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 2007  settembre 09 Domenica calendario

LA REPUBBLICA

DAL NOSTRO INVIATO
NATALIA ASPESI
Cina premia Cina; il Leone d´oro se l´è preso un film diretto da un regista cinese che vive negli Stati Uniti: glielo ha assegnato una giuria di sei registi (due italiani, uno messicano, una francese, una neozelandese) presieduta dal venerato maestro cinese Zhang Yimou: non bastasse, Lust, Caution si svolge nella Cina occupata dai giapponesi negli anni della Seconda Guerra Mondiale. e racconta di una ragazza della Resistenza (comunisti e Kuomintang si unirono per liberare il paese) che per intrappolare un crudelissimo collaborazionista, si fa da lui sbattere violentemente, ininterrottamente e dovunque. Nei numerosi vaneggiamenti attorno ai Leoni, al film di Ang Lee, vincitore due anni fa dello stesso massimo premio con i cow-boy gay di Brokeback Mountain, non ci aveva proprio pensato nessuno, neanche per un premietto: distrazione, insipienza, ingenuità? Se ne è invece presi due, anche quello per la miglior fotografia.
C´era alla Mostra una forte corrente Mostra anti-De Palma, ovviamente di stretta osservanza Bush, per il suo straziante e tecnicamente innovativo Redacted sulle atrocità e la disumanizzazione causate dalla guerra Iraq: ma i tanti che lo hanno molto amato sono stati contentissimi che sia andato a lui il Leone d´argento per la miglior regia. Per Mikalkov si è inventato un Premio speciale all´insieme dell´opera, per un film 12, in cui è riuscito a raccontare gli orrori della guerra in Cecenia, le inquietudini e paure e odii dei russi di oggi, l´indifferenza della giustizia, la necessità di dialogare, parlare, capire gli altri e se stessi.
Niente premi a uno dei film più apprezzati dalla critica e amati dal pubblico, l´americano In the valley of Elah, un thriller attorno alla morte spaventosa di un reduce americano partito buono e tornato dall´Iraq pessimo. Niente agli italiani ma già si sapeva, e ogni volta che uno dei nostri in giuria timidamente accennava, veniva subito zittito.
Per il resto, una simpatica ammucchiata. Si sono presi due premi a testa altri due film che si contendevano il Leone d´Oro, a seconda dei gusti; il più amato in assoluto dalla critica e dal pubblico, il francotunisino Le graine et le mulet, epopea popolare attorno al cous cous, e il più amato dai cinefili rock, I am not there, caos biografico attorno a Bob Dylan. Potenza del destino, i due registi, Kechiche e Haynes, hanno dovuto dividersi ex equo il premio speciale della giuria, ed anche le loro interpreti hanno fregato tutte le altre pur brave attrici. Il premio Mastroianni a una esordiente è andato a Hafsia Herzi, ragazzina franco-algerina-tunisina, ieri sera muta e piangente, che nel film suda e incanta in una interminabile danza del ventre. Miglior attrice e se lo aspettavano in tanti, l´ha preso uno dei sei Bob Dylan del film, Cate Blanchett che pur essendo una bella signora, è quella che più assomiglia all´idolo rock. Tra gli attori uomini, in generale eccezionali, è stato scelto Brad Pitt, assente, di L´assassinio di Jesse James forse perché bello, forse perché dedito alle opere umanitarie, forse perché babbo di quattro piccini, forse perché marito di Angiolina Jolie. Mostra alla fine molto buona, giuria appassionata e persino di sinistra, tanto da non voler lasciar fuori neppure "In questo mondo libero di Ken Loach, premiando il suo geniale sceneggiatore Paul Laverty.
Ovvia la constatazione che il cinema, malgrado tutto, continua ad essere lo specchio più democratico del mondo, uno degli ultimi rifugi della cultura e del dialogo contro la volgarità, l´imbarbarimento, l´ignoranza. I più accaniti antiamericani si sono ancora una volta dimostrati gli americani: con i loro film, con i loro divi sempre pronti a dirne di ogni colore in ogni occasione contro il loro governo. Il tentato arrembaggio degli stilisti per invadere il tappeto rosso è riuscito meno che a Cannes, l´idea di trasformare una mostra del cinema in una serie di serate da Billionaire con feste spumeggianti è pure fortunatamente naufragato. Anche ieri sera si è chiarito che le signore, sempre costrette nei loro strascichi e scollature, sono ormai meno eleganti degli uomini che seguono con più rigore la moda.
Era magnifico Zang Yimou in un completo grigio a collo alto antiMao senza cravatta, era sbarazzino il regista Inarritu con una curiosa sciarpona sulle spalle, era rock Heath Ledger (ex cowboy gay) che ha ritirato il premio destinato a Cate Blanchett, assente, praticamente vestito da Meneghino senza Cecca, calze a righe orizzontali bianche e rosse, pantaloni al ginocchio, zainetto e cappelluccio. Era impeccabile Mikalkov in completo grigio con decorazione militare, e tra il pubblico si sono visti smoking di velluto, un po´ banali.
Finito tutto bene, cominceranno adesso le noiosità anche avvilenti. Visto che il presidente della Biennale Croff e il direttore della Mostra hanno fatto sontuose nozze con raggrinziti fichi secchi, si potrebbe per una volta comportarsi come in tutti i festival del mondo, lasciandoli andare avanti a lavorare, tenendo a bada almeno per un po´ la folla fremente dei questuanti di vari colori politici?


