Giovanna Favro, La Stampa 12/9/2007, 12 settembre 2007
GIOVANNA FAVRO
TORINO
Il grande fiume è malato. Il Po, 652 chilometri di ricchezza, di storia e di tradizioni, dagli spruzzi cristallini della sorgente sul Monviso alle acque nere di Milano, dai grandi laghi prealpini all’abbraccio con affluenti spesso carichi di veleni, ha la forza di mille e 470 metri cubi di portata al secondo, e la fragilità di un gigante massacrato dall’uomo e dai mutamenti del clima: c’è una tale pressione di inquinanti che è come se vivessero nel bacino ben 114 milioni di persone, anziché i 15 milioni reali. E negli ultimi trent’anni, le piogge sono scese del 20%, e le temperature sono salite di 2 gradi e mezzo. Per non parlare del pericolo del mare: la risalita d’acqua salata è arrivata a 20 chilometri dalla foce. Negli Anni Sessanta, s’era a stento a due.
Verificare lo stato di salute del grande fiume è uno dei significati del viaggio che dal 28 di questo mese intraprenderanno, in bicicletta e in nave, 153 studenti dell’Università di Scienze gastronomiche, l’ateneo privato (ma legalmente riconosciuto) nato a Pollenzo, nel cuneese, da un’idea di Carlin Petrini, il guru di Slow Food. I ragazzi s’immergeranno nella cultura e nell’identità del corso d’acqua, alla scoperta della fragilità del suo ecosistema ma anche delle sue grandi tradizioni culturali, economiche e gastronomiche. Pedaleranno e navigheranno fino al 20 ottobre, insieme a tutor e docenti, per 400 chilometri, attraversando 4 regioni, 13 province e 82 Comuni. In 24 città faranno tappa fermandosi per le lezioni accademiche, per proseguire le loro ricerche e anche per consegnare i frutti del lavoro già avviato nei mesi scorsi: una mappa di 500 prodotti agroalimentari legati all’identità del Po, un dvd, intitolato «Memorie d’acqua», con le tradizioni e i ricordi della gente di fiume, e un manifesto stilato dagli studenti: «Il Po - scrivono - rischia di morire, e noi giovani non possiamo far finta di nulla. Sfruttato per irrigare migliaia di ettari di mais, e inquinato con i pesticidi», è «un grande vecchio in agonia». «Tocca a noi giovani rifondare una civiltà che lo viva in modo più sostenibile, perché possa continuare a scorrere portando acqua, cultura e vita».
I ragazzi ripercorreranno, 50 anni dopo, il cammino compiuto lungo le sponde da Mario Soldati, che firmò per la Rai il «Viaggio lungo la valle del Po, alla ricerca dei cibi genuini». Battezzata «Alla ricerca del Grande fiume», l’iniziativa, cui contribuiscono tre ministeri oltre a numerosi sponsor ed enti locali, è stata presentata ieri in contemporanea in 4 città, con la partecipazione di altrettanti ministri e presidenti di Regione: il vicepremier Francesco Rutelli a Milano, Alfonso Pecoraro Scanio a Bologna, Paolo De Castro a Venezia e Livia Turco in collegamento con Torino. Rutelli ha parlato di ambiente e cultura ricordando del Po, oltre all’importanza per il Paese, la sconvolgente e malinconica bellezza, «basti pensare che Sabbioneta sarà presto riconosciuta patrimonio mondiale dell’umanità». E se Livia Turco ha sottolineato la centralità per la salute della filiera del corso d’acqua, dalla qualità dei cibi all’ambiente agricolo, Carlo Petrini ha ricordato che il viaggio «consegnerà alle comunità fluviali, oltre alla mappa di prodotti alimentari spesso scomparsi, le analisi scientifiche sul degrado del fiume, e le testimonianze di anziani che ne raccontano i miti». Ricordi di anni in cui si pescavano le rane, in cui nelle acque non spadroneggiava il pesce siluro, in cui lungo le sponde s’addensavano le lucciole e in cui, come ha ricordato la presidente del Piemonte Mercedes Bresso, «l’uomo era fragile davanti alla forza del fiume, mentre oggi accade il contrario».
