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 2007  settembre 10 Lunedì calendario

PESHAWAR

Quando venerdì scorso Osama Bin Laden è tornato a farsi vedere con un video di 26 minuti, il suo messaggio più importante messaggio è quello rimasto implicito: siamo riusciti a sopravvivere.
L´ultima volta che lo sceicco aveva mostrato al mondo il proprio volto era stato tre anni fa, nell´ottobre 2004. Da allora, secondo agenti pachistani, americani ed europei dell´antiterrorismo, il nucleo della leadership di al Qaeda - soprannominato Al Qaeda Central dagli analisti delle intelligence - si è rafforzato e ha ricostituito la rete della propria organizzazione, gravemente danneggiata dopo l´invasione dell´Afghanistan guidata dagli Stati Uniti. L´organizzazione terroristica ha portato a termine la propria rinascita facendo tesoro di quanto appreso nei 15 anni di campagne fallite che miravano a distruggerla. Anni in cui Bin Laden e i suoi seguaci hanno sconfitto in astuzia nemici molto potenti, dall´esercito sovietico alla famiglia reale saudita alla Cia.
Sfuggendo all´esercito americano in Afghanistan dopo gli attentati dell´11 settembre 2001, Al Qaeda Central si è ricostituita al di là della frontiera pachistana, tornando nelle accidentate aree tribali confinanti con il suolo natio dell´organizzazione, la polverosa città di frontiera di Peshawar. Nei primissimi anni del conflitto, le autorità pachistane e statunitensi vi avevano catturato molti leader di spicco, mentre negli ultimi 18 mesi nessun personaggio di alto grado è stato ucciso o catturato in Pakistan.
Al Qaeda Central ha operato con la massima rapidità per porre rimedio alle gravi e molteplici perdite di leader, promuovendo i fedelissimi che da anni agivano al fianco di Bin Laden. Ha ricominciato a raccogliere fondi, a reclutare e addestrare nuovi proseliti. Ha saputo altresì allargare la propria influenza mediatica, con quella che con ogni probabilità è la più efficace macchina di propaganda mai realizzata da una rete terroristica o di ribelli.
Il risultato di tutto ciò è che oggi al Qaeda agisce più o meno con le stesse modalità con le quali operava nel 2001. Il network è diretto da una shura, un consiglio di capi, che si riunisce a intervalli regolari e risponde direttamente a Bin Laden (benché il consigliere per la sicurezza interna di Bush Frances Townsend, ieri, abbia sostenuto che lo sceicco è ormai «ridotto all´impotenza», ndt) che continua, secondo una fonte di alto grado dell´intelligence americana, ad avere l´ultima parola per ciò che concerne le decisioni più importanti. A questo gruppo, secondo le rivelazioni di un´altra fonte ben informata dell´intelligence Usa, apparterrebbero duecento persone, molte delle quali ricevono un vero e proprio stipendio regolare: «Sembra che si incontrino con una frequenza tale da consentire loro di agire come un´organizzazione a tutti gli effetti e non come un semplice insieme di individui sparsi», riferisce.
Gli agenti sono organizzati in cellule che hanno missioni distinte, per esempio la raccolta di fondi o la logistica, e conoscono l´identità di pochi altri individui appartenenti al loro stesso giro per evitare qualsiasi infiltrazione. La maggior parte dei leader si trova in Pakistan, anche se molti si spostano spesso in Afghanistan e ogni tanto ancora più lontano, per esempio in Iraq, in Turchia, in Iran, nella regione del Caucaso e in Africa settentrionale.
Gli agenti dell´antiterrorismo sono stati lenti a prendere atto della ripresa di Al Qaeda Central. Per anni alcuni agenti dell´intelligence statunitense ed europea l´hanno considerata una forza ormai esaurita, che si limitava a fornire ispirazione a reti terroristiche regionali scollegate tra loro. Per gli attentati in Europa e in Medio Oriente sono state accusate cellule di militanti formatesi in loco, che parevano operare indipendentemente da Bin Laden.