CORRIERE DELLA SERA
DAL NOSTRO INVIATO GIUSEPPINA MANIN
VENEZIA – Il Leone d’oro è Ang Lee. Se avete già sentito questa notizia è perché era già successo due anni fa, quando il regista cinese venne premiato, sempre qui, per il suo Brokeback Mountain. E ora un altro Leone. Stavolta per
Lust, Caution, discesa agli inferi dell’eros nella Shanghai anni 40. «Un Leone selvaggio – lo ha definito Lee – non addomesticato, che mi spaventa come il film che ho girato. Il secondo Leone non è meno emozionante, anzi il contrario». E rivolto ai giurati, tutti registi capitanati non a caso da un altro grande cinese, Zhang Yimou (forse non a caso anche lui della stessa società di produzione di Ang Lee, l’americana Focus), ha aggiunto: «Siete i miei sette samurai che mi hanno salvato dagli abissi visitati durante le riprese».
Applausi, ma anche qualche fischio. Segno che le attese dei più erano per altri nomi, forse per il russo Michalkov, osannato più di tutti, forse per l’americano De Palma, forse per il franco-tunisino Kechiche. Michalkov, autore del teatrale 12, è stato risarcito con un Leone fuori programma, «per l’insieme dell’opera». Sorridente e distaccato, anche perché la sua statuetta d’oro l’aveva già portata a casa nel ’91 con Urga, l’esuberante Nikita si è goduto il lunghissimo battimani e ha ringraziato facendo sua una battuta di Mastroianni: «In 8e1/2 Marcello confessava di voler dire quella verità che non conosceva ma che cercava comunque». Molto festeggiato anche il Leone d’argento a Brian De Palma. Il suo sperimentale e coraggioso Redacted ha convinto per la capacità di utilizzare nuovi linguaggi digital- informatici: «Le immagini dei profughi iracheni che trovate su Internet sono molto simili a quelle del mio film» ha ricordato, alzando trionfante il suo felino.
Meno diplomatico perché più deluso invece il regista di La graine et le mulet. L’accoglienza del film in sala e tra i critici l’aveva convinto di essere in pole position, mentre ha dovuto accontentarsi dello Speciale della Giuria, per di più da dividere con l’americano Todd Haynes. «Questo modesto premio per me ha più valore perché lo ricevo dalle tue mani, Catherine» ha esordito polemicamente rivolto alla giurata francese Breillat. Che, cercando di parare la gaffe, gli ha ribattuto: «Non è un premio modesto, è un premio appassionato». Un accenno che lascia intendere la dura battaglia avvenuta in giuria: «Tranne che per un’Osella, nessun premio è stato dato all’unanimità – assicura il regista-giurato Ferzan Ozpetek ”. Nove ore di discussione di cui tre solo per aggiudicare lo Speciale». A parziale risarcimento, Kechiche ha visto però premiata con la Coppa Mastroianni per gli esordienti la sua giovane attrice, la bellissima Hafsia Herzi, lei sì felice, che è scoppiata a piangere per l’emozione.
Doppio riconoscimento anche I’m not There: oltre allo Speciale dimezzato, la Coppa Volpi a Cate Blanchett, uno dei sette Dylan del film. Un curioso caso di un’attrice decorata per un ruolo al maschile. Un exploit da Sarah Bernhard. Assente perché su un nuovo set a Los Angeles, l’eterea Cate ha fatto ritirare la sua Coppa a un altro dei Bob Dylan, per di più ex cowboy gay di Ang Lee, Heath Ledger. Biondo bello e informale. Un po’ boyscout, un po’ Blues Brother: cappello nero, braghette, calzini a righe bianche e rosse, zainetto.
Assente anche il miglior attore, Brad Pitt (che da Toronto si è detto «sorpreso e molto grato» per il premio) Jessie James, a sua volta sostituito da una anonima controfigura femminile della produzione. Tra quanti hanno strappato un sorriso, il messicano esordiente Rodrigo Plá, vincitore dei 100 mila dollari del premio De Laurentiis. Capelli biondi e ricci, giacca e pantaloni fuori taglia, ha ringraziato alcuni amici di avergli prestati perché aveva perso la valigia. Un tocco politically correct da Paul Laverty, miglior sceneggiatore per It’s a Free World di Ken Loach, atto d’accusa sul precariato. Ha dedicato il premio «a tutti i lavoratori, legali e illegali» aggiungendo: «Sono ateo ma cito la Bibbia: chi froda i lavoratori versa il loro sangue».
Ma il momento clou, il più emozionante, affettuoso, cinematografico, della serata, che ha avuto come madrina Stefania Sandrelli, l’ha segnato Bernardo Bertolucci, Leone d’oro del 75˚ della Mostra, accolto con una interminabile standing ovation (unico in tutta la sala a non alzarsi in piedi né ad applaudire il conduttore tv Gigi Marzullo). «Questo premio comprende tutta la storia del festival, i tantissimi film passati di qui, i trionfi, le sconfitte, le scoperte. Mi identifica con il cinema, il massimo a cui un regista può aspirare» ha ringraziato commosso per davvero Bernardo, invitando i due colleghi che gli consegnavano il Leone, Abbas Kiarostami e Jonathan Demme, a metterlo «sul mio dolly», un modo scherzoso per indicare il deambulatore a cui è costretto a appoggiarsi dopo una sfortunata operazione. Un momento eccezionale anche per il Palazzo del cinema: nove registi sul palco per festeggiare un decimo, un grande, amatissimo, maestro.
Conclusa con l’assegnazione dei trofei decisa dalla giuria composta da sette registi la 64.ma edizione della Mostra del cinema di Venezia