Alberto Ronchey, Corriere della Sera 10/9/2007, 10 settembre 2007
Fra pochi giorni, decisivo incontro a Pechino per la conferma dell’impegno alla denuclearizzazione assunto dalla Corea di Pyongyang, annunciato il 2 settembre
Fra pochi giorni, decisivo incontro a Pechino per la conferma dell’impegno alla denuclearizzazione assunto dalla Corea di Pyongyang, annunciato il 2 settembre. Partecipano alla verifica, insieme con le due Coree, Cina, Russia, Stati Uniti e Giappone. Davvero Kim Jong Il è pronto a smobilitare tutte le sue centrali atomiche, offrendo una documentazione completa su impianti e programmi? O forse tenta solo di procurarsi aiuti alimentari, finanziari o energetici come il carbone cinese, per superare l’emergenza invernale dei nordcoreani afflitti dalla carestia? Nel passato, Kim aveva più volte assunto impegni poi ripudiati. Ma ora, per il temerario despota di Pyongyang si riducono i margini di manovre azzardate. Ancora un ripudio di precisi accordi non sarà facile. Basta considerare l’incombente pressione della Cina, che in pieno boom economico non tollera turbamenti avventurosi nell’Asia orientale. Sempre agguerrito intanto rimane, senza nessuna rilevante concessione, il nazionalismo atomico dell’Iran, rivolto contro israeliani e occidentali mentre persegue anche il proprio dominio assoluto in tutta l’area del Golfo. Mahmoud Ahmadinejad, ormai, vanta tremila centrifughe per arricchire l’uranio. Se fosse vero, potrebbe dotarsi d’una bomba nucleare tra nove mesi. Ancora una volta, sfida la prospettiva di più stringenti sanzioni economiche internazionali contro Teheran. Malgrado tutto, l’Onu persiste nelle strenue trattative alla ricerca d’un compromesso. L’Iran dovrebbe sottoporsi a controlli non limitati, per accertare oltre ogni dubbio se davvero, come ufficialmente si ripete a Teheran, quel programma nucleare consente solo usi civili escludendo usi militari. Finora il dual use non è stato escluso nella vicenda dell’uranio arricchito. La tesi che l’Iran sulla soglia nucleare non potrebbe mai usarla davvero, la bomba, perché in quel caso verrebbe annientato dalle rappresaglie, non considera l’aspetto più insidioso della questione. Basta che Teheran entri nel bazar atomico perché un qualsiasi ordigno anche solo rudimentale cada nelle mani di jihadisti ignoti o irraggiungibili, senza uno Stato né un territorio vulnerabili alle rappresaglie. Gli attentatori del terrorismo atomico sarebbero esposti solo a rischi personali, «apolidi » al pari delle loro armi di sterminio. Il pericolo è assai concreto, come avverte anche una recente analisi di William Langewiesche ( The Atomic Bazaar). Ahmadinejad, che si augura la cancellazione d’Israele dalla geografia politica, sarebbe l’uomo più disposto a vigilare contro la diffusione di prodotti o sottoprodotti dell’uranio arricchito? Volendo considerare improponibile un’altra «guerra preventiva», si vorrebbe almeno sperare nell’attendibilità delle fonti che da Teheran segnalano l’affiorare di qualche perplessità sui costi economici e i rischi sociali o politici dell’impresa nucleare. Sarebbero latenti anche tendenze diverse tra gli Ayatollah, protettori o critici di Ahmadinejad, oltranzisti oppure pragmatici. Le condizioni dell’economia iraniana, di fatto, risultano disastrose. La disoccupazione supera il 14 per cento della forza lavoro. A giugno, i razionamenti dei carburanti, dovuti per assurdo alla scarsità di raffinerie nell’Iran tanto ricco di petrolio greggio, suscitarono furibonde rivolte popolari. A sorpresa, innumerevoli distributori di benzina vennero dati alle fiamme. Altre sorprese potrebbero seguire nei prossimi tempi.