Se la mattina sarà per gli studenti dell’università itinerante anche occasione di incontri con personaggi del calibro di Ermanno Olmi, la carovana su cui si muoverà, di fatto, gran parte del piccolo ateneo di Pollenzo, sarà ricevuta in ogni tappa in abbazie e palazzi storici, incontrando istituzioni, produttori, uomini di cultura e comunità localio. Ma le bandiere di Pollenzo e di Slow Food coinvolgeranno per intero le città, invadendo di spettacoli le piazze: s’inizierà con Lella Costa e Gianmaria Testa a Torino, e si proseguirà con Antonio Albanese a Pavia, Paolo Hendel a Piacenza, Flavio Oreglio a Cremona. A Parma Gerard Dépardieu racconterà la sua esperienza in «Novecento», e a Reggio Emilia Michele Serra dialogherà con Francesco Guccini e Luciano Ligabue. Roberto Vecchioni sarà a Mantova, mentre Natalino Balasso racconterà a Ferrara i suoi «Persi de ”sta tera».
Saltando dalle tecniche per conservare il pesce alle colture di riso sul delta, gli studenti approfondiranno anche la figura di Mario Soldati, in un convegno a lui dedicato sponsorizzato dalla Regione Liguria, la terra in cui lo scrittore trascorse gli ultimi anni di vita. Alle personalità di riguardo s’alterneranno i volti di agricoltori e di anziani che vivono lungo il fiume: ne racconteranno leggende, mestieri, riti e miti, e il rapporto viscerale e contraddittorio che unisce terra ed acqua, vita e morte, fertilità e distruzione. «Al fiume ci si affeziona - racconta nel dvd Maurizio Gorpo, di Racconigi - come a una persona che si può amare. Comincia come un ruscellino piccolo. Ma è così che da sempre comincia la vita».
La qualità dell’acqua, in sé, non sarebbe terribile. Anzi, è migliore di quanto forse si creda. Sono i sedimenti accumulatisi negli anni sul fondo, che traboccano pesticidi, metalli e idrocarburi, a far la differenza. L’urbanizzazione diffusa, l’agricoltura intensiva, gli scavi di sabbia nell’alveo, l’artificializzazione delle golene, l’abbraccio con affluenti avvelenati e i prelievi idrici eccessivi fanno il resto. Come non bastasse, si sommano a questi malanni i guai che affliggono più in generale tutto il pianeta. L’acqua alta, per esempio: ogni anno l’Adriatico sale di un millimetro, e ormai buona parte dei 400 chilometri del delta sono sotto il livello del mare. L’acqua salata risale per 20 chilometri, 30 nei periodi di siccità, impedendo l’irrigazione di un’area che ha ormai superato i 20 mila ettari. E poi, piove sempre meno, e la temperatura dell’acqua del più grande fiume del Paese continua a salire.
Dei malanni del Po ha parlato ieri, a Torino, il rettore dell’Università degli Studi Ezio Pelizzetti, chiamato dall’ateneo di Scienze gastronomiche di Pollenzo nel comitato scientifico incaricato del monitoraggio ambientale del fiume insieme ai rettori di Siena e Venezia, Silvano Focardi e Pier Francesco Ghetti, e al coordinatore dell’Icram Silvestro Greco. Si valuterà la qualità dell’ecosistema del corso d’acqua, ma già ieri sono stati presentati i primi dati. «Grazie alla diffusione dei depuratori - ha spiegato Pelizzetti - oggi il carico di inquinanti deriva solo per il 15% dagli usi civili. Il 52% viene dalle industrie, il 33% dal settore agro-zootecnico, forse la fonte più difficile da arginare: se si spargono concimi e veleni nei campi, è inevitabile che fosfati e idrati finiscano nel fiume». E poi, «in alcuni periodi il livello dell’acqua scende di 8-10 metri sotto la media, e l’entità delle precipitazioni continua a calare: nevica sempre meno e la pioggia arriva tutta insieme, con picchi di dilavamento dei suoli che costringono a rimpinguare i terreni di nutrienti».
Limpido alla fonte, il Po è già inquinato, o comunque alterato, a 50 km dalla sorgente. La qualità dell’acqua peggiora nettamente nel tratto lombardo, soprattutto per colpa degli affluenti, mentre al delta manca la sabbia: ne arriva 3-4 volte in meno del passato, cosa che contribuisce all’abbassamento del suolo. Un bel guaio, visto che il fenomeno si somma all’innalzamento del livello dell’Adriatico.
