Michele Smargiassi, la Repubblica 9/9/2007, 9 settembre 2007
MODENA
Il diritto di chiamarsi maestro non glielo diede il diploma magistrale, che prese di malavoglia; non glielo diede neppure la tivù, che lo consacrò maestro d´Italia per antonomasia; non glielo diedero di certo i provveditori che lo sospesero otto volte dall´insegnamento per ripetuti ammutinamenti didattici. Il diritto di chiamarsi maestro, il maestro Manzi se lo conquistò a suon di cazzotti. Autentici e sonanti manrovesci da ex marò della San Marco.
Lo volle raccontare lui stesso, dieci anni fa, imbarazzato ma anche orgoglioso, nell´intervista filmata che l´Università di Bologna gli fece poco prima che morisse, per mettere al sicuro l´eredità dell´uomo che inventò, con quella leggenda catodica che fu la trasmissione Non è mai troppo tardi, l´alfabetizzazione televisiva. Forse gli stava ormai stretto, quel cliché di maestro in bianco e nero, buono, dolce, timido e quasi ingenuo, dopo tanti anni passati a far tutt´altre cose, dopo aver rischiato la galera in Sudamerica, dopo essere diventato (con Orzowei, primo di molti romanzi) lo scrittore italiano per ragazzi più tradotto nel mondo dopo Collodi, dopo aver litigato con ministri e ispettori, dopo aver fatto, soprattutto, quotidianamente, per quarant´anni, il maestro puro e semplice, il maestro di scuola elementare.
Insomma la storia dei cazzotti andò così: che nel 1946 l´unica cattedra per il giovane Alberto Manzi era la più terribile di Roma, quella del carcere minorile Aristide Gabelli, novanta piccoli guappi tra gli otto e i diciotto, quattro maestri già fuggiti in un mese per disperazione. «All´inizio della prima lezione mi s´avvicina un ragazzo, il boss dei detenuti, e mi dice: tu ti metti lì a leggere il giornale e noi ci godiamo quattro ore di tranquillità. E io: mi spiace ma mi pagano, qualcosa devo insegnarvi. E lui: allora ce la giochiamo, se vinci tu insegni, se vinco io te ne stai zitto e buono. Bene, ce la giochiamo a carte? No, a botte. Eravamo quasi coetanei, ma io uscivo da quattro anni di Marina. Vinsi senza fatica, e salii in cattedra». Qualche mese dopo usciva il primo numero del giornalino del carcere, La tradotta. Di quei novanta, Manzi s´informò, solo due tornarono in carcere da grandi.
A pugni e schiaffi contro l´ignoranza che fa schiavi: non era un santino buonista, il maestro Manzi, era un essere umano. Per Andrea Canevaro, pedagogista che lo conobbe bene, era anzi «uomo di furori, di ideali, di delusioni, di ribellioni». ora che lo sappiano le migliaia di italiani oggi cinquantenni che, prima ancora di sedersi sui banchi, davanti alla sua cattedra di vetro impararono l´abicì, intrufolandosi di straforo tra i destinatari di quei tardi pomeriggi Rai (ore diciannove, quando i contadini tornano dai campi) che dovevano in realtà aggredire l´analfabetismo adulto, e lo fecero, portando alla licenza elementare tardiva l´incredibile massa di un milione e mezzo di persone in otto anni, e per questo si meritarono la medaglia Unesco di migliore trasmissione educativa del mondo.
Scommettiamo sulle lacrime, tra pochi giorni nei corridoi del Castello dei Pio a Carpi, dove il Festival Filosofia di Modena gli tributa una mostra a dieci anni dalla morte, davanti agli schermi che rimanderanno i violini stiracchiati e le ombre incrociate della sigla di Non è mai troppo tardi. «Siamo qui per imparare a leggere, ma anche a conoscere noi stessi e il mondo», l´esordio di quel maestrino gentile ed educato, bel viso da attore. «Mare pino casa nave» le prime parole calligrafate sul foglio bianco, «voi non sapete decifrare questi segni, eppure vogliono dire queste cose», e la mano rapida col gessetto nero disegnò un mare, un pino, una casa, una nave, «e noi impareremo a capire le parole come capiamo i disegni». Quel gessetto nero grasso era un disastro per i polsini. Manzi riceveva dalla Rai duemila lire di «indennità camicia» ogni puntata. Unico pagamento, perché «come maestro prendevo già uno stipendio dallo Stato».
