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 2007  settembre 11 Martedì calendario

In Germania la coalizione della Merkel ha in poco tempo raggiunto risultati economici straordinari: una forte ripresa della crescita, aumento occupazionale, produzione industriale ed export in decollo, migliori conti pubblici

In Germania la coalizione della Merkel ha in poco tempo raggiunto risultati economici straordinari: una forte ripresa della crescita, aumento occupazionale, produzione industriale ed export in decollo, migliori conti pubblici. In Germania, cioè, due Partiti (cristiano-democratico e social-democratico) che hanno fatto la campagna elettorale come concorrenti e alternativi tra loro, trovano poi la forza di governare insieme, risolvendo i contrasti non con il conflitto, ma con la mediazione, e riescono a governare insieme non per l’emergenza temporale ma per lo sviluppo. E i risultati che ottengono sono sorprendenti. Avrei due domande. La prima è se l’esempio tedesco, quello di una democrazia consociativa virtuosa, non costituisca un modello politico nuovo estendibile ad altri casi europei. La seconda è: perché la politica italiana, costantemente conflittuale, rissosa, che ogni giorno diverge non sui contenuti ma solo sugli slogan e sulle formule, sembra lontana anni luce dall’esempio tedesco? Roberto Cattaneo robertocattaneo6@ virgilio.it Caro Cattaneo, in Germania esiste da sempre un bipolarismo imperfetto. I maggiori partiti sono due, e ciascuno di essi cerca di conquistare il potere in concorrenza con l’altro. Ma esistono tradizionalmente altri partiti, e uno di essi, in particolare (il partito liberale), ha fatto spesso da ago della bilancia spostando il proprio appoggio da uno all’altro dei due grandi contendenti. Vi fu poi un momento, fra il 1966 e il 1969, quando i social-democratici di Willy Brandt e i cristiano- democratici di Kurt Georg Kiesinger formarono una prima «grande coalizione». Il sistema politico tedesco, quindi, tende per quanto possibile all’alternanza, ma conosce altresì la prassi delle coalizioni, piccole e grandi. Per comprendere quella formata da Angela Merkel dopo le ultime elezioni conviene ricordare che il cancelliere social- democratico Gerhard Schröder, negli anni precedenti, aveva imposto al suo partito una coraggiosa linea riformista. Se la Germania è uscita da una lunga fase di stagnazione, il merito è anzitutto suo. lui che negli anni del suo secondo mandato ha riformato il sistema previdenziale, ha liberalizzato il mercato del lavoro, ha ridotto la spesa sanitaria e ha assistito, impeccabilmente neutrale, ai primi accordi sindacali con cui gli imprenditori ottenevano un aumento della produttività a costi pressoché invariati. Fu questa la ragione della sua sconfitta nelle elezioni del novembre 2005. Il leader social- democratico non fu battuto allora dai cristiano-democratici, ma dall’ostilità della sinistra massimalista per la terapia riformatrice che stava somministrando al Paese. Non dimentichi infine, caro Cattaneo, che il programma con cui Angela Merkel ha accettato di governare la Germania non è quello con cui aveva iniziato la sua campagna elettorale: è quello di Schröder. Quando si accorse che il radicale progetto liberista del suo consigliere finanziario (un professore di Heidelberg che proponeva la drastica riduzione delle imposte e della spesa sociale) stava drammaticamente intaccando il patrimonio di popolarità con cui era scesa in campo, la Merkel cambiò linea e si attestò su una posizione non troppo lontana da quella del suo maggiore avversario. Grazie a questa duplice convergenza verso il centro, la Grande coalizione è diventata utile e opportuna. In Italia le cose sono andate assai diversamente. Anziché proclamare la loro linea riformista e farne lo slogan della campagna elettorale, i Ds e la Margherita si sono alleati con quella stessa sinistra massimalista da cui Schröder in Germania si era progressivamente staccato. Vi furono circostanze in cui Berlusconi, soprattutto dopo l’incerto risultato delle urne, propose un «governo di larghe intese», verosimilmente versione italiana della Grosse Koalition. Ma la campagna elettorale, a sinistra, era stata prevalentemente anti-berlusconiana e nessun leader dell’Unione volle o poté ammettere che un governo composto dai riformisti dei due campi avrebbe potuto fare molte cose utili per il futuro del Paese. Non fu mai chiaro, del resto, chi avrebbe dovuto guidare questa «larga intesa». La scelta avrebbe dovuto cadere su un uomo del «giusto mezzo», non troppo schierato né a destra né a sinistra. Ma né Prodi né Berlusconi erano pronti a farsi da parte. Credo di avere risposto così alla sua seconda domanda. Quanto alla prima (la grande coalizione può essere un modello europeo?) le segnalo che il Parlamento dell’Unione europea a Strasburgo funziona da tempo ormai sulla base di un patto fra socialisti e popolari.