Mario Baudino, La Stampa 9/9/2007, 9 settembre 2007
L’ultima parola, oggi, spetta al Nobel nigeriano Wole Soyinka, che conclude il Festival. Ma fra i molti incontri della domenica s’annunciano scintille nel nome delle religione
L’ultima parola, oggi, spetta al Nobel nigeriano Wole Soyinka, che conclude il Festival. Ma fra i molti incontri della domenica s’annunciano scintille nel nome delle religione. Alle 17,30 Tariq Ramadan, il controverso intellettuale islamico docente a Ginevra e «persona non grata» negli Stati Uniti, parla infatti di «Come riconciliare secolarismo e credo religioso»; mentre alle 15 Christopher Hitchens, autore di Dio non è grande, pamphlet assai polemico pubblicato per Einaudi, parla di «Uomini e dei» Alberto Arbasino non si diverte più. E tuttavia detesta la nostalgia. Non gli interessano le ciliegie d’antan, non gli interessa nemmeno tanto lo spettacolo che offre quotidianamente il Paese, quello che lui ha definito in un libro di qualche anno fa Un Paese senza. Propone asettici confronti: «Basta guardare le pagine degli spettacoli e delle recensioni negli anni Cinquanta, e paragonarle a quelle di oggi. Le conclusioni si possono trarre da soli». Nell’attesa di consultare un’emeroteca, siamo a Mantova dove Arbasino è stato ospite, con Franca Valeri, del Festivaletteratura, si va a pranzo. Insalata di cappone, luccio con polenta e via, il baule dei ricordi si spalanca, escono le facce, gli episodi di una vita culturale impareggiabile e divertente. Come quella volta a casa Feltrinelli, a cena con ospiti illustri tipo Wally Toscanini. Giorgio Strehler lo guardò torvo (perché era stato stroncato sul Giorno) e disse: se c’è quello io non mangio. Giangiacomo Feltrinelli, imperturbabile: Giorgio, non fare lo stronzo. Il regista, imperterrito: vado al Biffi. Valentina Cortese, dopo un attimo di esitazione, lo seguì perché «da solo non mangia», chiedendo però di aspettarla per il dolce. Tornò infatti, sorridente e implacabile, con un’entrata da grande attrice: puntando teatralmente il dito contro Arbasino, che aveva cenato di ottimo appetito, gli declamò un teatrale: cattivoooo... Oggi non potrebbe succedere? «Oggi? Ma se li immagina, quei pranzi di dirigenti e di politici che parlano d’affari, tirano fuori cartelle e documenti, si appartano. La gente parla quasi soltanto di politica e di soldi». E lei ristampa, rielabora, torna su suoi libri. Ha appena ripubblicato «Le piccole vacanze» (per Adelphi) proprio quello d’esordio accettato all’Einaudi da Italo Calvino. Ma un nuovo «Fratelli d’Italia», una narrazione del presente, un’epopea della trasformazione, la ritiene impossibile? «Sì, le veline spiegate a mia zia o le velone spiegate a mia nonna. Niente da fare, è un ambiente che non mi diverte» L’Italia è noiosa? «Tanti anni fa venivamo a sapere tutto in un batter d’occhio. Oggi, in un’epoca di media smisurati e di gossip dilagante, se ci fosse in giro qualcosa di divertente dovrebbe arrivarne notizia, non crede?». Nei suoi romanzi lei ha colto le grandi trasformazioni del nostro Paese. Nella «Bella di Lodi», per non parlare dell’«Anonimo Lombardo» e di «Fratelli d’Italia», c’è l’Italia in movimento. Oggi non più? «Se oggi il Paese guarda la tv e non si muove, che ci posso fare? Io devo scrivere di cose che mi divertano. Vuole un esempio?» Sì, grazie. «Bene. Due cose ho sempre bandito dalla scrittura, perché non mi piacciono. E in generale non piacevano quarant’anni fa: la vita in famiglia e tutte quelle citazioni su una cosa che ha detto la mamma o la zia. Oggi vedo un’infinità di libri che non parlano d’altro, e un’infinità di scrittori che non possono attaccare un discorso senza citare una cosa importante detta una volta dalla nonna. A casa avrei materiali per una saga famigliare di quattro generazioni; solo che non mi attira per nulla scriverla». Se lo facesse, vincerebbe un sacco di premi. «Ha citato Fratelli d’Italia. Forse non ricorda che la nuova versione pubblicata da Adelphi partecipò al Campiello, nel 1994. Entrò in cinquina...». E arrivò ultima. «Ho anticipato Fruttero. E non me ne importava niente. Del resto, i premi sono una farsa. Se ne danno parecchi ogni giorno, ognuno ad almeno venti persone». Anche i festival letterari sono tanti. Che pensa di Mantova? «E’ stato meraviglioso visitare la Camera degli sposi, finalmente vuota, a Palazzo Ducale. In genere è sempre piena zeppa, e non si vede niente. Mi ha colpito anche la mostra dedicata a Lucio Fontana: hanno rifatto un ambiente nero che vidi per la prima volta a Milano alla fine degli Anni Quaranta. Era basato sull’uso della luce di Wood, un marchingegno che veniva usato molto più grande negli spettacoli di Wanda Osiris. Rivederla qui mi ha provocato, ma sì, diciamolo, una piccola commozione». D’accordo, ma l’abbraccio del pubblico, la tribù dei lettori, il trionfo dei libri, dove li mettiamo? «Tanta gente in giro è piacevolissima, ma sui banchi delle librerie le pile dei best seller sono sempre al loro posto. Alla fine contano i libri venduti e letti, letti e venduti. Vedremo».