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 2007  settembre 12 Mercoledì calendario

Liberale (o meglio liberal) oppure progressista? Nel dibattito politico americano infuria da qualche mese una vera e propria guerra degli aggettivi

Liberale (o meglio liberal) oppure progressista? Nel dibattito politico americano infuria da qualche mese una vera e propria guerra degli aggettivi. Allarmati dai sondaggi che li vedono in netto declino, i repubblicani cercano di «bollare» i propri avversari con etichette che evocano l’invadenza dello Stato, l’aumento delle tasse, politiche sociali sprecone e disincentivanti. I democratici a loro volta contrattaccano e sparano a zero contro il «conservatorismo compassionevole» di Bush, denunciandone i fallimenti non solo sul fronte dell’equità, ma anche su quello dell’efficienza (ad esempio nella ricostruzione di New Orleans dopo l’uragano Katrina). Bersaglio centrale di questa guerra degli aggettivi è naturalmente Hillary Clinton, la candidata democratica per ora favorita dai sondaggi. Da quando è entrata in politica, Hillary non ha mai avuto problemi a definirsi liberal e nel 2006 ha ricevuto il voto più alto (95/100) dall’associazione Americans for Democratic Action, che tutti gli anni valuta il «quoziente di liberalismo» dei parlamentari di Washington. Qualche settimana fa la senatrice di New York ha però sorpreso molti compagni di partito e spiazzato gli avversari. In un dibattito sponsorizzato dalla Cnn e da YouTube, Hillary ha preso le distanze dall’etichetta liberal e ha dichiarato di sentirsi piuttosto « a proud modern American progressive » (una orgogliosa e moderna progressista americana, ndr). Di per se stessa l’espressione può suonare banale e un po’ retorica. Ma il ragionamento con cui la candidata democratica ha accompagnato la sua dichiarazione è interessante e merita di essere ripreso. Negli Stati Uniti la tradizione liberal è nata alla fine dell’Ottocento per promuovere i diritti di cittadinanza e porre argini ai poteri forti in economia (i grandi monopoli) e in politica (i nuovi partiti di massa e le loro pratiche clientelari). A partire dagli anni Settanta – così ha ammesso Hillary – questa tradizione ha tuttavia cominciato ad essere percepita più come fautrice del big government che come baluardo contro il big power. Di qui il richiamo ad un’altra tradizione del riformismo americano: il progressismo. Durante la cosiddetta «era progressista» (grosso modo i primi due decenni del secolo scorso) gli Stati Uniti fecero passi importanti non solo sul fronte dei diritti politici (il voto alle donne) e sociali (leggi contro il lavoro minorile, assicurazione contro gli infortuni, imposta progressiva sul reddito), ma anche su quello dei diritti economici (difesa dei consumatori e legislazione anti-trust). Passi a tutela dell’individuo contro il big power, appunto; e passi che spianarono la strada al successivo New Deal di Franklin D. Roosevelt. Hillary ha chiuso il suo ragionamento sul neo-progressismo elencando tre punti fermi: centralità delle libertà e dei diritti individuali; coesione economica e sociale; sostegni per i più vulnerabili in modo da consentir loro «una vita produttiva ». La mossa della Clinton ha un chiaro obiettivo politico: la cattura del voto repubblicano di centro, allergico all’aggettivo liberal ma potenzialmente simpatetico nei confronti della tradizione progressive (alla quale, nel primissimo Novecento, diede un importante contributo proprio un presidente repubblicano, Theodore Roosevelt). La scelta di un nuovo aggettivo riflette però anche genuine motivazioni ideologiche. Hillary ha deciso di presentarsi come portavoce ufficiale di una corrente di pensiero riformista moderato ben rappresentata da autorevoli think tanks come la Brookings Institution, il Center for American Progress o il Progressive Policy Institute. Una corrente rianimata dall’altro Clinton (Bill) durante il suo secondo mandato presidenziale e principalmente volta a rispondere ai bisogni di un ceto medio sempre più impaurito dalla globalizzazione. La campagna per le elezioni del 2008 è appena iniziata e la guerra degli aggettivi è destinata ad avere nuove puntate. Per i politici italiani che si apprestano a dar vita al partito democratico, non mancheranno certo le sollecitazioni e gli spunti di riflessione. Nella stampa statunitense, Veltroni, Fassino e D’Alema sono spesso etichettati come liberal. Attenzione agli aggettivi: se Hilary vince, potrebbe voler prendere le distanze anche da loro.