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 2007  settembre 09 Domenica calendario

In una calda giornata di settembre del 1920 un carro tirato da un cavallo viene parcheggiato all’angolo tra Wall Strett e Broad Strett a New York

In una calda giornata di settembre del 1920 un carro tirato da un cavallo viene parcheggiato all’angolo tra Wall Strett e Broad Strett a New York. Le campane della vicina chiesa battono mezzogiorno quando il veicolo, imbottito di pezzi di ferro ed esplosivo, deflagra sventrando la via e creando un gigantesco cratere. Tendoni dei negozi e automobili prendono fuoco, e la folla scappa dentro una nube tossica di fumo e macerie: quaranta morti, molti sfigurati e irriconoscibili, duecento feriti. L’attentatore, con ogni probabilità un anarchico italiano, Mario Buda, se ne torna indisturbato in Romagna. il debutto del più semplice e micidiale strumento di morte del Novecento, strumento dell’infinita guerra che si è combattuta, e ancora si combatte, dopo la fine di due guerre mondiali «calde». In Buda’ Wagon (Breve storia dell’autobomba, Einaudi, pp. 257, ࿬ 14,50), libro impressionante, lo studioso di urbanistica Mike Davis, racconta la storia di questa arma dei poveri, passando per i sionisti di Menahem Begin, l’Ira, la Mafia, la guerra libanese, Hezbollah, sino ad arrivare alle autobombe in Iraq che hanno modificato le stesse strategie militari americane. Oggi assemblare una bomba costa pochissimo ed è alla portata di tutti, o quasi, così che l’autobomba, più telefono cellulare più internet, costituisce «un’infrastruttura eccezionale per le reti del terrorismo globale che non hanno più bisogno di un organismo transnazionale di comando o di vulnerabilità gerarchie decisionali». Questa è l’arma a disposizione di ogni causa politica o sociale, vero e proprio manifesto, ha affermato Régis Debray, «scritto con il sangue degli altri». L’escalation del terrore, precisa, mescola l’informazione all’esplosivo: nel mondo di Bush e Bin Laden, l’autobomba si coniuga ai siti web. Grazie ai video e a Internet, chi la fa esplodere si occupa anche della propaganda della propria impresa. L’11 settembre, l’incredibile attentato alle Torri gemelle, non è altro che lo sviluppo della strategia dell’autobomba: gli aeroplani lanciati contro i grattacieli di NY sono «autobombe con le ali» (Davis). Del resto, la mente più probabile dell’attentato che ha incenerito i due monoliti, distrutto la vita di migliaia di persone e gettato nel panico l’ultima superpotenza mondiale, creando una psicosi mai cessata, è Khalid Sheikh Muhammad, istruito dai servizi segreti americani in funzione antisovietica nel decennio precedente, zio di colui, Ramzi Yusef, che ha cercato di far crollare dalle fondamenta le Torri gemelle con un’autobomba già nel 1993. Mentre il saggio di Davis cerca di raccontare come si è arrivati all’evento traumatico del 2001, ricostruendo quasi un secolo di vicende esplosive, Lawrence Wright, saggista e narratore, penna di punta del New Yorker, in un libro straordinario, Le altissime torri (Adelphi, pp. 589, ࿬ 28) descrive invece in forma narrativa, eppure fittamente documentata, la storia di come e perché al-Quaeda ha realizzato l’assalto alle Torri. Si tratta di un testo che parte da lontano, dall’arrivo in America del padre del fondamentalismo islamico, Sayyid Qutb, negli anni Quaranta del XX secolo, per arrivare al confronto tra l’organizzazione terroristica e John O’Neill, l’investigatore americano che ne aveva intuito la pericolosità. Se Zawahiri è il vero personaggio negativo del racconto, alter-ego del più celebre Bin Laden, ambizioso e testardo costruttore di trame politiche, oltre che terroristiche, O’Neill appare come il tipico eroe americano, un po’ canaglia e un po’ angelo; detective alla spasmodica ricerca del filo che sciolga la trama del terrore e ne distrugga gli esiti mortali, l’agente americano sembra uscito da un film di bulli e pupe degli anni Venti. Dietro