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 2007  settembre 11 Martedì calendario

ARTICOLI SULLO SCONTRO TRA HITCHENS E RAMADAN AL TERMINE DEL DIBATTITO TRA RAMADAN E GUOLO (MANTOVA, 9/9/2007)


LA REPUBBLICA, LUNEDì 10/9/2007
PIETRO DEL RE
Un´incandescente polemica tra l´islamista Tariq Ramadan e il paladino dell´ateismo Christopher Hitchens ha chiuso l´undicesimo Festivaletteratura di Mantova. L´autore della Posizione della missionaria e di Dio non è grande si è presentato all´incontro con l´intellettuale di origini egiziane e l´ha provocato su temi quali il velo, il ruolo dei musulmani nel Sud Africa dell´Apartheid e la vicenda delle vignette danesi.
Dopo un´ora e mezzo di un dibattito acceso ma corretto tra il sociologo Renzo Guolo e Ramadan, durante lo spazio dedicato alle domande del pubblico, lo scrittore inglese ha preso la parola. Ed ha esordito chiedendo all´islamista: «Perché dobbiamo parlare con te? Chi sei, se non il nipote del fondatore dei Fratelli musulmani?» «Alcuni dicono che con me non si deve parlare, ma io - gli ha risposto Ramadan - sono qui umilmente per dire la mia. Ti chiedo di considerare cosa penseranno i giovani musulmani nell´apprendere che c´è chi dice che non è giusto ascoltarmi».
Hitchens l´ha poi accusato di parlare con una «lingua biforcuta», rivolgendosi in un modo ai musulmani e in un altro agli occidentali. Il controverso studioso ha risposto: «Ho scritto ventidue libri, un´infinità di articoli, non fatevi un´idea di me solo dalle voci che escono cercando il mio nome su Google».
Passando alla questione del velo, Hitchens ha detto: «A noi, in Inghilterra, piace guardare la gente in faccia». «Noi chi? - gli ha risposto Ramadan - credo che la tua posizione sul velo sia minoritaria: il velo non è una prescrizione e io lavoro per migliorare la condizione delle donne musulmane. E poi non ha più senso parlare in termini di "noi" e "loro", non è realistico». L´inglese ha allora ribattuto che «le ragazze musulmane sono schiave, poiché viene loro imposto di portare il velo».
Lo scrittore britannico ha poi tirato in ballo «il razzismo dei musulmani» in Sud Africa, che non fecero nulla per ostacolare l´apartheid. «Ma quelli erano solo una minoranza: lo stesso Mandela aveva molti amici tra i musulmani sudafricani», ha replicato Ramadan. Il quale ha poi parlato della vignette satiriche, sostenendo che «il premier danese ha fatto un gravissimo errore, poiché avrebbe dovuto ricevere gli ambasciatori dei paesi islamici per riaffermare un principio di corretta laicità. Studiando ho capito che, anche come musulmano, posso accettare il laicismo, purché sia vissuto come separazione, non come imposizione».
Il violento battibecco tra i due è durato una quindicina di minuti, al termine dei quali c´è stato chi ha applaudito Ramadan, e chi è corso a stringere la mano a Hitchens.

LA STAMPA, 10/9/2007
GIAN ENRICO RUSCONI
GIAN ENRICO RUSCONI
La ripresa dell’attenzione polemica attorno a Tariq Ramadan rischia di mancare il senso vero del suo impegno intellettuale. Lui si rivolge ai musulmani europei, in particolare ai giovani, con l’obiettivo di farli sentire «a casa» loro in Occidente, di farli diventare «cittadini di confessione musulmana». Il suo linguaggio è quello «laico» della cittadinanza occidentale, ma la motivazione profonda, il fine è quello della «testimonianza di fede». Siate buoni musulmani - dice ai suoi correligionari - e sarete buoni cittadini occidentali. Soltanto indirettamente Ramadan cerca e stabilisce un confronto attivo («un ponte», come si dice) con gli occidentali stessi, siano essi laici o religiosi.
Che la cittadinanza occidentale sia una condizione ottimale anche per la fede islamica, è una posizione che suona rivoluzionaria - soprattutto a fronte del risentimento, del rifiuto, della contrapposizione, del senso di estraneità che caratterizza molta cultura islamica in Occidente. Ma parecchi degli interlocutori di Ramadan rimangono sostanzialmente indifferenti alle sue argomentazioni religiose, anzi ne diffidano. Le sospettano di mascherare posizioni politiche che rimangono fortemente ambigue, se non inaccettabili in tema di terrorismo, sul conflitto israelo-palestinese, sugli aspetti più controversi dell’etica e della politica islamica. Da qui l’accusa a Ramadan di essere un «cattivo maestro» - in questo caso un «cattivo teologo».
