Sergio Romano, Corriere della Sera 12/9/2007, 12 settembre 2007
Parlare di monarchie oggi appare fuori moda: ne sono rimaste poche, e i poteri dei sovrani appaiono limitati
Parlare di monarchie oggi appare fuori moda: ne sono rimaste poche, e i poteri dei sovrani appaiono limitati. Tuttavia nei Paesi dove l’istituzione resiste, si notano alcune differenze ed elementi positivi fondamentali, anche se si effettua un paragone con le repubbliche più avanzate. In Gran Bretagna la monarchia è un collante che ha preservato, fino a oggi, il Paese da molte spinte indipendentiste. In Spagna il re ha evitato molti guai da parte delle minoranze e ha impedito il golpe. Nei Paesi nordici la monarchia sta bene a tutti e nessuno pensa di eliminarla. Anche in questi Paesi abbiamo recenti esempi di sovrani illuminati come Baldovino e la dinastia degli Orange. In Giappone l’imperatore ha evitato la catastrofe del dopoguerra e ha probabilmente contribuito alla resurrezione del Paese. Del resto un Kaiser forte avrebbe impedito il disastro del nazionalsocialismo e la frammentazione del Paese dopo la sconfitta. In Thailandia, anche recentemente, il re è intervenuto per espellere un pericoloso dittatore. Mi obietterà che i Savoia hanno perso la guerra e anche la dignità. Ma ciò è accaduto anche in Belgio e nei Paesi Bassi, ma i sovrani sono tornati egualmente sul trono. Se poi guardiamo ai costi, anche il sovrano più dispendioso costa di gran lunga meno del Quirinale... In sostanza, caro Romano, non crede che l’istituzione monarchica sia ancora molto più attuale di quanto comunemente si pensi? Probabilmente va modernizzata e preservata ove esiste. Del resto il Papa è anche oggi un monarca. Mauro Luppoli Milano Caro Luppoli, in «The Queen» (La regina), il film di Stephen Frears su Elisabetta II apparso anche in Italia, vi è un interessante dialogo, nei giorni successivi alla morte della principessa Diana, fra il premier e sua moglie. L’argomento è il tono fortemente critico di molti commenti della stampa britannica sull’apparente freddezza con cui la regina ha reagito alla scomparsa della nuora. Cherie Blair, di cui molti a Londra conoscono i sentimenti anti-monarchici, pronuncia una battuta sarcastica e sprezzante sulla famiglia reale. Ma il marito (cito a memoria) risponde che non gli piace assistere al pubblico linciaggio di una dignitosa signora. Tony Blair avrebbe potuto aggiungere che la classe politica britannica non ha alcun interesse a modificare un sistema costituzionale ormai perfettamente adattato, soprattutto dopo la morte della regina Vittoria, alle proprie esigenze. A Buckingham Palace vi è un re (o una regina) che apre il Parlamento, passa in rassegna le truppe ed esporta nel mondo, con le sue visite, il folclore dell’antica grandezza imperiale. Al n. 10 di Downing Street vi è un uomo (o una donna) che deve rendere conto della sua linea politica alla Camera dei Comuni, ma dispone di poteri che fanno schiattare d’invidia Silvio Berlusconi e Romano Prodi. Se il Primo ministro vuole sciogliere il Parlamento e indire le elezioni, la regina firma il decreto di scioglimento. Se vuole annunciare solennemente al Paese il suo programma di lavoro per i mesi successivi, la regina legge diligentemente di fronte alle Camere riunite il discorso preparato dai collaboratori del premier. Se vuole fare della Gran Bretagna il maggior laboratorio sperimentale biologico del mondo, come è accaduto in questi anni con leggi che provocherebbero in Italia traumatiche battaglie istituzionali, il premier ne informa Elisabetta II per grandi linee nel corso dell’udienza settimanale prevista dalle consuetudini britanniche. Il vero sovrano, nel Regno Unito, non è l’erede degli Hannover e dei Sassonia-Coburgo, divenuti Windsor in omaggio al sentimento nazionale durante la Grande guerra. il Primo ministro. Ma è un sovrano pro tempore, pronto ad andarsene, se gli elettori non vorranno trattenerlo, alla fine di ogni legislatura. Qualcosa del genere è accaduto, con una larga gamma di varianti, in molti altri regni. La sinistra si è accorta che la monarchia non è più, come in passato, il vertice di una organizzazione a rete, composta dall’aristocrazia terriera, le forze armate, la diplomazia e altri interessi conservatori della nazione. semplicemente una sorta di Gran Notaio che conferisce legittimità e decoro ai passaggi importanti della vita costituzionale e frena, come lei ha giustamente osservato, eventuali spinte separatiste. Instaurare un regime repubblicano là dove la monarchia svolge bene queste funzioni sarebbe una inutile perdita di tempo e, forse, un salto nel buio. Non sono d’accordo con la sua lettera invece, caro Luppoli, là dove lei sostiene che fra il comportamento dei Savoia e quello delle altre monarchie europee non vi fu, durante la guerra, una grande differenza, e lascia intendere che anche la nostra famiglia reale avrebbe potuto restare sul trono. Vi furono anche altrove comportamenti ambigui e contestabili (come quello di Leopoldo III, re del Belgio), ma nessun’altra dinastia ebbe le responsabilità dei Savoia. Sono quindi repubblicano per ragioni simili a quelle per cui il mazziniano Francesco Crispi si dichiarò monarchico dopo la nascita del Regno d’Italia. Quando dovette spiegare il suo cambiamento, Crispi disse: «La monarchia ci unisce, la repubblica ci dividerebbe». Io credo che la repubblica ci abbia (mediocremente) uniti e che la monarchia ci avrebbe irrimediabilmente divisi.