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 2007  settembre 11 Martedì calendario

«The First Emperor», la nuova grande esposizione che Londra dedica all’imperatore cinese Qin Shihuangdi, riesce ad affascinare e a intimorire allo stesso tempo

«The First Emperor», la nuova grande esposizione che Londra dedica all’imperatore cinese Qin Shihuangdi, riesce ad affascinare e a intimorire allo stesso tempo. Il posto d’onore spetta giustamente ai diciassette guerrieri di terracotta che il museo ha chiesto in prestito all’esercito che custodisce l’immensa tomba sotterranea dell’imperatore a Xi’an. Questi soldati di argilla rappresentano l’opera più celebre che Qin Shihuangdi ha lasciato al suo Paese. Le figure sono ricche di meravigliosi particolari, tanto che non se ne trovano due identiche. L’aspetto più interessante dei guerrieri di terracotta, però, è che sono il frutto di una produzione di massa. E questo mi porta a riflettere sull’aspetto della mostra che più mi ha impressionato: non la raffinatezza artistica di questa produzione, bensì l’oculatezza economica che la sottende. Tra le molte conquiste di Qin Shihuangdi vi fu l’unificazione del sistema monetario del regno. Sono rimasto stupefatto nell’apprendere che la semplice moneta circolare da lui introdotta – con un foro nel centro – è rimasta il comune mezzo di scambio commerciale cinese fino al ventesimo secolo.(...) Non è il caso, tuttavia, di lasciarsi travolgere da una sinofilia acritica. All’unificazione del Regno di Mezzo nel 221 avanti Cristo, Qin Shihuangdi poteva anche vantarsi di regnare «su tutto quello che esiste sotto il cielo», ma in Occidente altri protagonisti nutrivano le medesime ambizioni. Quello stesso anno Annibale muoveva da Cartagine alla conquista della Spagna e Tolomeo IV succedeva al trono dei faraoni, ma fu l’impero romano a trionfare in Occidente. Entro il 117 dopo Cristo, Traiano governava un impero che si estendeva dai confini della Scozia fino al Golfo persico. Tuttavia, Qin Shihuangdi fu indubbiamente il primo imperatore a gettare le basi di quella che è stata, per gran parte della storia, la nazione più popolosa della terra. E questo è davvero il messaggio che la mostra si propone di trasmettere. Altri imperi vanno e vengono, solo la Cina è eterna. E il patrimonio spirituale del primo imperatore conserva tutta la sua vitalità ancora ai nostri giorni. Inutile dirlo, oggi in Cina non esiste più la produzione di massa di guerrieri di terracotta, bensì di bambole di plastica. Né la ricchezza cinese si esprime più sottoforma di monete con un forellino al centro. Secondo un’analisi pubblicata la settimana scorsa da «Institutional Investor», nel 2006 il patrimonio finanziario complessivo gestito in Asia è balzato alla cifra record di 9,2 trilioni di dollari, e la Cina è stato il Paese con la crescita più rapida. In quanto ad esportazioni, la Cina si prepara a superare gli Stati Uniti quest’anno e per capacità manifatturiera nel 2027. Questo impero, in altre parole, promette di diventare il più potente di tutti. E a differenza dei passati imperi cinesi, stavolta punta le sue mire anche all’estero, e non da ultimo in Africa. L’aspetto più allarmante di questo nuovo imperialismo cinese, però, è il suo carattere poco liberale. In patria, le autorità inculcano nella popolazione di un miliardo e 300 milioni che ordine e unità nazionali sono più importanti della libertà. All’estero, non si fanno scrupoli a stringere patti con regimi dittatoriali. I due terzi della produzione petrolifera del Sudan prendono la strada della Cina. Ho sentito che sono stati aperti dei ristoranti cinesi addirittura in Darfur. Anche questo fa parte del retaggio di Qin Shihuangdi. Il primo imperatore era un tiranno che fece ricorso alla forza per eliminare confucianesimo e feudalesimo proprio perché, con la loro stessa esistenza, studiosi e latifondisti sfidavano le sue pretese al monopolio del potere. Non è solo la libertà di espressione che viene negata da secoli nell’impero cinese. Altrettanto circoscritto è il più fondamentale di tutti i diritti economici: il diritto alla proprietà privata. E questo è un fatto cruciale perché, in assenza di diritti di proprietà privata chiaramente definiti e ben articolati, è pressoché impossibile che singoli cittadini e comunità riescano a opporsi allo sfruttamento sistematico dell’ambiente, conseguenza diretta dell’industrializzazione selvaggia imposta dal governo cinese. Non c’è nulla che possa impedire ai funzionari locali del partito e ai loro protetti di accaparrarsi terre su cui costruire fabbriche. E non c’è nulla che possa vietare loro di trasformare in discariche i terreni adiacenti. In termini di valutazione convenzionale della crescita economica, la Cina è un vero e proprio miracolo. In termini di inquinamento, però, è una catastrofe talmente spaventosa che nell’ultimo numero di Foreign Affairs essa viene definita «il grande balzo all’indietro». Ma questi non sono problemi esclusivamente cinesi. Se la Cina è oggi il primo Paese al mondo per le emissioni di anidride carbonica e per l’esportazione illegale di legnami protetti, questo significa anche che i pesci del Pacifico si nutrono dei veleni cinesi e gli abitanti di Los Angeles li respirano. I recenti scandali sulle sostanze tossiche presenti negli alimenti per animali, dentifrici e ora anche bambole sono sintomatici della minaccia ambientale che incombe sulla Cina. L’impero cinese ebbe inizio con questi spettacolari guerrieri di terracotta, ma se le effigi che oggi escono dalle catene di montaggio sono bambole Barbie con vernici al piombo, non si tratta di una mera coincidenza.