Sono valutazioni legittime e ben motivate. Ma non devono esonerare dall’entrare nel merito della proposta di Ramadan di rideclinare in modo originale fede islamica e civismo politico.
Il confronto tra le culture - di cui tanto si parla - è scarsamente produttivo se consiste nel far parlare tra loro i laici di provenienza islamica e quelli di matrice euro-occidentale, da una parte, e dall’altra, in separata sede, i religiosi delle due culture. Gli uni con l’illusione che il processo di secolarizzazione (concepito all’occidentale) alla fine modificherà lentamente ma inesorabilmente anche il mondo islamico. Gli altri con la certezza che soltanto le verità religiose, dogmaticamente ereditate, possiedono le chiavi per aprire o tenere bloccate le trasformazioni sociali e politiche. Ciò che è essenziale invece è proprio la ridefinizione di laico e di religioso. Ovvero che cosa vuol dire «essere islamici» in un’Europa che è irreversibilmente laica senza essere ostile alle religioni - quindi neppure all’Islam.
A questa tematica Ramadan ha dedicato i suoi libri più importanti (Essere musulmano europeo e L’Islam in Occidente. La costruzione di una nuova identità musulmana) che combinano in modo singolare la fedeltà all’ortodossia religiosa con la lealtà politico-istituzionale all’Europa. L’afflato della spiritualità coranica, la puntigliosa esegesi dei testi sacri coesistono - apparentemente senza contraddizioni - con il discorso e il linguaggio della cittadinanza democratica (appresa soprattutto nel clima del repubblicanesimo francese). Ramadan dice ai giovani musulmani: voi siete dentro all’Occidente, anzi siete il nuovo Occidente. Non dovete rinunciare a nulla della vostra identità religiosa; non dovere guardare culturalmente e storicamente indietro o geopoliticamente fuori dall’Europa (nei paesi di origine dei genitori o dei nonni). L’Occidente è la vostra «casa», non è «terra ostile» o «terra d’esilio». Le opportunità offerte dallo Stato di diritto democratico sono al servizio del buon musulmano.
Si tratta di un atteggiamento strumentale o è qualcosa di più serio? difficile dirlo. Apparentemente quello di Ramadan non è un invito alla mera legalità, ma il tentativo di assimilare o tradurre le categorie civico-politiche democratiche dentro al codice islamico-religioso. Anzi è la pretesa di dedurle da un Islam autenticamente inteso. Ramadan non dice apertamente che l’Islam non ha nulla da imparare dall’Occidente - come affermano tutte le varianti dell’Islam ufficiale, fissato sulla propria «diversità» trasfigurata in superiorità spirituale sull’agnostico e materialista Occidente. Ma considera il contesto occidentale un’occasione straordinaria per una nuova creatività dell’Islam.
 un discorso molto seducente, soprattutto se rivolto ai giovani musulmani. Nati, cresciuti, scolarizzati, inseriti irreversibilmente nei meccanismi societari occidentali, sono frustrati nel sentirsi pur sempre «stranieri» e quindi posti davanti all’alternativa tra la mimetizzazione totale nella società occidentale e la ribellione diretta e frontale, sul cui sfondo si profila la violenza religiosamente legittimata. Contro tutto ciò Ramadan suggerisce la strada della «cittadinanza religiosa».
 concetto interessante, meticciato tra due culture, ma non è chiaro dove porti sul piano pratico. Tanto è affascinante l’appello a una nuova spiritualità («Parlare di Islam significa principalmente parlare di fede, di spiritualità, di etica»), tanto sono elusive le conseguenze nei comportamenti pratici che da essa discendono e che sono spesso motivo di contrasto se non di incompatibilità tra la cultura occidentale e quella islamica. L’elenco è noto: dallo status giuridico della donna al giudizio sul terrorismo, alla questione della legittimità o sulla punibilità della conversione/apostasia. Quest’ultima questione è cruciale perché mette in gioco in concreto il principio della libertà di coscienza. Fondamento dell’Occidente. Significativamente su queste problematiche Ramadan è reticente.
Rigorosamente ortodosso sul piano dottrinale, spesso gli sfuggono affermazioni sulla cultura occidentale che sono in contrasto con la sua tesi della «comune casa» occidentale. Fanno sospettare un uso meramente strumentale della legalità democratica. Quando insiste nel dire che il ruolo dell’Islam è quello di fornire «spiritualità profonda e intelligente, spirito critico e indipendente, volontà libera», Ramadan lascia intendere che l’Europa non li possiede. E gli scappano talvolta anche gli stereotipi negativi del «predominio della razionalità / e della tecnologia» in Occidente.
