Sergio Romano, Corriere della Sera 9/9/2007, 9 settembre 2007
Mi trovo in Turchia per lavoro e, da qui, mi viene da pensare ai dibattiti talvolta accesissimi che si fanno in Italia sulla inclusione o meno di questo Paese nella Ue
Mi trovo in Turchia per lavoro e, da qui, mi viene da pensare ai dibattiti talvolta accesissimi che si fanno in Italia sulla inclusione o meno di questo Paese nella Ue. L’Unione Europea sta diventando (o ritornando) sempre più – dopo le bocciature alla nuova Costituzione di Francia e Olanda – una grande comunità «economica» altamente integrata e, in questo contesto, non vedo francamente ragioni per non includere anche questo grande Paese. Sul versante politico poi, scorgo qui una Turchia moderna dove i tumulti religiosi non appartengono alla gente la quale vive, pur con convinzioni religiose palesemente diverse, in totale armonia. Vogliamo davvero chiudere alla Turchia le porte dell’Europa, ribadendo in tal modo il criterio religioso come criterio di appartenenza, con tutti i disastri che ciò ha portato e sta portando nel mondo? Vogliamo correre anche un minimo rischio che la Turchia, una volta rifiutata, venga attratta dal gorgo dell’islamismo radicale? David Cambri cambrigavorrano@yahoo.it Caro Cambri, il rischio a cui lei allude nell’ultimo quesito della sua lettera è reale. La Turchia è al centro di tre grandi aree: l’Europa, il Medio Oriente arabo, il Caucaso e l’Asia centrale. In ciascuna di queste tre regioni ha grandi interessi e forti ambizioni. Ma il suo desiderio di entrare nell’Unione Europea ha prevalso sinora su ogni altra considerazione e le ha suggerito di non far nulla che potesse pregiudicare il buon esito della sua candidatura. Ne ha dato una prova convincente, ad esempio, adattando la sua politica curda, sia pure gradualmente, agli inviti e alle sollecitazioni che le venivano dai Paesi europei. La condanna a morte di Ocalan, leader dei curdi secessionisti, non è stata eseguita. L’uso della lingua curda è tollerato. Alcuni rappresentanti della comunità curda sono stati eletti al Parlamento nazionale. E il premier Erdogan ha resistito sinora alle pressioni degli ambienti militari che vorrebbero stroncare la guerriglia curda distruggendo le basi di cui dispone all’interno del Kurdistan iracheno. Gli islamici moderati del partito di Erdogan sanno che la politica del pugno di ferro, cara alle forze armate e al nazionalismo radicale, chiuderebbe alla Turchia, forse definitivamente, le porte dell’Unione Europea. Ma se l’Europa la respingesse, i suoi governi diverrebbero, nello stile e nei metodi, schiettamente mediorientali e asiatici. E il suo islamismo diverrebbe probabilmente sempre meno moderato e democratico. Temo tuttavia che l’Europa, in questo momento, sia condannata, per almeno tre ragioni, a una sorta di impotenza. In primo luogo alcuni Paesi (soprattutto la Francia e l’Austria, ma anche altri che si esprimono con maggiore prudenza) sono contrari al suo ingresso nell’Unione. Il predecessore di Nicolas Sarkozy alla presidenza della repubblica francese, Jacques Chirac, promise ai suoi connazionali che un eventuale trattato di adesione sarebbe stato sottoposto con un referendum alla ratifica popolare. Ed è difficile immaginare che la società francese, in questo momento, sia disposta ad approvarlo. In secondo luogo la Turchia sta attraversando una fase delicata di cui nessuno può prevedere l’esito. La fase è cominciata quando Erdogan, con una mossa azzardata, ha deciso d’infrangere il tacito «compromesso storico» che il suo partito aveva pattuito con il capo dello Stato e le forze armate del Paese: il governo agli islamici, la presidenza della Repubblica ai laici. Lo scontro si è svolto democraticamente in parlamento, nei comizi, nelle urne, ed è stato vinto dal partito islamico moderato del premier. Ma non sappiamo ancora se i laici siano veramente disposti ad accettare la sconfitta. E l’Europa, in questa situazione, non può che stare alla finestra. Esiste infine, caro Cambri, un’ultima ragione che ha assunto in questi anni una particolare importanza. Le vicende politiche hanno dimostrato che l’allargamento del 2004 ha reso questa Europa troppo eterogenea e difficilmente governabile. Se l’Unione fosse destinata a essere soltanto economica, come lei sembra credere, potremmo, senza troppo preoccuparci delle conseguenze, accettare a bordo un altro passeggero. Ma esiste ancora nel continente un gruppo di Paesi che non ha rinunciato a desiderare per l’Unione un futuro politico e federale. Può darsi che la soluzione del problema esiga la creazione di due Europe: una più piccola e politica, di cui farebbero parte soltanto i «federalisti», e una più grande, ma prevalentemente economica, di cui potrebbe fare parte anche la Turchia.