Stipendio da fame: lo aveva scritto al ministro Gonella in una lettera amarissima e feroce, che esordiva «Onorevole adesso mi stia ad ascoltare». Ma questo, i tele-alunni non lo sapevano. Che ci fosse un uomo, dietro il personaggio nella scatola di vetro, un uomo un po´ diverso da Mike Bongiorno o da Mario Riva, magari lo sospettavano: si vede dalle lettere che gli scrivevano, valanghe, tanto che Manzi dovette ingaggiare lo zio Filippo, tipografo a Torino, che gliene facesse una sintesi settimanale, da quello che gli contestava la grafia di aeroplano, a quella che gli rimproverava l´accento romanesco, «non si dice conzonante!». Ma di che pasta fosse fatto quell´uomo, è rimasto per i più un mistero.
Bene, eccolo finalmente, il vero maestro Manzi, fuori dall´icona. L´uomo passionale, provocatore, iperattivo. L´intellettuale con due lauree, Biologia e Filosofia, che abbandona un incarico alla Scuola sperimentale di Magistero «perché non si sperimentava niente», e torna sulla cattedra delle elementari. Il maestro che ama la scuola al punto da detestare chi ne fa cattivo uso, infuriato con i «provveditori che non provvedono», con i colleghi sfaticati o indegni. Dai documenti privati (donati dalla seconda moglie Sonia alla Regione Emilia Romagna, che ne ha fatto un archivio pubblico), dai dattiloscritti inediti, dagli appunti pieni di sfoghi e «cattivi pensieri» gelosamente conservati, dai quaderni a righe riempiti in diligente calligrafia con amarissimi brandelli di diario, affiora il ritratto di una scuola italiana anni Cinquanta approssimativa, clientelare, tragicomica e burocratica, piena di maestri tanto maneschi quanto ignoranti, diretta da funzionari tronfi e inefficienti, fin troppo simile a quella dei romanzi di Mastronardi, fin troppo specchio all´Italia di allora. Disgustato: «Ho visto molte maestre leggere Grand Hotel come le domestiche». Indignato: «Alcuni maestri frequentano le bettole e ne escono ubriachi. Ne ho visto uno con un occhio pesto, glielo avevano tappato con un pugno all´osteria». Sarcastico: «Una maestra di facili costumi suscitò la protesta delle madri, il direttore prese provvedimenti: la nominò sua segretaria». Contegno, dignità: il maestrino Manzi sembra inclinare al moralismo. Ma non è indignazione bacchettona, è preoccupazione civile. Nel romanzo-verità di quell´italietta meschina, il cittadino Manzi intravede un futuro nero per quella che non si vergogna di chiamare Patria: «Provate a far leggere gli alunni di una quinta rurale... La scuola passa e non lascia traccia...».
Non aveva neanche la tivù in casa nel 1960 quando il direttore didattico lo spedì a fare un provino in Rai, dove si cercava affannosamente un maestro telegenico; ne avevano già scartati un centinaio e la trasmissione doveva iniziare a giorni. «Di tivù non sapevo nulla, se non che le immagini si muovevano». Per questo strappò il copione che prevedeva un´inquadratura fissa, si fece portare fogli e gessetti neri e improvvisò un´animata lezione sulla lettera O. «Abbiamo trovato il maestro!», gridò fuori campo la voce del regista. La Rai di Bernabei, senza crederci molto, inaugurava la sua trasmissione più rivoluzionaria. Socialmente avanzata. Interattiva, perfino: duemila "punti d´ascolto" nei circoli, nei bar, nei municipi, dove duemila maestri riunivano ogni sera migliaia di adulti davanti al televisore: «Il merito fu tutto loro, io ero solo un pupazzo televisivo». Ma il democristianissimo direttore di viale Mazzini celebrò in Manzi «un benefattore del popolo italiano».
