Giovanni Caprara, Corriere della Sera 11/9/2007, 11 settembre 2007
«Andiamo sulla Luna per conoscere quali minerali nasconde la sua superficie pensando ad un loro futuro utilizzo »
«Andiamo sulla Luna per conoscere quali minerali nasconde la sua superficie pensando ad un loro futuro utilizzo ». Yoshisada Takizawa dirige la spedizione della sonda giapponese Selene/Kaguya sulla rampa di lancio e non fa mistero degli interessi del suo Paese. Per l’esplorazione cosmica è un settembre da ricordare perché in due continenti diversi ci sono addirittura due missioni pronte a partire. Il Giappone vuole la Luna e per arrivarci con obiettivi futuri ambiziosi sta per effettuare intorno al nostro satellite naturale la più complessa operazione finora compiuta dopo il ritorno dalle passeggiate degli astronauti americani. Il 13 settembre dovrebbe partire dalla base di Tanegashima con un vettore H-IIA la sonda Selene/Kaguya pesante addirittura tre tonnellate. A bordo trasporta tredici esperimenti scientifici più due piccoli satelliti che saranno liberati e sistemati su orbite autonome una volta che la sonda madre è giunta a destinazione. Così, contemporaneamente, ci saranno tre veicoli nipponici impegnati a guardare i panorami selenici da altezze variabili dai 100 ai 2400 chilometri. IL SOTTOSUOLO – Lo scopo principale è disegnare una mappa altimetrica dell’intera superficie rilevando anche presenza, distribuzione e consistenza dei minerali esistenti. Inoltre si scruterà l’ambiente intorno misurando, tra le altre cose, il debole campo magnetico rimasto. Infine, con il sensore Lunar Radar Sounder si scandaglieranno i primi strati del sottosuolo per tracciarne la consistenza. I due satellitini, invece, misureranno i diversi livelli gravitazionali e nello stesso tempo consentiranno altre ricerche di selenodesia. L’occasione, naturalmente, sarà propizia per fotografare ad alta definizione sia i panorami lunari che la Terra lontana. La missione della durata minima di un anno ha tre scopi: il primo è collaudare le tecnologie necessarie alle prossime iniziative lunari; il secondo, è studiare l’origine e l’evoluzione del vicino corpo celeste e il terzo è indagare l’ambiente in funzione delle future esplorazioni umane. Tokyo ha dato il via nel 2005 ad un piano strategico per i prossimi 25 anni. Il primo passo previsto era la sonda Lunar- A, poi abbandonata per difficoltà nel realizzarla. Ora si riprende con Selene con il fine ultimo di condurre attività sulla superficie rivolte oltre che alla scienza soprattutto allo sfruttamento delle risorse. Il tutto integrato nell’ambito del piano americano di ritorno sulla Luna. Alla fine di settembre, invece, la Nasa intraprende «un viaggio alle origini del sistema solare». In un certo senso si tratta di un vero balzo indietro nel tempo perché la sonda Dawn andrà a visitare per la prima volta i due maggiori corpi celesti presenti nella zona tra Marte e Giove, cioè l’asteroide Vesta e il pianeta nano (secondo la nuova discussa denominazione approvata a Praga nell’agosto dell’anno scorso) Cerere. I PROTOPIANETI – Entrambi sono dei protopianeti rimasti intatti dalla loro origine e dunque capaci di raccontare quelle epoche lontane quando il sistema solare prendeva forma. Ma non sono uguali e questo è il motivo della loro scelta. Vesta è un corpo secco con una superficie rimodellata, simile ai corpi rocciosi del sistema solare interno. Cerere, invece, ha una superficie primitiva, al suo interno si pensa vi siano grandi quantità di ghiaccio e forse possiede pure una debole atmosfera. Le sue caratteristiche lo rendono molto simile alle grandi lune ghiacciate del sistema solare esterno. Dawn dovrebbe aiutare a capire come è avvenuta la diversa evoluzione di Cerere e Vesta e quindi fornire indizi sulla formazione dell’intero sistema planetario 4,5 miliardi di anni fa. La sonda entrerà in orbita a Vesta alla fine del 2011 e vi resterà per sette mesi; poi lo abbandonerà riprendendo il viaggio e volando verso Cerere che raggiungerà nel 2015 rimanendo intorno ad esso per sempre ma su un’orbita di sicurezza alta 700 chilometri per evitare che la sua caduta possa inquinare la superficie. Su Dawn c’è anche uno strumento italiano fornito dall’Agenzia Spaziale Italiana Asi. E’ uno spettrometro progettato da un gruppo di scienziati guidato da Angioletta Coradini dell’Istituto Nazionale di Astronomia. Costruito da Galileo Avionica analizzerà la radiazione solare riflessa dal suolo nella lunghezza d’onda del visibile e dell’infrarosso consentendo di identificare il tipo di materiale che la riflette, la sua abbondanza e l’eventuale presenza d’acqua.