Dal 2000, inoltre, Al Qaeda ha una propria società di produzione mediatica, Al-Sahab, che in arabo significa «le nuvole», allusione diretta alle vette delle montagne afgane avvolte dalla nebbia. Fino a due anni fa Al-Sahab dipendeva da emittenti quali il network della televisione satellitare Al Jazeera per trasmettere i propri filmati e solo tramite di essa poteva distribuire brevi clip su internet. In seguito, però, ha avuto luogo una svolta spettacolare: sfruttando i vantaggi dei progressi tecnologici e l´espansione della banda larga, Al-Sahab ha iniziato a postare i propri video direttamente in internet, facendo affidamento su una rete anonima globale di webmaster per proteggere le proprie tracce elettroniche. Nel solo 2005 Al-Sahab ha fatto circolare 16 filmati. Quest´anno ne ha prodotti il quadruplo. La loro qualità è significativamente migliorata. La maggior parte dei filmati include infatti sottotitoli in varie lingue e talvolta animazioni tridimensionali. «Se intendete fermare al Qaeda dal punto di vista del fronte comunicazione, allora dovreste concentrarvi sul responsabile del settore informatico, più che su Osama», dice Muhammad Amir Rana, direttore del Pak Institute for Peace Studies, un gruppo di ricerca di Lahore, in Pakistan, che studia i gruppi militanti.
Oggi Al-Sahab è in grado di registrare e diffondere filmati con sorprendente tempestività. Quando il 10 luglio scorso l´esercito pachistano ha fatto irruzione nella Moschea Rossa di Islamabad, provocando la morte di oltre 80 persone, Zawahiri già il giorno seguente rispondeva con un discorso registrato nel quale definiva il raid «un´aggressione criminale».
Per eludere le agenzie di spionaggio ed evitare che queste possano bloccare o rintracciare i vari filmati risalendo fino a lei, Al-Sahab ricorre a un mix di trucchetti low-tech e hi-tech: così dice Evan F. Kohlmann, analista dell´antiterrorismo con sede a New York. I filmati sono trasportati da una catena di corrieri che li consegnano a mano ai guru informatici, probabilmente in Pakistan. In seguito costoro inviano elettronicamente i file ad altri tecnici esperti in giro per il mondo, che a loro volta li caricano in rete. «Non è facile risalire alla fonte seguendo le tracce dei filmati», sostiene Kohlmann. «Hanno creato alcuni vuoti nella loro catena di distribuzione, vuoti sia elettronici sia umani».
A luglio le agenzie d´intelligence americane hanno pubblicato un rapporto nel quale si conclude che Al Qaeda Central si è raggruppata nelle remote province del Pakistan nord-orientale, aiutata in questo dalla decisione presa nel 2005 dal governo pachistano di firmare una tregua con le forze Taliban e di ritirare i soldati pachistani dall´area tribale del Waziristan.
La tregua tra i Taliban e l´esercito pachistano ha retto fino a luglio di quest´anno nel Waziristan settentrionale, e fino ad agosto nel Waziristan meridionale. Da allora i soldati pachistani sono nuovamente entrati nelle aree tribali dove hanno ripreso gli scontri con i Taliban e gli altri militanti.
Ma Asad Durrani, ex capo oggi in pensione della potente agenzia di spionaggio pachistana, ha detto che per catturare i leader di al Qaeda occorrerebbe qualcosa di più di un intervento militare. Secondo Durrani le campagne di bombardamenti americani lungo la frontiera afgano-pachistana hanno di fatto inimicato fortemente la popolazione, che avrebbe altrimenti potuto collaborare a individuare e catturare i comandanti di al Qaeda. «Il primo istinto degli americani è sempre quello di usare la potenza militare, e di sganciare bombe», dice. «Questo approccio non aveva la benché minima possibilità di successo, ma è andato avanti per ben sei anni». Secondo Durrani sarebbe invece indispensabile studiare e mettere in atto un approccio concentrato e metodico per catturare Bin Laden e i suoi più stretti collaboratori, e fare affidamento sulla cosiddetta intelligence umana (informazioni dirette) e sul semplice lavoro investigativo. Perché, conclude, «se si nascondono lì bisogna stare tranquilli e avere pazienza. I buoni cacciatori cacciano sempre a piedi».
(Copyright The Washington Post/La Repubblica. Traduzione di Anna Bissanti)