Avesse saputo a quale «testa calda» rivolgeva i suoi elogi. Il Manzi extra-televisivo era la disperazione degli ispettori. Si rifiutava di insegnare storia «perché un bambino di dieci anni non ha ancora un chiaro concetto di spazio e tempo». Aveva letto Piaget, lui: gli ispettori forse no. Sospeso da cattedra e stipendio. Si rifiutava di dare i voti. Si rifiutò anche di dare i «giudizi», quando arrivarono: «I bambini cambiano, ma i giudizi restano nero su bianco, non posso bollare un ragazzo per sempre». Sui primi moduli, per rabbia, scrisse «merda»: sospeso ancora. Allora si fece confezionare un timbro con la scritta Fa quel che può, quel che non può, non fa, «didatticamente ineccepibile», e stampigliò pagelle in serie. Sospeso di nuovo. Non piegato: «Continuai a scrivere quella frase a mano sui moduli».
Ribelle solitario. Si firmava, a volte, El loco, il matto, come il personaggio di un suo romanzo. «La Rai mi proibì di parlare dell´assassinio di Kennedy: ma andavamo in diretta, e lo feci lo stesso». Sovversivo senza partito. I colleghi impegnati, anzi, lo insospettivano: «Partecipano alle lotte politiche in modo fazioso, aspirano tutti a divenire sindaci. Raggiunto lo scopo si rivelano incapaci di fare sia i sindaci che i maestri». La ministra Falcucci, incontrandolo in una commissione, lo canzonò: «Lei è un cane sciolto? Allora può abbaiare quanto vuole». Credente, certo: nella lunghissima lista dei libri che scrisse c´è anche un catechismo per bambini, per conto della Cei. Idealista, senza dubbio. Non stava a chiedersi per chi suona la campanella. Nel ”56 un ateneo lo mandò in Amazzonia a studiare certe formiche (in fondo era un biologo). Ma lì Manzi scoprì cose più importanti. Andò a vivere nei villaggi Kjivari, «quelli che essiccano le teste umane», cominciò ad alfabetizzare i campesinos perché potessero iscriversi al sindacato. «Infilare le dita nelle piaghe del mondo era vietato, quindi mi attirò subito». Un dirigente Alitalia gli forniva biglietti gratis, purché partisse quando c´era posto: maestro last-minute. Per vent´anni passò le estati sulle Ande, prima solo, poi con discepoli. Quel piccolo esercito armato di matite insospettiva i governi: fu cacciato come «indesiderabile», sospetto di simpatie «guevariste, papiste, marxiste o di un qualunque accidente che finisse con - iste», e senza la protezione dei salesiani forse non sarebbe neppure tornato a casa. A scrivere, ovviamente, romanzi di denuncia: «Con grande rammarico devo affermare che i fatti qui narrati sono veramente accaduti».
«Fate funzionare il macinino del vostro cervello», si congedò dagli ultimi alunni. Aveva voluto essere un maestro globale: per l´Italia restò solo un maestro televisivo. Una tivù «sempre più futile» gli commissionò nuovi programmi, per insegnanti, per extracomunitari, alcuni gli piacquero, altri meno, non si tirò mai indietro. Dicono che ci rimase male quando il ministro Berlinguer non lo volle consulente della sua riforma. Pensionato, incapace di riposarsi, fece il sindaco a Pitigliano. Continuavano ad arrivargli lettere dei suoi tele-alunni, come Marzia: «Caro maestro ti volio bene, lego senpre». Se ne andò tra necrologi sui giornali locali e striscioni della scuola elementare del paese, «Ciao maestro». L´Italia ministeriale, cattedratica, l´Italia dei provveditori e degli ispettori, non gli ha mai detto grazie. Qualche volta non è vero, che non è mai troppo tardi.