Personalmente ho imparato molto sull’Islam dai libri di Ramadan (compresa la biografia su Maometto). Ma ho l’impressione che il brillante professore ginevrino e oxfordiano, disinvoltamente in contatto con i più importanti intellettuali e studiosi occidentali, conosca l’Occidente meno profondamente di quanto non faccia credere.

CORRIERE DELLA SERA, 10/9/2007
CRISTINA TAGLIETTI
MANTOVA – finito con un duro scontro l’appuntamento più atteso del Festivaletteratura di Mantova, quello con Tariq Ramadan, l’intellettuale svizzero di origini egiziane, al centro di un acceso dibattito sui cattivi maestri e sulla necessità (l’inutilità secondo alcuni) di parlare con figure di spicco dell’Islam che si pongono come ponte moderato tra le due culture («chiedersi se io ho il diritto di parlare mi sembra già una posizione antidemocratica», aveva detto poco prima al programma radiofonico Fahrenheit). A metà della conversazione con Renzo Guolo, Ramadan, che aveva rifiutato di confrontarsi con Christopher Hitchens, se lo è ritrovato seduto tra il pubblico. Reduce a sua volta da un incontro con i lettori del Festival in cui aveva presentato il suo libro, «Dio non è grande» (edito da Einaudi, come «Maometto» di Ramadan,), Hitchens lo ha affrontato duramente. «Ti chiedi perché ti accusano di essere ambiguo e di parlare con lingua biforcuta – ha esordito ”. Forse perché sei capace di fornire risposte simpatiche e rassicuranti su temi duri, aggirando le questioni vere. Perché dovremmo stare ad ascoltarti? Perché sei il nipote di Hassan Al Banna, il fondatore dei Fratelli Musulmani? ». «Ho un problema con te’ ha ribattuto Ramadan – ed è per questo che non ho voluto incontrarti. Tu non mi ascolti, continui a fare le stesse domande, io ti rispondo, ma tu non ne tieni conto. Dici cose arroganti e offensive. Non ci sono prove della mia ambiguità ». E al pubblico: «Smettetela di cercare il mio nome su Google, dove escono un milione di pagine con la stessa versione. Leggete i miei libri, ne ho scritto più di venti. Vi sfido a trovare qualunque doppiezza». Hitchens ha cercato di fare contestazioni precise, prendendo spunto da argomenti affrontati. Come la questione della laicità e quindi della doppia lealtà, quella al Paese in cui si vive e quella all’Islam.
Ramadan aveva spiegato: «Io prima sono fedele allo Stato, poi all’Islam». Per poi aggiungere: «Una volta un sudafricano nero mi ha detto: bisogna essere fedeli alle leggi, ma solo se queste sono giuste. In Sudafrica si era legiferato l’apartheid, era sacrosanto non rispettarlo. Il problema è che spesso i cittadini musulmani non hanno gli stessi diritti degli altri. Vengono trattati da cittadini di serie B. L’ingiustizia sociale spiega episodi come quelli delle banlieue, spinge i giovani a rifugiarsi nell’appartenenza religiosa». «Ti ricordo che la leadership musulmana ha sottoscritto le leggi dell’apartheid », ha ribattuto Hitchens. Risposta di Ramadan: «Ti invito a rivedere le tue informazioni. E’ vero che alcuni leader musulmani lo hanno fatto, ma che mi dici delle migliaia di giovani neri che hanno lottato contro l’apartheid? Del fatto che Mandela si è sempre circondato di musulmani neri?».
Duello anche sul velo. «Non è un precetto contenuto nel Corano, lavoro perché le donne si liberino da un’interpretazione restrittiva e infondata del testo sacro – ha detto Ramadan – ma trovo sbagliato che, in nome della laicità, in Francia si proibisca a una studentessa musulmana di indossarlo». Un’argomentazione cha a Hitchens è sembrata un esempio di ambiguità. «Noi il velo non lo vogliamo – ha detto – perché ci piace guardare in faccia le persone. E abbiamo l’impressione che le ragazze se lo mettano non per una libera scelta, ma perché costrette dalle famiglie ». «Che cosa significa noi? In nome di chi parli? – ha ribattuto Ramadan ”. Tu non rappresenti nessuna maggioranza, anzi, la tua è una posizione minoritaria anche in Europa».
