso da premier del Giappone. Lo ha fatto convocando a sorpresa una conferenza stampa. Parlamentari increduli, diretta tv. «Mi trovo in una situazione aggrovigliata, che rende improbo il mio compito. Ho dovuto prendere una decisione per contenere la crisi politica ». Così Abe, 53 anni la prossima settimana, rimette al successore la soluzione di uno stallo che nasce dall’Afghanistan. Dietro il gesto di Abe stanno meno di 12 mesi di scandali finanziari e politici, con ministri rimossi e uno addirittura suicida dopo accuse di corruzione. Nel disastroso bilancio, sintetizzato dal 30% di gradimento, è inclusa la batosta delle elezioni per la Camera Alta a luglio, quando il suo Partito liberaldemocratico ha perso la maggioranza. Il dossier fatale, quello sul quale Abe aveva puntato le residue capacità persuasive, però riguarda l’Afghanistan e l’appoggio alla missione. Nel 2001 Tokio aveva varato una legge antiterrorismo per offrire con le sue navi rifornimenti alla coalizione: provvedimento delicato, data la Costituzione pacifista del Giappone che lo priva di un vero esercito e pone vincoli agli interventi d’ambito militare. Rinnovata tre volte, la legge scade a ottobre, ma l’opinione pubblica ostile e i nuovi assetti parlamentari hanno costretto Abe a cercare un’intesa con l’opposizione di centrosinistra. Niente da fare. E qui Abe ha lasciato, a ridosso del dibattito in aula. Nel Partito liberaldemocratico (Ldp), che dal ’55 ha sempre governato con una parentesi di 11 mesi, la pancia dice che a succedergli dovrebbe essere Junichiro Koizumi. Il popolarissimo predecessore (e mentore) di Abe. Lui avrebbe detto di no. All’Ldp non resta che affidarsi alla testa, e la testa dice Taro Aso, 66 anni, vicinissimo ad Abe. Non è l’unico candidato a premier, che sarà indicato dal partito: in alternativa ad Aso potrebbero giocarsela Yasuo Fukuda, Nobutaka Machimura o Sadakazu Tanigaki, tutti ministri oex. Anche se l’entourage di Abe ha provato a ventilare che l’addio sia causato da problemi di salute (e montano voci che il premier abbia anticipato l’esplodere di uno scandalo per evasione fiscale), c’è chi può riconoscere nel suo gesto la fedeltà al «kokueki», l’interesse nazionale. Abe ne ha fatto il suo marchio, a partire dall’intransigenza sulla questione dei giapponesi rapiti da commando nordocoreani nei decenni scorsi. Dove il suo nazionalismo si è ammorbidito sono stati i rapporti con la Cina, recuperati. Ma sulle questioni chiave dello sciovinismo nipponico Abe ha tirato dritto: ha ripristinato, dal 1945, il ministero della Difesa; ha imposto una scuola «patriottica»; ha avviato una revisione della Carta pacifista del ’47; ha indicato la possibilità che il Giappone si riarmi rompendo il tabù nucleare. In compenso, in economia si è astenuto da scelte sostanziali. Se verrà Aso, la linea nazionalista, ma fedele agli Usa, e l’interventismo nella diplomazia globale non cambieranno granché. Resta il rovello di Abe. Premier suo nonno (e, prima, ministro durante la guerra, incarcerato dagli americani), premier il prozio, Abe per anni è stato «Il Principe». Che il padre, ministro, non fosse asceso alla massima carica politica stroncato da un tumore, era per lui una crudeltà del fato da emendare. Nei mesi prima dell’investitura aveva smesso di indicare se stesso con i pronomi più umili. Ma si era preparato ben prima. Aveva 5 anni quando, nel 1960, era col nonno premier e sentiva la folla contestare lui e il suo nuovo trattato con gli Usa. Il nonno gli spiegò le cose, e il piccolo Abe scandì: «Viva il Trattato». «Kokueki », interesse nazionale. Per il «kokueki» ieri Abe si è dimesso. E a casa non c’era il nonno a dirgli che aveva fatto bene. Marco Del Corona