Andrea Galli, Corriere della Sera 12/9/2007, 12 settembre 2007
MILANO
Piange, e dice «non piango mai». Fa una smorfia, «che male alla gamba», e s’alza di scatto per andare al pianoforte Bailey, un poco scordato, un poco impolverato. Bisbiglia «adesso basta, sono stanca, voglio fermarmi, stare in pace », e s’augura che la chiamino in teatro per recitare una poesia. Suona il telefono, va in camera da letto, si sdraia sul matrimoniale, risponde, s’arrabbia «suicidarmi? Sei matto?», mette giù, si risiede sulla poltrona, bisbiglia: «Sì, volevo morire». C’è una cosa sola, alla fine, nella casa della poetessa Alda Merini, che (non) corre e scorre lineare, sempre uguale, monocorde: il gas. Gliel’han tolto – e mai più riattaccato – il 18 agosto. La Merini, classe 1931, dal suo bilocale sui Navigli, secondo piano, senza ascensore, in un bel vecchio stabile vecchia Milano stravolto o violentato dal recupero dei sottotetti, chiamò un amico, «apro i rubinetti ed esplodo». Arrivarono carabinieri, vigili, pompieri. Se ne andò il gas, sigillo alle tubature. Racconta uno dei soccorritori: «Salimmo nell’appartamento, trovammo le finestre spalancate, come se avesse voluto far uscire la puzza del gas...». Racconta lei: «L’amico che ha dato l’allarme? Aveva capito male».
Alda Merini si coccola i nuovi libri (con Frassinelli Francesco canto di una creatura e con Rizzoli La vera Novella),
e domanda: «E il gas?». Accende il ventilatore, e domanda: «E il gas?». Prende una fotografia, ci sono lei e il sindaco Letizia Moratti «ossia la mia Donna Letizia», ride per un secondo, e domanda: «E il gas?». Fissa un numero telefonico scritto sul muro – non ci sono rubriche, post-it, fogliettini, ma centinaia di numeri e di nomi in penna e pennarello sulle pareti ”, e domanda: e il gas? Le forze dell’ordine che quel dì intervennero: «Noi abbiamo chiuso l’intervento. Ripristinare l’erogazione? Non è di nostra competenza». L’Aem, l’azienda energetica che fornisce il servizio: «Dobbiamo prima avere il permesso». Di chi? «Dell’Asl». L’Asl, l’azienda sanitaria locale: «La Merini? Se ne occupa il Comune». Il Comune: «Stiamo seguendo il caso, così come già da tempo seguiamo con attenzione la signora. Che non è abbandonata a se stessa». D’accordo: ma questo benedetto gas? «Interverremo. O facendolo ripartire, oppure attrezzando la cucina con fornelli elettrici». La poetessa: «Fornelli elettrici? Voglio il gas. Il mio gas».
Perché, in fondo, non sono soltanto cose di casa, e tutto quest’impuntarsi su quel che «resta un mio sacrosanto diritto, in quanto le bollette le pago sempre», ecco, nasconde qualcos’altro. «Il tempo passa. Non me ne rimane tanto. Ogni minuto che vola via, mi stringo con maggiore intensità al mio appartamento. Ho paura di perdere foss’anche un piccolo, magari insignificante, oggetto. Ho paura di venire abbandonata foss’anche da un minimo, invisibile particolare. Cosa ci resta, a noi vecchi, se non la casa e i ricordi che essa contiene? Per me, per la mia salute, per la mia anima, magari sarebbe meglio che andassi in campagna. Via da Milano. Lo so benissimo... Non ce la faccio. Rimarrò qui nonostante le tante brutture di questa città. Nonostante d’estate non ci sia nessuno a farmi compagnia».
Come quel 18 agosto: «Nello stabile, c’era un inquilino. Io». Signora, e i suoi figli? «Ah, i figli. Guardi, le mostro la foto di una delle ragazze. Visto? Che bella che è». Signora, e i vicini? «Vorrebbero che me andassi fuori dalla scatole. Sono lì che non vedono l’ora. Dicono che faccio rumore...». Le vogliono male? «Molto». Hanno paura che lei si faccia esplodere? «Non scherziamo. Due settimane fa, si è uccisa una mia amica. Si è buttata. Poveretta.
Faceva fatica, a vivere». E lei, Alda Merini, che intenzioni aveva, il 18 agosto? «Nessuna. L’amico doveva passare a trovarmi, anziché chiamare i carabinieri. Certo, gli avevo detto, sì, che non stavo bene, che mi sentivo sola e isolata, e in effetti stavo male, volevo farla finita». Sorriso, congedo, conclusione: «Prenda, glielo regalo». la riproduzione d’un quadro di Caravaggio. Titolo: «I bari».