Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  settembre 09 Domenica calendario

Nel ”69 l´uomo andò sulla luna. Ma nel ”68 lo sport anticipò l´orbita e andò su Marte. Si allacciò le cinture soprattutto l´atletica, sempre più marziana

Nel ”69 l´uomo andò sulla luna. Ma nel ”68 lo sport anticipò l´orbita e andò su Marte. Si allacciò le cinture soprattutto l´atletica, sempre più marziana. Niente più limiti, né confini, solo alta velocità. Uno schiaffo agli dei. A Città del Messico era autunno, i record caddero come foglie. Una ventina in sette giorni, quattro solo nel triplo. Ai Giochi esordiva il tartan, la rabbia nera, la consapevolezza bianca. L´aria rarefatta fece il resto. Bob Beamon nel lungo prese l´unica pedana della sua vita e allunò a 8.90 metri, quasi fuori della buca. Ralph Boston, suo compagno, disse: « un fenomeno, ma è completamente idiota». La notte prima Beamon aveva fatto sesso con una prostituta, solo al momento dell´orgasmo, scrisse lui, si ricordò che l´indomani aveva la gara olimpica. L´atletica mise i razzi, se ne fregò della gravità, e continuò a volare. Tutto sembrava fantastico, il corpo umano si mise in viaggio, attraversò gli anni Ottanta e Novanta, senza mai una sosta. Aveva benzine naturali, ideologiche, chimiche. Tutto al meglio: la metodologia di allenamento, la disponibilità al sacrificio, l´aiuto della scienza. Il campione era un sacerdote, il record la sua religione. Pietro Paolo Mennea, ragazzo di Barletta, passava sul campo di Formia anche il giorno di Natale. Con la sua schiena piegata, le sue gambe storte, la sua corsa da schiavo che diventa padrone fermò per diciassette anni il cronometro a 19"72 sui 200 metri. Poco dopo a Las Vegas venne presentato a Muhammad Ali come uno che correva veloce. Ali lo squadrò sorpreso: «Ma tu sei bianco». Sì, gli rispose Pietro, però sono nero dentro. L´est rispose con lo stacanovismo, il partito andava servito, in pista come in miniera. La scuola russa conosceva la pedagogia, il resto dell´impero offrì i corpi. Nei laboratori di Lipsia si costruirono campioni e si generarono mostri. Era bello illudersi, tutto era magico, l´anno 1984 soprattutto: 4 luglio, Syedik (Urss) 86,34 nel martello. Alla fine dell´83 in classifica mondiale era sesto con 80,94. Possibile questo balzo in avanti? 20 luglio, Hohn (Germania Est), 104,80 nel giavellotto. Per la prima volta si superano i 100 metri. Hohn era scomparso dalle scene agonistiche, non risultava nemmeno tra i primi trenta. Le donne non stavano a guardare: 27 maggio, Lissoskaia (Urss), 22,53 nel peso. L´anno prima era sesta, ma le sue masse muscolari sono molto cambiate. 3 giugno, la staffetta tedesca dell´est, 3´15´´92 nella 4x400. Brave e veloci, il colpo d´occhio su alcune loro trasformazioni però lascia dubbi. 5-6 giugno, Paetz (Germania Est), 68,67 nell´eptathlon. Gara in cui si afferma che l´autoemotrasfusione è «necessaria». 20 luglio, Andonova (Bulgaria), 2,07 nell´alto. Sara Simeoni commenta: «Si può migliorare di una decina di centimetri in un attimo?». 17 agosto, Meszynsk (Germania Est), 73,36 nel disco. Mai a quelle misure prima. 26 agosto, Kazankina (Urss), 8´22´´62 nei 3000. Un record migliorato di quattro secondi a trentatré anni. Una grandissima atleta, ma tutto regolare? 26 agosto, Silhava (Cecoslovacchia), 74,56 nel disco. Undicesima a Mosca, sesta a Helsinki. Un exploit troppo inaspettato. Il 10 aprile ”87 nella clinica di Magonza muore l´eptathleta Brigitte Drexel, l´autopsia le trova nel corpo tracce di centodue farmaci differenti. Il doping fa volare, ma anche ammalare. Diventa programma di allenamento: lavoro e steroidi. Il soprannome di Marita Koch, 47"60 sui 400 metri, è Compagna Milligrammi. E dal doping di stato si passa a quello del bricolage, del fai-da-te, degli specialisti delle droghe. Ogni primato ha la sua pillola: Apocalypse Now. Qualsiasi tempo e misura viene profanata. Ben Johnson è il napalm della velocità. Il diserbante delle piste. I cronometri impazziscono: 9"83 a Roma nell´87, 9"79 a Seul nell´88. Tra le donne Florence Joyner Griffith mostra la sua parte maschia: 21"34 sui 200. Roba da extra-terrestri, da corpi marziani. Che però paga con la morte ad appena trentanove anni. Ma la rotta dell´atletica non si ferma, scendere al volo non si può, contraffazione e violazione sono ormai compagni di viaggio, le acrobazie si trasformano in spettacolo, lo show paga alti ingaggi, i primati rendono la vita più soft, l´illusione è che