Massimo Alberizzi, Corriere della Sera 12/9(2007, 12 settembre 2007
«Mi sono dimesso da arcivescovo ma non intendo rinunciare alla lotta per la difesa dei diritti umani nel mio Paese
«Mi sono dimesso da arcivescovo ma non intendo rinunciare alla lotta per la difesa dei diritti umani nel mio Paese. Robert Mugabe va cacciato. La comunità internazionale deve aiutarci. La sua è una dittatura fascista e razzista. Dobbiamo dire basta». L’arcivescovo Pius Aleck Mvundla Ncube ha lasciato il suo incarico di capo della diocesi di Bulawayo, seconda città dello Zimbabwe, dopo essere rimasto coinvolto in uno scandalo sessuale. Un giornale controllato dal governo ha pubblicato delle fotografie poco chiare in cui un uomo nudo – che nell’articolo si sostiene sia il prelato – è ritratto a letto con alcune donne tra cui la moglie di un suo parrocchiano. «Non mi sarei mai dimesso – spiega al telefono con il Corriere ”ma me la chiesto il Santo Padre in persona con una lettera. E io obbedisco, ma poiché non voglio rinunciare alla lotta contro la dittatura. Resterò qui. In Zimbabwe, tra l’altro sono severamente puniti con il carcere rapporti omosessuali o gli stupri, non i rapporti sessuali tra adulti consenzienti», spiega il prelato considerato l’avversario più agguerrito di Mugabe. «Non posso, per motivi procedurali in corte, e non voglio, per motivi personali, parlare di questa storia. Comunque sono entrati clandestinamente in casa mia e hanno piazzato delle macchine fotografiche, il che è vietato dalla legge. Poi nelle accuse di adulterio prodotte in tribunale non hanno indicato nessuna data di quelle foto. Quindi senza data, le accuse sono nulle e io non ammetterò mai che quelle foto sono vere». Pius Ncube, 60 anni, in marzo ha spinto la popolazione a scendere in massa per le strade per chiedere la rimozione di Mugabe. A inizio luglio aveva invocato l’intervento delle truppe straniere per cacciare il dittatore e il 10 dello stesso mese aveva pubblicamente sentenziato: «Mugabe è un megalomane». Il 16 la bordata contro di lui: l’accusa di adulterio, lanciata dal marito della donna, e il 17 la pubblicazione delle foto. Una trappola organizzata dagli scherani del regime ben consci che in Africa sono pochissimi i preti cattolici che rispettano il voto di castità. Il campione dei diritti umani incastrato da una legge antiquata e bigotta. «Le accuse sono state abilmente orchestrare per discreditare l’arcivescovo », c’è scritto in un comunicato degli avvocati di Ncube. E gli avvocati sono seri? Non si faranno corrompere dal regime? «Sono professionali e agguerriti – risponde l’arcivescovo – e riusciranno a convincere i giudici che si tratta di un attacco politico per distruggermi. Ma io non cederò, anche se sono stato costretto a dare le dimissioni». Il marito della donna coinvolta nella vicenda ha chiesto un risarcimento danni di 20 miliardi di dollari dello Zimbabwe, pari più o meno a 80 mila euro, nel momento in cui scrivo quest’articolo. Quando lo leggerete il valore al mercato nero sarà almeno di 85 mila euro perché nel Paese l’inflazione è altissima: almeno 7500 per cento. Al circolo del golf di Harare (la capitale) le consumazioni al bar si devono pagare immediatamente. Altrimenti se chiedete il conto alla fine delle buche, la cifra che si deve al cassiere aumenta considerevolmente. «Non pagherò perché sono innocente », ribatte secco Ncube mentre i suoi sostenitori insistono: l’uomo che ha rivolto le accuse è una spia del regime e ciò che dice non ha alcun valore. L’ostilità del monsignore verso Mugabe risale a parecchio tempo fa: Ncube è stato testimone dei massacri ordinati dal padre- padrone dello Zimbabwe all’inizio degli anni ’80 nel Matebeland, la regione di Bulawayo. L’esercito regolare (all’epoca addestrato dai nordcoreani) massacrò nella più assoluta indifferenza internazionale almeno 20 mila persone, civili inermi e disarmati nonostante la propaganda del regime parlasse di irregolari pericolosi e armati. La schermaglia tra il dittatore (che ha studiato in un seminario) e il suo critico più duro è continuata da allora con Mugabe che spesso ha minacciato il suo avversario accusato «di aver imboccato una strada pericolosa ». Più volte poi l’ha invitato a lasciare la Chiesa e a darsi alla politica «che sembra sia gli sia più congeniale ». Il ministro dell’informazione Bright Matonga sembrava proprio soddisfatto ieri quando ha commentato così la notizia delle dimissioni: «E’ la prova della sua colpevolezza, ma speriamo che Dio gli perdoni i suoi peccati».