Maurizio Viroli, La Stampa 9/9/2007, 9 settembre 2007
Il dibattito sulla sicurezza aperto dalle proposte del ministro dell’Interno Giuliano Amato ha messo in evidenza tenaci limiti culturali che devono preoccupare qualsiasi persona che abbia una consapevolezza anche minima di che cosa sia uno Stato di diritto
Il dibattito sulla sicurezza aperto dalle proposte del ministro dell’Interno Giuliano Amato ha messo in evidenza tenaci limiti culturali che devono preoccupare qualsiasi persona che abbia una consapevolezza anche minima di che cosa sia uno Stato di diritto. Molti dei critici delle prese di posizione del ministro dell’Interno e dei sindaci di Firenze e di Bologna che gridano all’involuzione autoritaria evidentemente non sanno che il primo compito di ogni Stato legittimo, e in particolare di una repubblica democratica come la nostra, è quello di garantire a tutti la sicurezza della persona e dei beni, e di tutelare il decoro delle città. Né si rendono conto che il problema della sicurezza è un problema di libertà: non essere aggrediti, non essere derubati, non essere insultati, non dover camminare per vie e piazze ridotte a fetidi bivacchi, sono libertà fondamentali della persona. Ci sono ovviamente anche altre libertà, ma queste sono le più importanti. Uno Stato che non sa tutelarle non è Stato, e invita di fatto i cittadini a proteggersi con mezzi privati, con esiti che è anche troppo facile immaginare. Sorprende poi notare la persistenza di idee sulla criminalità, e sui modi migliori di combatterla, ormai destituite di ogni fondamento, prima fra tutte quella che chi rapina o aggredisce o devasta beni pubblici agisce in tal modo perché povero o oppresso o discriminato. Sarebbe una vittima da capire e da aiutare. La vera soluzione non sarebbe dunque la repressione, spiega ad esempio Massimo Cacciari, ma dare denari «per l’edilizia sociale» e per gli «operatori sociali». In realtà chi rapina, deruba e deturpa i luoghi pubblici non agisce per fame o per desiderio di giustizia, ma è un prevaricatore che degrada persone e luoghi a mezzo per soddisfare la sua prepotenza, né più né meno del peggior fascista. Vittime sono i derubati, gli aggrediti e i cittadini privati della bellezza e del decoro dei luoghi pubblici. Più ancora della perdita dei beni offende e umilia essere costretti a cedere alla violenza e alla volgarità. Assistenza e assistenti si devono dare ai poveri; contro i prepotenti ci vogliono leggi e forze di sicurezza capaci di farle rispettare. Altrettanto sorprendente è l’argomento che prima o più della piccola criminalità bisogna combattere quella grande, ovvero quella dei ricchi e dei mafiosi. I fatti dimostrano che il modo più efficace di combattere la grande criminalità è reprimere tutte le forme di illegalità, come prescrive la nota teoria delle «finestre rotte» (broken windows) di James Wilson e George Kelling. L’idea è semplice: se il proprietario di un condominio lascia correre quando un affittuario rompe una finestra, in poco tempo l’edificio sarà in rovina; se invece interviene subito, e con fermezza, l’edificio resterà integro. Fuor di metafora: per combattere i crimini gravi bisogna reprimere, se si può, anche le piccole violazioni della legalità. Dieci anni fa attiravo su questo giornale l’attenzione sull’esperienza americana e mettevo in risalto che gli esponenti più seri della sinistra riconoscevano lealmente i risultati dei sindaci repubblicani nella lotta contro il crimine. Mi scuso per l’autocitazione, ma possibile che in Italia tanta parte della sinistra sia culturalmente così arretrata da non imparare neppure le lezioni più eloquenti? Arretratezza culturale tanto più sorprendente perché le vittime della criminalità diffusa sono soprattutto i poveri, gli anziani e le persone sole, ovvero proprio quei deboli che la sinistra dovrebbe rappresentare e difendere. Se non saprà combattere efficacemente la criminalità e l’illegalità diffusa, i suoi elettori andranno sotto le bandiere dei demagoghi della giustizia sommaria. Chi è causa dei propri mali pianga se stesso, si sa. Ma il problema è che pagheremo tutti, non solo la sinistra radicale. E pagheremo con la perdita delle nostre libertà più preziose. Stampa Articolo