Stefania Miretti, La Stampa 9/9/2007, 9 settembre 2007
Anche all’Istituto superiore professionale per l’industria e l’artigianato «Archimede» di Taranto la scuola comincia domani, ma il preside Adolfo Viglione prevede di «non avere clienti fino al 18»
Anche all’Istituto superiore professionale per l’industria e l’artigianato «Archimede» di Taranto la scuola comincia domani, ma il preside Adolfo Viglione prevede di «non avere clienti fino al 18». Poi gli alunni arriveranno, alla spicciolata e certo non tutti, ma già ai primi d’ottobre più della metà dei nuovi iscritti tornerà ad essere un nome che risuona a vuoto al momento dell’appello. Qui le chiamano «autobocciature», ragazzi che espellono se stessi col consenso dei genitori, senza che né la scuola né il Tribunale dei minori possano farci nulla. All’Istituto professionale Archimede di Taranto, Italia, uno su due è un allievo fantasma, perso dietro il bancone di un bar o in sella al motorino, impegnato a consegnare la spesa a domicilio. Il preside ci prova, a contattare le famiglie, ma se il ragazzo non va a scuola non gli si può sequestrare il telefonino, «e l’unico modo per far correre un genitore è togliere il cellulare a suo figlio: tempo tre minuti e me li ritrovo dietro la porta». Il ragionamento non fa una grinza, come le riserve del professor Viglione sul decreto Fioroni che porta l’obbligo di frequenza al sedicesimo anno d’età: «Un’ottima cosa, sempre che si riesca a mandarli a scuola e si mettano i presidi nelle condizioni di far rispettare l’obbligo. Al momento, non è così»». Lui ci ha provato e ci prova dal ”67, e dice che da allora le cose sono sempre andate peggiorando. Ma guai a scambiare per folclore la storia dei piccoli tarantini fantasma: «Il nostro bacino d’utenza comprende aree di straordinario disagio sociale, certo; ma questa è la punta dell’iceberg, l’esasperazione di atteggiamenti e sottoculture che prendono piede ovunque, certo qui aggravati dalla situazione economica. L’idea, sempre più diffusa, che la scuola non offra sbocchi lavorativi diventa l’alibi per smettere di studiare il prima possibile, o magari anche solo per prenderla sottogamba. Allo stesso modo in cui la bassa retribuzione diventa, per molti insegnanti, l’alibi per lasciar correre e impegnarsi al minimo. E un insegnante demotivato ti distrugge una classe». Orientamento all’italiana Non usa giri di parole, il preside che l’anno prossimo andrà in pensione e al momento si dibatte tra la convinzione che «rimandare a settembre serviva soprattutto ad alimentare il mercato nero delle lezioni private», e la consapevolezza di portare al diploma «allievi che si trascinano i debiti formativi dalla prima alla quinta, senza mai colmarli». Ci tiene a raccontare, per prima cosa, come viene fatto in Italia l’orientamento scolastico, perché è quello uno dei passaggi più delicati, in cui gli alibi di tutti si sommano e pongono le basi per fallimenti a venire. «Prima però mi lasci dire che in Francia ci sono degli specialisti ad hoc: incontrano i ragazzi e le famiglie, ascoltano e vengono ascoltati, lavorano ad un progetto: lo so, li ho visti con i miei occhi. Qui invece la faccenda viene delegata ai professori delle medie, i docenti demotivati e tuttologi che dovrebbero occuparsi di mille cose e non sempre hanno le competenze, o la voglia necessaria per farlo... E allora, i più la risolvono così: ”Tu sei bravo e vai al liceo, tu sei così così e vai all’istituto tecnico, tu non vali niente e vai al professionale”». Il peschereccio della riscossa All’«Archimede» arrivano «quelli che non valgono niente». «Già. Pensi un po’ che motivazione. E una volta qui, scoprono che anche al professionale si studia. Soprattutto nel biennio, ci sono italiano, diritto, storia, scienze, e ci mancherebbe che non fosse così. Dopo qualche settimana, trovano un lavoretto da barista e spariscono». Perciò aveva ragione la Moratti, nel volere istituti professionali più orientati alla formazione lavorativa? «Un momento: personalmente ho fatto il tifo per ogni nuovo ministro all’Istruzione, e su ciascuno di loro mi sono ricreduto in fretta. Sulla Moratti più in fretta che su chiunque altro, però. Io sono, per prima cosa, per il ritorno allo studio, alle spiegazioni e alle interrogazioni: tutte cose faticose, soprattutto quando le classi sono turbolente, e allora è più semplice per un insegnante dire ”Ragazzi, andiamo al computer!”. Ma a fare che?». Magari la famosa formazione lavorativa? «Quella, quando ci sono i mezzi per farla davvero, funziona: in alcuni settori abbiamo avuto risultati straordinari. Ma non basta il computer. In questi anni si è preferito finanziare, poco ma a pioggia, centinaia di progetti e progettini che dal punto di vista degli insegnanti hanno il vantaggio di portare un minimo di guadagno extra. Però mancano i laboratori, non c’è il personale capace di gestirli. Per fare formazione bisogna crederci, ossia investire. Vuole un esempio concreto? Tra i nostri indirizzi c’è anche quello navale, che conferisce un diploma equipollente all’istituto nautico: bene, fino a poco tempo fa le lezioni si facevano in una stanzetta. Poi, per puro colpo di fortuna, ho scoperto che a Pescara dismettevano un peschereccio e sono riuscito a comperarlo con pochi soldi. L’abbiamo messo a nuovo e l’anno scorso due classi hanno finalmente sostenuto l’esame a bordo, portandolo da Taranto a Gallipoli. Così si conquista credibilità. Ora sono i ragazzi a gestire la barca, a tenerla pulito e in ordine». Il preside dice che in Italia il ministero dell’istruzione non esiste: «E’ un dipartimento del Tesoro, che impartisce le direttive per i tagli». Lui, delle buone idee e degli slogan non accompagnati da investimenti economici ha imparato a diffidare. «Furono istituite per i professionali le ”aree di approfondimento”. La più bella intuizione degli ultimi anni: quattro ore settimanali da dedicare alla progettazione. Che so: si costruisce un ascensore. Però ci dissero che per contenere la spese avremmo dovuto utilizzare gli insegnanti con più ore buche. E sa quali sono? Il professore di italiano, quello di diritto... Così è andata a finire che nell’area di approfondimento, invece di progettare l’ascensore, si facevano storia e matematica. Da quest’anno, tutto abolito. E l’inserimento dei portatori di handicap? Fantastico, chi può dirsi contrario? Però, delle sedici ore di sostegno previste te ne danno otto, e i risultati ottenuti sono ben al di sotto del minimo accettabile. Così vanno a finire le belle novità». Certo, preside, c’è da pensare, viste le nuove belle novità che s’annunciano... «Al momento io sono entusiasta delle idee del nuovo ministro. Rigore, studio, verifiche... A questo punto è l’unica strada percorribile, l’ho detto anche all’ultimo collegio docenti. Tornare all’antico». Nel senso che si torna all’antico perché il nuovo non siamo stati in grado di gestirlo? «Ecco, mi sembra una buona sintesi della situazione».