ogni barriera abbia i secondi contati. E la pillola va giù. Le cliniche hollywoodiane offrono agli attori dello sport cicli per ripulirsi. Bisognava superare e superarsi, il corpo è un ostacolo, guai avere dubbi, fare controlli seri. Non si spara mica ai trapezisti. I dottori diventano più ricercati degli allenatori: seguire la forza bruta e brutta, il suo lato oscuro, Guerre Stellari diventa marcio. Il doping diventa il braccio armato del record. Si avanza, senza stile, ma con potenza: se hai più forza vai più su. Salti male, in modo orribile, ma vinci. I farmaci sostituiscono la tecnica, perché perdere tempo a memorizzare un gesto? Se sei d´accordo con il croupier è inutile studiare i numeri, basta puntare. Primo Nebiolo, presidente della federazione internazionale, asciuga lo stile anglosassone e spinge per una megalomania latina. L´atletica deve strafare, i suoi campioni oscurare il calcio. Nei meeting dilagano «le lepri», atleti che hanno il solo compito di condurre il predestinato al record. E poi all´orizzonte c´era la genetica e la tecnologia: il materiale migliorava, piste pedane e scarpette pure. Diceva Pasteur: un po´ di scienza ci allontana da Dio, più scienza ci avvicina. Arrivò il Duemila e lo shuttle dall´atletica si trovò sfiatato, chi avvisava Houston del problema? Nessun record ai Giochi di Sydney, nessuno ai mondiali di Edmonton, niente salti mortali, solo un respiro corto e affannato. L´antidoping cominciava a fare vittime, i controlli a sorpresa aumentavano. L´atletica si stava scaricando: niente prestazioni, campioni spesso rotti, troppe gare, pochi confronti, tanto stress. Lo sprint accelerava di poco, per il problema dei meccanismi di sincronizzazione ad alta frequenza. La muscolatura aumentava, ma una Ferrari con i freni della Cinquecento è inutile. Il problema era il tendine, non allenabile, e che protetto da una guaina, che si irrita e s´infiamma, comincia a gonfiarsi e a comprimere. Troppa la sollecitazione per l´organismo umano, il sistema immunitario si indebolisce, il corpo non riesce più a recuperare la forma. Più gare, più soldi, meno allenamento, prendi i soldi e scappa. Basta miracoli, l´atletica tornava a terra, più asciugata e depressa. Le nuove generazioni non cercano più lo scontro, l´esaltazione agonistica, al contrario vogliono un riparo dalla battaglia per paura di vedere abbassare la loro quotazione. Vivono i confronti diretti come un verdetto di condanna. Prima i grandi duelli incendiavano l´estate, ora bisogna aspettare mondiali e olimpiadi. Meglio non ferire le carriere, proteggerle dai tagli. Bubka, invece, tuttora primatista mondiale dell´asta nella sua vita è stato in volo più del Concorde, più di tredicimila salti l´anno. Oggi è diversa anche la selezione, il modo di trovare i talenti: non più la pratica a scegliere i forti e condannare i deboli, ma tabelle e misurazioni dettate da basi scientifiche. Test, non strada. Prove di muscoli, non di cervello. Spiegò Mennea: «Oggi c´è una società che rifiuta tutto quello che ho rappresentato: io allenavo la fatica con l´allenamento, ogni giorno, fino all´esaurimento. Soffrivo, ma sognavo di più». Così dal Duemila l´atletica è diventata una bella addormentata. Sette anni senza più voglia o forza di stupire. Pochi (e falsi) movimenti in avanti. Bassa intensità di talenti, meglio dare poco e durare. Anche ai Mondiali di Osaka belle prestazioni, ma zero primati. L´atletica non affascina più, non ribalta il mondo. Senza l´erezione del doping la corsa, i lanci, i salti, tornano a misure normali. Si è persa la pratica quotidiana del lavoro, il tempo dell´attesa, il sapere del tecnico. Mancano i riferimenti culturali: una volta c´era la patria, lo stato, l´orgoglio di appartenere ad una scuola e a una tradizione, di seguire orme antiche; oggi c´è l´individuo, lo sponsor, la taglia per il record. Centomila dollari, grazie. Il francese Thierry Vigneron, nell´84 tra un primato e l´altro dell´asta si accendeva sigarette Gauloises. Oggi l´atleta è più sano, non fuma, mangia meglio, spesso è vegetariano, usa integratori dietetici. Ma sembra quasi che cominci ad accettare i limiti e che senza doping si senta menomato, incapace di reagire. Bubka a ventidue anni a Parigi era solo un ragazzo, studente di educazione fisica, appena diventato padre, che amava Prokofiev e Celentano. Impugnò l´asta, guardò il cielo, non vide cancelli, e si disse: perché no? Oggi invece i campioni non sanno più cavalcare senza sella.