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 2007  settembre 09 Domenica calendario

Luciano Pavarotti amava tanto la famiglia da averne due. Fino all’ultimo, l’uomo è rimasto lacerato fra passato e presente

Luciano Pavarotti amava tanto la famiglia da averne due. Fino all’ultimo, l’uomo è rimasto lacerato fra passato e presente. Da una parte, la prima moglie, Adua Veroni, le tre figlie grandi e gli amici di sempre, con cui giocare a briscola sorseggiando lambrusco e chiacchierando in dialetto, quelli per cui era, ancora e sempre, soprattutto un tenore. Dall’altra, la seconda moglie, Nicoletta Mantovani, i suoi giovani amici, l’ambiente scintillante e cosmopolita del pop. In mezzo, lui. Fra questi suoi due piccoli mondi, quello antico e quello nuovo, un punto d’incontro non c’era. Come si è visto ieri ai funerali, dove Adua e Nicoletta non si sono scambiate neanche uno sguardo davanti al feretro dell’uomo che le aveva sposate entrambe. Ma ambiente vecchio e nuovo non continueranno a ignorarsi a lungo. Si taceva perché c’era Luciano e perché Luciano era molto malato. «Ora le tensioni esploderanno», assicurano gli intimi. Sono voci, certo: ma una voce è un pettegolezzo, due un indizio e tre una prova. Ai pavarottiani della prima ora Nicoletta non è mai piaciuta. Prima la accusavano di aver cercato di allontanarli dal tenore. Poi, di essersi allontanata lei: quando Pavarotti venne dimesso dall’ospedale di New York dove gli avevano asportato il cancro al pancreas, Nicoletta non era con lui, ma in Italia. Sabato scorso, dicono, è andata elegantissima al matrimonio della figlia di un amico di Luciano mentre il marito affrontava l’ultima stazione di una lunghissima via crucis. E un’amica di vecchia data che aveva protestato è stata buttata fuori di casa. Di più: un anno fa, prima di scoprire di essere malato senza speranza, Pavarotti ha confidato a un’amica: «Nicoletta e io stiamo considerando la separazione. Sto pensando di andare da un avvocato». Sostiene un altro intimo che solamente la malattia ha evitato che la coppia scoppiasse. Ma Luciano era legatissimo alla piccola Alice, nata quattro anni fa dal nuovo matrimonio. L’atmosfera è questa, da imminente resa dei conti. E come in ogni feuilleton che si rispetti, non manca il mistero del testamento. All’inizio della fine, quindici giorni fa, si è lasciato scappare qualcuno, Luciano ne ha scritto uno nuovo, dopo quello americano dell’anno scorso. Sul contenuto, le ipotesi divergono: c’è chi dice che, dopo molte vivaci richieste, l’abbia fatto per lasciare da subito a Nicoletta il bellissimo appartamento di Hampshire House, nell’Upper East Side di New York, esattamente sotto quello di Carlo Ponti, il signor Loren, con una vista spettacolare su Central Park e un valore stimato (al ribasso) in 11 milioni di dollari. E c’è invece chi dice che queste ultimissime volontà rimetterebbero in gioco le tre figlie di Adua. Di certo, con loro e con Adua, negli ultimi mesi, c’è stato un riavvicinamento. Quasi per ricucire un rapporto che non aveva fatto che guastarsi da quella incredibile notte del 1993, quando a tarda ora suonò il telefono a casa di Andrea Strata, il dietologo modenese amicissimo del tenorissimo. Era Luciano. «Dove sei, a Honolulu? - chiese Strata -. No, davanti al tuo cancello. Posso dormire da te, Adua mi ha buttato fuori di casa?». (da Strata avrebbe poi vissuto per nove anni). Seguirono il divorzio con tutto il suo strascico di liti a mezzo stampa e risse sulla spartizione del patrimonio, e il nuovo matrimonio con la giovane Nico. Le figlie non avevano gradito né l’uno né l’altro, ma quando il padre si è ammalato davvero sono tornate da lui e con lui sono rimaste fino a quelle maledette cinque del mattino di giovedì. Anche con Adua l’ascia di guerra era stata seppellita: Luciano le telefonava regolarmente e in primavera si è presentato alla festa di compleanno dell’unica nipotina, Caterina, tornando così per la prima volta nella casa dove aveva vissuto con Adua e dov’erano rimasti, anche dopo la separazione, i suoi genitori. Adua, riuscendo nella doppia impresa di dimenticare vecchi risentimenti e le imboscate della stampa, è andata a trovarlo in ospedale. E sul Resto del Carlino ha fatto pubblicare il necrologio nel quale «si associava» al dolore delle figlie. Le tensioni sono diventate più forti, man mano che Pavarotti peggiorava era perfettamente al corrente del suo stato. In luglio, andò a trovare Franca Maria Corfini, la moglie di Strata. Non riuscì nemmeno a scendere dalla macchina. Al di là del finestrino, glielo disse lui stesso: «Amore, muoio!». Una frase disperata, dove l’ironia dell’appellativo (per lui le donne, anche e soprattutto le amiche, erano «amore», «tesoro» o «bella») non nasconde la tragedia del verbo. Poi aveva sussurrato: «Sai, questa volta non ce la farò». Il resto è la cronaca di ieri: Adua e Nicoletta in Duomo, alle due estremità dello stesso banco. Ma nessuno di quelli che hanno parlato delle «due donne della sua vita» si è accorto che al funerale c’era anche Madelyn Renée, la sua allieva-segretaria con la quale per sette anni, dal ’79 all’86, quest’uomo innamorato dell’amore visse una delle sue storie più appassionate.