Punto nevralgico dell’economia, della storia e dell’ecosistema del Paese, il grande fiume è cultura, ma anche ricchezza: nel bacino del Po si forma il 40% del Prodotto interno lordo nazionale, e si consuma il 48% dell’energia elettrica. Questo territorio ospita circa un terzo della popolazione italiana e il 37% dell’industria nazionale, che sostiene il 46% dei posti di lavoro. La tutela della ricchezza, ma anche un maggior rispetto della vita del fiume, sono possibili. Basterebbe cominciare dalla burocrazia, «recuperando il ritardo accumulato nell’applicazione della ”Direttiva acque”, e rivedendo competenze oggi disperse». Urge poi potenziare i sistemi di depurazione, e risparmiare acqua. Il Po fornisce 5,3 miliardi di metri cubi d’acqua sotterranea, e 32,2 miliardi in superficie. Troppi. «Un risparmio nei settori agricoli, industriali ed energetici sarebbe praticabile». E questo del risparmio dell’acqua è un tema sul quale tutti noi, in realtà, possiamo fare qualcosa. /
LA STAMPA, 12/9/2007
DANIELA DANIELE
Se c’è un settore pesantemente coinvolto nei cambiamenti climatici è quello agricolo. «Sono tre i suoi ruoli: è causa, vittima e potrebbe diventare una soluzione», spiega Giampiero Maracchi, direttore dell’Istituto di biometeorologia del Cnr di Firenze, relatore alla Conferenza sul clima che si apre oggi alla Fao. L’agricoltura ha grosse responsabilità. Studi europei dimostrano che il 30 per cento dei gas serra è prodotto dall’attività agricola. In particolare, per l’emissione degli ossidi di azoto, legati all’uso massiccio di fertilizzanti, e del metano derivato dalle colture, soprattutto le risaie, e dai ruminanti. Per non parlare delle emissioni dei combustibili che muovono le macchine per lavorare la terra.
Ma l’agricoltura è anche vittima. «Il clima di molte aree del mondo sta cambiando - continua il professor Maracchi - e anche per quando riguarda l’area del Mediterraneo l’impatto è molto forte».
Il rischio maggiore si chiama siccità. «Il percorso delle perturbazioni durante i mesi invernali si sta spostando verso il Nord dell’Europa, ovvero i Paesi scandinavi, così sulle nostre zone, in inverno, si riducono le piogge».
La conseguenza è preoccupante. Poiché nell’area mediterranea le falde acquifere si riforniscono durante i mesi invernali, d’estate siamo costretti a fare i conti con il ripetersi di periodi di siccità. Al diminuito apporto di acqua per via di precipitazioni invernali sempre più scarse, si aggiunge il problema delle ondate di calore estive, l’ultima delle quali abbiamo sperimentato qualche giorno fa, con temperature oscillanti tra i 35 e i 40 gradi, fuori media stagionale.
«Le ondate di calore - dice Maracchi - sono fenomeno nuovo, dovuto alla cella di Hadley (aria calda che sale dall’equatore verso il Nord, ndr) che si sta allungando d’estate e mentre prima arrivava sulla Libia, oggi porta l’anticiclone libico sul Mediterraneo e, quindi, anche sull’Italia».
Aumenta l’evaporazione estiva, diminuisce la portata dei fiumi. Ogni anno, mediamente, si deve far fronte a un miliardo di danni causati da eventi naturali.
I rimedi proposti? L’esperto suggerisce il ritorno a modelli di agricoltura rispettosi dell’area mediterranea. «Si coltivavano cereali invernali, come il grano, si seminava in ottobre e si raccoglieva in giugno. Poi la vite e l’ulivo, che non richiedono acqua perché hanno radici molto profonde. Era un’agricoltura fatta per combinarsi con il clima mediterraneo che, durante l’estate, è sempre stato piuttosto arido». L’agricoltura moderna, invece, è fatta prevalentemente di colture irrigue che si sviluppano in estate: granturco, girasole, barbabietola sono le più diffuse nella pianura padana. «C’è poi stato l’enorme sviluppo industriale della coltivazione del pomodoro che ha bisogno di grandi quantità d’acqua». Produzioni che, inoltre, utilizzano molti fertilizzanti.
Come potrebbe l’agricoltura essere una soluzione? «La cosa migliore - avverte l’esperto - sarebbe passare da un’economia dei consumi a un’economia dei bisogni. In questo modo, si ridurrebbe l’enorme quantità di rifiuti che produciamo. Ma sono cambiamenti che non possono avvenire dall’oggi al domani».
L’idea è quella di recuperare al massimo processi naturali, usando tecnologie moderne. Per esempio? «Dai sacchetti per la spesa alle gomme delle auto: si possono fare con il mais. Una buona parte dei carburanti è possibile ricavarla dall’olio di colza. L’utilizzo delle materie prime naturali, dai tessuti ai biocombustibili, è a impatto zero per l’effetto serra. Se, per ipotesi, gran parte delle attività fossero dipendenti dall’agricoltura e dai suoi prodotti, l’effetto serra non ci sarebbe». C’è chi ha già imparato a servirsi dell’agricoltura non soltanto per l’alimentazione: il 75 per cento delle auto brasiliane, riferisce Maracchi, va a etanolo, carburante derivato dalla canna da zucchero.
Stampa Articolo