Anche la questione delle vignette su Maometto censurate in Danimarca è stato motivo di scontro. «Tu dici di accettare le regole del Paese in cui si vive, allora come giustifichi il fatto che, su pressione degli ulema gli ambasciatori di 24 paesi islamici siano andati dal primo ministro danese a chiederne la censura? ». «Ti sbagli – ha ribattuto Ramadan – Ero a Copenaghen, lo so bene. Sono stati due o tre ulema ad andare dagli ambasciatori, mesi dopo che le vignette erano state pubblicate. Il problema è nato perché il premier non ha voluto riceverli. E’ stato un gravissimo errore, doveva riceverli e spiegare loro che non avevano alcun diritto di intervenire ». Ultimo punto: «Se il Corano è stato dettato da Dio, non significa che è immodificabile, non soggetto a interpretazioni?» chiede Hitchens. «Il problema non sta nel Corano, ma in chi lo legge. Chi è dogmatico è sempre pericoloso».

CORRIERE DELLA SERA, 10/9/2007
l 2 settembre scorso il Corriere ha ripreso e approfondito una discussione, lanciata in Italia dal
Foglio, sull’opportunità di dialogare o no con il teologo politico islamista Ramadan. Vi hanno preso parte Paul Berman, Ian Buruma e Marc Lilla.
Secondo Berman quell’intellettuale mantiene «un’attitudine ambigua verso la democrazia: da un lato spende buone parole sui diritti civili, dall’altro parla con ammirazione di Yusuf Al-Qaradawi, teorico teologico del terrorismo islamico». Berman ha paragonato Ramadan al Martin Heidegger simpatizzante del nazismo e al Jean-Paul Sartre che parteggiava per Stalin. Per Buruma e Lilla, invece, l’accademico musulmano svizzero francofono «è quanto di meglio l’Islam riesca oggi a esprimere dal punto di vista intellettuale. Qualcuno con cui confrontarsi seriamente». Sul
Corriere del 4 settembre è intervenuto nel dibattito Pierluigi Battista, il quale non condivide il paragone istituito con Heidegger e Sartre. Semmai, dice, il confronto andrebbe fatto con Giovanni Gentile, che durante la Rsi incarnò il volto dialogante del fascismo. Un «pontiere», insomma, dalle mille facce, ambigue e multiformi. La discussione è proseguita sull’Avvenire, che sottolineava le ambiguità di Ramadan, e sull’Unità dove Bruno Gravagnuolo assumeva le difese dell’intellettuale. Infine, venerdì scorso, sempre sul Corriere,
Marc Augé ha sposato la tesi di Berman: «Non discuterei mai con Ramadan».

LA REPUBBLICA, 11/9/2007
RENZO GUOLO
Peccato che del dibattito tra me e Tariq Ramadan al Festival di Letteratura di Mantova, siano rimasti solo gli echi del polemico intervento di Cristopher Hitchens. I media hanno le loro regole; e, così, della discussione, a tratti dura e mai formale, che ha affrontato i complessi nodi del rapporto tra Islam e Occidente è rimasto solo l´eco del polemico intervento dell´autore di Dio non è grande, presente tra il pubblico. A Mantova nessuna questione cruciale è stata elusa: i termini dell´integrazione culturale degli immigrati musulmani in Europa, la laicità, la delicata questione della «doppia lealtà», allo stato o alla umma, la comunità di fede, l´interpretazione dei testi, la lapidazione e le altre pene corporali previste dalla shari´a (hudud), il velo e la libertà della donna, l´apostasia, i pronunciamenti del Consiglio Europeo della fatwa e le discusse opinioni dello sceicco Qaradawi, l´antisemitismo. Insomma, un confronto in cui, per parafrasare una polemica affermazione di Paul Berman, nei confronti di Ian Buruma, accusato dall´autore di Terrore e liberalismo di essere troppo condiscendente in un´analoga occasione con l´intellettuale musulmano, nessuno «si è sdraiato ai piedi» di Ramadan.
Naturalmente tra le questioni che Hitchens ha sollevato nel suo torrenziale intervento, vi è anche quella che, in questi mesi, ha occupato le pagine di importanti riviste e giornali, internazionali e nazionali: perché parlare con Ramadan? Su questo punto è noto che le opinioni sono molto diverse; non solo tra i governi dei paesi occidentali ma anche tra gli intellettuali. Da una parte, per citare solo i più noti, Berman e lo stesso Hitchens, entrambi di formazione liberal o di sinistra ma compagni di strada, sulla vicenda della «guerra al terrore», della vulgata neocon. Dall´altro intellettuali, anche qui per citarne solo alcuni, come Buruma, Lilla, Garton-Ash che ritengono comunque necessario confrontarsi con le tesi di Ramadan.
