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 2007  settembre 12 Mercoledì calendario

«Incidente sul raccordo di Gedda: alla guida c’era una donna». Letta la breve di cronaca sull’Arab News, più pesante d’un articolo di fondo, più dura d’un sermone del venerdì, Wajeha Al-Huwaidar s’è detta che c’è una strada lunga da fare: «Noi abbiamo ancora meno diritti delle nostre madri e delle nostre nonne: a loro, nessuno si sognava d’impedire la libertà di movimento»

«Incidente sul raccordo di Gedda: alla guida c’era una donna». Letta la breve di cronaca sull’Arab News, più pesante d’un articolo di fondo, più dura d’un sermone del venerdì, Wajeha Al-Huwaidar s’è detta che c’è una strada lunga da fare: «Noi abbiamo ancora meno diritti delle nostre madri e delle nostre nonne: a loro, nessuno si sognava d’impedire la libertà di movimento». Se l’è detto. Poi è salita sulla berlina che tranquillamente conduce nel Bahrein e liberamente posteggia a Londra, è arrivata nel suo ufficio della Lega femminile per il diritto di guidare in Arabia Saudita, ha preparato una mail per l’amica Fawzia Al-Uyyouni e insieme hanno deciso di scrivere una lettera a Sua Maestà Abdallah Bin ’Abd al-’Aziz il Custode dei Luoghi Santi. Una doverosa premessa, «nel nome di Allah il Clemente e il Misericordioso, i cui nomi siano sempre benedetti ». Un concetto ristretto: il volante è mio e lo gestisco io. Inversione a U, mai più tabù: «Lasciateci guidare le nostre macchine». La protesta delle donne di Riad è in un appello alla casa reale saudita, una raccolta di firme che da qualche giorno gira sul web («ci sono già decine d’adesioni») e che verrà presentata a re Abdallah in occasione della festa nazionale, il 23 settembre, secondo anniversario dell’incoronazione. Il velo è strappato: «Chiediamo la restituzione di quello che è stato rubato alle donne: il diritto di muoversi liberamente utilizzando le automobili, che oggi sono il principale mezzo di trasporto». Le mittenti della lettera sono due femministe come Wajeha e Fawzia: la prima, una giornalista pluripremiata all’estero e supercensurata in patria, autrice d’un poema satirico sul maschilismo dei connazionali (frase celebre: «Per gli uomini arabi, cani e gatti hanno contano più di noi donne»); la seconda è la moglie dell’oppositore Ali Al-Domaini, al momento in prigione. Il destinatario è un sovrano che nei primi due anni s’è dimostrato leggermente più aperto del predecessore, ha finto di non sentire i veti d’un centinaio di sceicchi e d’accademici dell’Islam più duro (che hanno firmato un appello pure loro: «Permettere la guida, significa permettere un’inammissibile vanità!»), ha considerato le non trascurabili pressioni dell’industria automobilistica desiderosa d’ampliare le quote di mercato e alla fine ha riconosciuto che anche le donne, è vero, hanno qualche diritto da far valere. L’Arabia e la rabbia, il potere e l’autocoscienza s’incrociano solo su internet, per ora: «Vogliamo ricordare a tutte – è l’invito a sottoscrivere – che i diritti non si concedono, né si guadagnano: si prendono». Guidare in rosa, nel Paese che produce più petrolio al mondo, non è espressamente vietato dalla legge: è semplicemente una libertà che viene concessa dall’uomo. Come qualsiasi altra da esercitarsi in pubblico: mostrare il capo o parlare in strada, stringere una mano o cambiare colore dell’abaya, la tunica, viaggiare sole o alloggiare in un hotel, andare a scuola o scegliere il nome del figlio... Un predicatore tv ha sostenuto che in auto è consigliabile lasciare le donne sul sedile posteriore, figurarsi concedere loro il posto di guida. Su Al-Riyadh, già ci si domanda come evitare che l’uso dei pedali costringa l’autista a muovere il vestito, scoprendo magari i polpacci (soluzione: comandi solo manuali). Per non dire del velo: come farebbero a guardare bene a destra e a sinistra, tutte queste signore che a malapena possono vedere davanti? Problemi troppo seri, per lasciarli a qualche suffragetta.