il libro portentoso di Wright c’è ancora una volta l’ossessione americana di capire e insieme di raccontare gli uomini e le vicende che hanno portato a quell’avvenimento, come se la ricostruzione minuziosa delle trame, fitte di spie, servizi segreti, spinte e contro-spinte opposte, oppure convergenti, potesse restituire un senso ad un atto così gigantesco e traumatico. Ma cosa resta dell’11 settembre, oltre le domande sul suo complotto, sui retroscena e sui veri mandanti ed esecutori dell’attacco all’America? Massimo Polidoro cerca di rispondere in un volume collettivo in cui smonta la tesi del complotto (11/9 La cospirazione impossibile, Piemme, pp. 366, ࿬ 16,50). Nella quarta di copertina del volume è riportata una emblematica frase di Pier Paolo Pasolini - «Il complotto ci fa delirare perché ci libera da tutto il peso di confrontarci da soli con la verità» - che risuona come un monito. Cosa ha significato e ancora significa quell’esplosione? A sei anni di distanza l’interrogativo se lo pone uno studioso di estetica, Mauro Carbone, in un breve libro: Essere morti insieme (Bollati Boringhieri, pp. 105, ࿬ 12). Carbone è partito da una considerazione del romanziere newyorkese Don DeLillo, che in un testo (lo si legge in Undici settembre, a cura di D. Daniele, Einaudi 2003) ha ipotizzato che tra cinquant’anni la gente che non si trovava nella zona al momento degli attacchi sosterrà di essere stata lì, di aver visto tutto, di aver perso degli amici nel crollo delle torri. Per DeLillo questa è la contro-narrazione, la storia-ombra dei falsi ricordi e dei lutti immaginari. Il problema che pone l’evento dell’11 settembre è duplice: come elaborare un lutto personale e insieme collettivo, come guarire l’America dalla propria psicosi. Pur essendo l’evento più visto dell’ultimo secolo, e in diretta, grazie agli obiettivi delle telecamere televisive (lo scrittore americano David Foster Wallace lo sintetizza in modo efficace: è come se per qualche motivo ci fossimo trovati per caso ad assistere al medesimo incidente stradale), si tratta tuttavia di un avvenimento irrapresentabile, perché «eccedente», posto al di là della nostra capacità di comprensione immediata dei fatti: un atto di dimensioni minute e insieme gigantesche, che fatichiamo a vedere davvero nonostante la sua continua rappresentazione. Carbone ha scelto di mostrarci l’avvenimento attraverso un complesso ma efficace ragionamento filosofico, e insieme usando un’immagine tratta da un film collettivo uscito subito dopo, 11 settembre. Il regista messicano, Alejandro Gonzále Iñarritu ha annerito lo schermo, nel sonoro si sentono le voci delle televisioni, le sirene, le urla, la confusione seguita all’impatto del primo aereo contro le Torri. Ogni tanto si vede qualcosa: minuscoli punti neri che scivolano lungo la facciata del grattacielo inquadrato. Poi di nuovo il buio. Sono i corpi di quelli che si sono gettati nel vuoto; ne ascoltiamo, o almeno così ci sembra, i rumori sordi provocati dal loro impatto con il terreno. Alla fine appare una scritta: «La luce di Dio ci guida o ci acceca?». La possibile interpretazione di questa frase potrebbe forse rispondere all’interrogativo posto dall’11 settembre, considerando che ci sono almeno tre differenti punti di vista possibili attraverso cui farlo: dalla parte degli spettatori passivi, dalla parte delle vittime e anche da quella non meno terribile dei carnefici, come del resto ci raccontano questi quattro libri.L’11 settembre, l’attentato alle Torri Gemelle del 2001, costato la vita amigliaia di persone ed entrato dell’immaginario di tutto il mondo come simbolo stesso del terrore del XXI secolo, non è altro che lo sviluppo della strategia dell’autobomba: gli aeroplani lanciati contro i grattacieli di New York non sarebbero nient’altro che «autobombe con le ali». Lo sostiene lo studioso di urbanistica Mike Davis, che ha ricostruito la storia di questo mezzo terroristico in un saggio dal titolo Buda Wagon.