In Italia il tema è stato affrontato recentemente, con diverso accento, da Pierluigi Battista e Gian Enrico Rusconi: il primo esplicitamente perplesso sull´utilità di discutere con ambigui «pontieri» e «cattivi maestri» quale Ramadan; il secondo favorevole a verificare il senso del suo ambizioso progetto, riassumibile nel difficile tentativo di far assumere all´Islam in Occidente un ruolo non residuale o di religione solo tollerata.
Naturalmente in questa discussione Ramadan è, anche, una sorta di oggetto transizionale. La domanda, sottesa alla polemica che lo investe è, per alcuni, più che «si può parlare con Ramadan», «si può parlare con l´Islam?».
Se la risposta è affermativa, ne consegue una scelta: difficile evitare di considerare l´intellettuale musulmano non tanto l´interlocutore - il mondo islamico è assai plurale e lo stesso Ramadan è contestato nel suo stesso campo da laici e fautori di un rigido islam politico di matrice salafita - ma uno degli interlocutori con cui affrontare i temi. Naturalmente senza concedergli alcuna cambiale in bianco.
Contrariamente a molti musulmani laici, politicamente più affidabili e con posizioni più omogenee alla cultura occidentale; o a quelli che, polemicamente, Garton-Ash definisce i «fondamentalisti dell´illuminismo» che hanno fatto scelte di radicale rottura con la religione, Ramadan ha una certa influenza - anche se minore di quella che si tende generalmente ad attribuirgli - sulle comunità islamiche in Europa. In particolare tra le nuove generazioni. Per una serie di ragioni che vanno dalla loro integrazione cosmopolita o, purtroppo, in taluni casi, ai problemi sicurezza, altri intellettuali musulmani laici non sono interessati, o non sono più in grado di parlare con le comunità musulmane. Dunque, che fare davanti un problema che sta producendo un enorme mutamento nei rapporti politici e sociali: girarsi dall´altra parte; o colloquiare solo con i «musulmani in cravatta»?
Se qualcuno pensa di integrare i musulmani in Europa, assicurando a tutti coloro che ci vivono, convivenza, sicurezza e pluralismo religioso, attraverso la creazione di leadership di facciata, è fuori strada. Si parla con chi ha influenza sul campo; anche se l´interlocutore è scomodo. Naturalmente in questa difficile navigazione, occorre essere muniti di bussole che permettano di ridurre i rischi ed evitare di sfracellarsi sugli scogli. E di stabilire il grado di ambiguità tollerabile per chi parla a due mondo così diversi. Fatti salvi, naturalmente, alcuni prerequisiti irrinunciabili: il rispetto delle regole democratiche, la condanna del terrorismo, il rifiuto di posizioni antisemite, la difesa della libertà individuale, anche in materia religiosa. Premesse che, anche a Mantova Ramadan ha affermato di condividere. Nonostante su alcune questioni egli abbia eluso le domande del suo interlocutore; un atteggiamento che egli giustifica rinviando alla necessità di continuare a svolgere la sua difficile vocazione pedagogica tra i musulmani senza seguire il destino degli inascoltati musulmani laici. Il fatto che il progetto di Ramadan, integrare i musulmani e permeare di religiosità islamica la società europea, risulti alieno sia a molti laici sia quanti si riconoscono in altre fedi religiose, non cancella la necessità di verificare puntualmente quel progetto. Un metodo che vale nei confronti di Ramadan come di chiunque altro. Questa, in sintesi, la posizione di quanti decidono di parlare con lui.
La polemica mantovana ha evidenziato un altro problema, che non va sottaciuto. Alcuni dei critici di Ramadan non conoscono bene l´Islam o il suo pensiero politico e religioso contemporaneo. Questo non significa che non possano pronunciarsi in merito. Ma, perché la discussione decolli veramente, è necessario che chi si occupa di questi temi possieda pienamente la «cassetta degli attrezzi»: in caso contrario il rischio è che proliferino sommarie semplificazioni che non aiutano e anzi inquinano la discussione. Se questa richiesta vale per Ramadan che, come ha ricordato Rusconi, sembra conoscere l´Occidente meno di quanto faccia credere, vale anche per alcuni dei suoi più accaniti critici. Interessati più alla polemica militante che a esplorare i complessi nodi della questione Islam. Insomma, maggiore conoscenza della categorie e dei linguaggi, che esprimono percezioni del mondo diverse, potrebbero evitare di creare fratture di cui non abbiamo affatto bisogno in queste difficili contingenze. Ma per questo è necessario che vengano meno poco astratti furori militanti.