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 2007  settembre 12 Mercoledì calendario

MILANO

Sono solo due, Massimo D’Alema e Nicola Latorre, i parlamentari che verrebbero indagati se il Parlamento dovesse accogliere la richiesta dei magistrati di utilizzare come prove le loro telefonate con l’ex manager di Unipol Giovanni Consorte. Nè il pm Luigi Orsi, titolare dell’inchiesta sulla fallita scalata del 2005 alla Bnl, nè il gip Clementina Forleo hanno mai ipotizzato reati a carico del leader ds Piero Fassino, come hanno confermato ieri diverse fonti giudiziarie. Potenziali prove solo contro i finanzieri d’assalto, non contro i politici, sono contenute anche nelle telefonate dei due parlamentari di Forza Italia, Romano Comincioli e Salvatore Cicu, che erano interessati alla scalata di Ricucci alla Rcs-Corriere della Sera. Il discorso cambia per il senatore azzurro Luigi Grillo, che è già indagato per l’affare Antonveneta anche senza intercettazioni: secondo i pm è documentato tra l’altro che prendeva soldi dal banchiere Fiorani.
DUE ACCUSE PER IL MINISTRO – Per D’Alema e Latorre il reato ipotizzabile è l’aggiotaggio, cioè l’ipotetica complicità nell’arruolamento di alleati occulti per Unipol, in particolare nelle presunte trattative per portare Vito Bonsignore, azionista di Bnl ed europarlamentare udc, dalla parte di Consorte.
Solo il vicepremier D’Alema rischia una seconda accusa, la violazione del segreto istruttorio, per una telefonata a Consorte interpretabile come un allarme sulle intercettazioni in corso. Una frase equivoca sulla «voce» che il 14 luglio 2005 circolava sulle «comunicazioni », detta ridendo: «Devo farti un elenco... delle prudenze che devi avere». Parole sospette, per gli inquirenti, anche perché contemporanee all’avviso dato da Ricucci a Fiorani (e da questi alla moglie dell’allora governatore Fazio) che pure i loro telefoni erano sotto controllo. Per quest’ultima soffiata è indagato a Roma Giuseppe Valentino (An), allora sottosegretario alla Giustizia, ma la giunta del Senato ha già proposto di distruggere le sue telefonate a Ricucci.
I colloqui su Unipol-Bnl tra Fassino e Consorte (l’unico indagato e intercettato), invece, riguardano due ipotesi di insider trading, cioè divulgazione di notizie finanziarie riservate. un reato applicabile solo al manager che fa la soffiata, non al politico che si limita ad ascoltarla, sia pure facendo il tifo, come hanno riconfermato ieri tutte le fonti giudiziarie. Solo per D’Alema e Latorre, insomma, le telefonate sono davvero essenziali, perché in loro mancanza non sarebbe più possibile indagarli.
«IL PARADOSSO DI MNCHHAUSEN» ”
Gli inquirenti ieri citavano il «barone che pretende di saltare più in alto di se stesso» per spiegare la contraddittorietà della tesi che sembra riassumere le memorie difensive dei politici: le intercettazioni non sarebbero utilizzabili perché i parlamentari non sono stati già indagati dai pm (e non spetta al Gip farlo). Il problema, nel caso Unipol- Bnl, è che le ipotesi di reato emergono proprio da quelle telefonate. Che la legge Boato vieta però di «utilizzare nel procedimento», cioè a qualsiasi effetto, senza il permesso del Parlamento. Per cui gli inquirenti capovolgono il ragionamento: prima il parlamento autorizza e poi la procura può indagare D’Alema e Latorre. Prima sarebbe impossibile.
Nel silenzio dei magistrati interessati, tutte le fonti inoltre ribadiscono che il pm Orsi e il Gip Forleo sono «perfettamente d’accordo» su questo, senza nessuna spaccatura. Alcuni magistrati, invece, confessano di essere rimasti «sorpresi» o addirittura «spiazzati» dal fatto che a difendere D’Alema è anche l’autorevolissimo avvocato Guido Rossi, ex presidente della Consob, che come legale di Abn Amro era stato il motore proprio dell’inchiesta sulle scalate bancarie.
«D’ALEMA SCARICA CONSORTE» – Gli inquirenti del caso Unipol ieri hanno fotocopiato ed evidenziato in giallo due passaggi-chiave della memoria difensiva di D’Alema: «Prima e indipendentemente da qualunque mia telefonata a chicchessia, evidentemente – avverbio ripetuto due volte dal ministro – Consorte era stato capace di raggiungere un accordo con i contropattisti per l’acquisto per interposta persona di azioni Bnl». D’Alema è innocente, insomma, perché ancor prima di quelle chiamate l’ipotetico reato era già stato «perfezionato ». Da chi? Secondo gli inquirenti, «da Consorte, evidentemente ».